Cosa succede alla DHL? Migranti e richiedenti asilo nella logistica dello sfruttamento: intervista a Papis (SI Cobas – Milano)

Verso la mobilitazione dei e delle migranti del 6 aprile, il Coordinamento Migranti ha deciso di avviare un lavoro di inchiesta sull’impatto della legge Salvini nei magazzini della logