La guerra alla libertà delle e dei migranti: il Patto Europeo su Migrazione e Asilo

di TRANSNATIONAL MIGRANTS COORDINATION

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Il 10 aprile il Parlamento europeo ha approvato il Patto sulla migrazione e l’asilo, una delle riforme più discusse della storia recente dell’Unione Europea. Dopo anni di negoziati e veti incrociati, le istituzioni sono riuscite a mettere in secondo piano le divisioni tra gli Stati e la stessa UE a fronte di un’urgenza che mette tutti d’accordo: fare la guerra agli uomini e alle donne migranti. Con alcune scintillanti parole d’ordine – rapidità, efficienza, sicurezza, responsabilità e solidarietà – l’UE sta per consegnare agli Stati membri un pacchetto di norme destinato a tradursi in centri di detenzione per uomini, donne e bambini migranti, in sofisticati meccanismi di screening, in zone di frontiera oscurate e sottratte a qualsiasi controllo, in dinieghi immediati delle domande di asilo e rimpatri rapidi nelle mani di dittatori e aguzzini.

Negli ultimi anni, infatti, i migranti hanno risposto agli sforzi delle istituzioni per tenerli lontano dall’Europa trovando nuovi mezzi per infilarsi nelle sue maglie. Dopo la pandemia, gli arrivi sono ripresi a un ritmo ininterrotto. I centri alle frontiere come quello di Lampedusa sono costantemente sovraffollati, nuove rotte si sono aperte dal nord-Africa verso Grecia, Spagna e Italia. I governi statali e le istituzioni europee hanno risposto fino ad oggi con una politica programmata delle morti in mare. Dopo un anno costellato di stragi – basi pensare a Cutro e a Pylos -, nei giorni stessi in cui il Parlamento europeo approvava le sue misure contro le migrazioni, decine di morti erano recuperati nel Mediterraneo centrale e al largo dalla Spagna; la guardia costiera libica, profumatamente finanziata dal governo italiano, apriva il fuoco sui migranti e su una ONG impegnata in un salvataggio.

Le nuove norme rafforzano e danno nuova coerenza a un sistema già consolidato di razzismo istituzionale, dentro il quale le leggi nazionali e le norme comunitarie lavorano insieme per creare condizioni di sfruttamento, confinamento, violenza razzista e patriarcale. Tutte le istituzioni europee si sono affrettate a definire “storico” questo nuovo Patto, la cui approvazione non è da imputare soltanto alle imminenti elezioni: come mostra anche l’accordo con l’Egitto, infatti, la decisione sul Patto arriva quando l’Europa è in guerra.

Gli elementi principali della nuova normativa sono essenzialmente due. In primo luogo, una serie di misure puntano a restringere l’asilo e ad aumentare la probabilità che i migranti diventino irregolari. In secondo luogo, il Patto vorrebbe spostare sui confini l’intero processo di gestione dei movimenti degli uomini e delle donne migranti, incarcerati e sottoposti alle decisioni arbitrarie dei governi. Portando ad un nuovo livello l’approccio degli hot-spot, esso costruisce l’illusione giuridica dell’extra-territorialità senza permettere ai migranti incarcerati nei Centri di permanenza speciali di avere formalmente accesso al territorio comunitario.

Le nuove norme sull’asilo fanno ufficialmente piazza pulita del principio, già ampiamente derogato da governi statali come quello italiano, per cui le richieste d’asilo vanno valutate individualmente. Il nuovo accordo conferma e incentiva le procedure accelerate per i migranti provenienti dai “paesi sicuri”, ovvero i paesi la cui percentuale di accoglienza delle richieste non supera il 20%. Per uomini e donne che vengono da questi paesi i dinieghi potranno e dovranno essere rapidi, approssimativi, senza nessuna considerazione per la situazione dei singoli. Si produce così un domino di violenza istituzionale: una pioggia di dinieghi terrà molto basse le percentuali di accettazione delle richieste e aumenterà i numeri delle espulsioni arbitrarie.

Il paese di arrivo dei migranti ha 6 mesi per valutare la domanda e 7 giorni per l’identificazione e lo screening, estesi anche ai bambini a partire dai 6 anni di età. La procedura prevede non solamente le impronte digitali, ma anche quella biometrica dei volti. È il famigerato dual use della ricerca europea nei settori dell’identificazione e dello screening, oggi contestato guardando a Gaza, ma ben presente anche nelle politiche contro i migranti: si tratta cioè di sviluppare tecnologie che, quando non sono utilizzate per individuare gli obiettivi da bombardare, distruggere o uccidere, tornano utili per registrare, schedare, sorvegliare i migranti, che arrivano alle frontiere dell’Europa. Il militarismo dell’Europa in guerra che investe nella strategia industriale di difesa intensifica e legittima la guerra in corso da anni contro la libertà dei e delle migranti.

Il nuovo patto semplifica e accelera anche le procedure di rimpatrio, garantendo che i migranti possano essere rispediti in Paesi terzi, compresi quelli di transito come la Libia. Ancora una volta  le istituzioni europee non hanno remore a riconsegnare i migranti agli stessi aguzzini che, appena qualche giorno fa, hanno aperto il fuoco sui migranti e sui soccorritori di una nave ONG italiana che operava un salvataggio. In questo senso il Patto non fa che confermare il “livello politico”, come si legge nell’e-mail chiarificatrice della responsabilità diretta del governo sulla strage di Cutro, che governi come quello di Meloni e Piantedosi stanno già applicando. In quest’ottica, l’UE torna ad essere perfettamente in linea con l’Inghilterra, scegliendo di imitare il modello con il quale quest’ultima ambisce a deportare i richiedenti asilo in Rwanda.  La Brexit avrà diviso i destini delle due sponde della Manica, ma non c’è rottura che la guerra contro i migranti non riesca a ricomporre. È del resto contro i migranti che anche gli Stati dell’Unione riscoprono il significato della “solidarietà”, con nuove norme che prevedono un aiuto obbligatorio nel caso in cui un paese si trovi nel mezzo di una non meglio definita “pressione migratoria”. L’aiuto può consistere nell’accettare ricollocamenti completamente arbitrari, offrire contributi finanziari per ciascun migrante, oppure offrire “assistenza logistica” ai paesi incaricati di gestire le domande.

La solidarietà fra gli Stati è il correlato indispensabile della guerra ai migranti. Con le nuove norme, essere solidali non vuole più dire per forza accettare i ricollocamenti, ma anche pagare il necessario per i muri di confine, il filo spinato, le tecnologie e le infrastrutture di sorveglianza, la costruzione di centri. Al di là dei voti contrari di chi a destra lamenta che il nuovo Patto non faccia abbastanza, nonostante la ristretta opposizione di sinistra che ha denunciato le conseguenze del voto sulle condizioni di vita dei migranti, intorno al patto si è raccolta una maggioranza politica trasversale, capace di forzare e vincere storiche divisioni in nome della necessità di restringere ulteriormente le maglie dell’asilo politico.

Esso mette a regime le politiche di esternalizzazione e militarizzazione dei confini che i singoli Stati stanno perseguendo da tempo e che la guerra ha accelerato e intensificato. Non solo il nuovo Patto arriva poco dopo l’estensione dell’area Schengen a Romania e Bulgaria, estendendo ancora più ad Est la linea di intervento di agenzie come Frontex. Esso incentiva esplicitamente anche un approccio basato su “partenariati globali” con i Paesi di origine e di transito verso l’Ue, formalizzando il sistema degli accordi con i quali negli ultimi anni si è provato ad “esternalizzare le frontiere”. Alla Turchia, Tunisia, Mauritania, Niger , l’Albania (link a pezzo sul Albania) e da ultimo l’Egitto, il Paese più esposto agli effetti della guerra genocida di Israele contro Gaza, l’Europa ha infatti destinato diversi milioni di euro, scambiando le vite e la liberà dei migranti con la libertà dei loro capitali di investire nei megaprogetti della “transizione verde”, arricchendo i padroni al grido di “aiutiamoli a casa loro”.

Sull’approvazione del Patto hanno certamente pesato le imminenti elezioni europee, che vedono i leader di ogni schieramento in Europa indossare l’elmetto e prepararsi alla guerra e alla militarizzazione delle società e della politica. In questo senso la riforma dell’asilo è una forte presa di posizione che arriva in un contesto segnato dalla realtà e dalle fosche prospettive della Terza Guerra Mondiale, nonché dagli stravolgimenti annunciati dalla crisi climatica. D’altra parte, la distruzione e i bombardamenti di intere città e territori sono chiaramente destinati a mettere in movimento ancora una volta milioni di profughi e di uomini e donne non disposti a farsi arruolare nella logica dei fronti, o che rifiutano appelli alla resistenza dal nostalgico sapore nazionalista e patriarcale. Allo stesso modo la crisi sociale, politica ed economica che ha investito vaste zone dell’Africa ha significato in molti luoghi un ritorno feroce di nazionalismo, violenza, autoritarismo o scenari da guerra civile. Così, mentre l’Africa si riempi di guerre, come quella in Sudan che da un anno produce morti e milioni di sfollati, crisi politiche e disastri ecologici, la risposta europea è quella di svuotare ulteriormente il diritto d’asilo.

Questo attacco all’asilo politico non è però una chiusura ermetica dell’Europa su stessa, ma l’espressione della disperata volontà di governare movimenti ormai ingovernabili nel tentativo di soddisfare le esigenze del mercato del lavoro. Così, mentre l’Italia, la Francia, l’Inghilterra, la Grecia si impegnano a promuovere misure che ostacolano l’accesso al diritto d’asilo, l’Europa dell’Est, sconvolta dalla guerra in Ucraina, continua ad essere la destinazione di centinaia di migliaia di migranti asiatici, chiamati direttamente a colmare tramite agenzie, a tempo determinato, le mancanze di manodopera nelle fabbriche. Appena due giorni dopo la firma del Patto in Italia veniva annunciato un nuovo protocollo per l’attivazione di “corridoi lavorativi”. In Spagna il movimento dei migranti e dei collettivi antirazzisti ha ottenuto una grande vittoria qualche giorno fa, costringendo il Parlamento a votare a favore della legge popolare di regolarizzazione di 500 sin papeles, ma sull’imprevista disponibilità del PSOE ha probabilmente inciso la possibilità di risolvere  in questo modo problemi strutturali di carenza in settori cruciali con manodopera ricattabile e a basso costo.

Il nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo non è che una faccia della chiusura di spazi, possibilità e prospettive che è ormai la realtà dell’Europa in guerra. Una chiusura che legittima sempre di più la violenza degli Stati e delle frontiere, lo sfruttamento, burocrazie sempre più ostili e razziste. È quindi più che mai urgente creare le connessioni affinché i movimenti quotidiani dei e delle migranti possano trasformarsi in una lotta visibile e potente contro questo scenario asfissiante, che definisce le condizioni di lavoro e di vita di tutte e di tutti. A fronte di un Europa che militarizza la società e la politica, le lotte dei migranti per i documenti, il rifiuto quotidiano dello sfruttamento e dell’oppressione, le sfide che ogni giorno uomini e donne pongono ai confini europei, contengono una chiamata alla pace e alla libertà per tutte e tutti. Il nostro impegno è che questa chiamata risuoni forte, possa essere ascoltato e possa sopraffare le sirene di guerra.

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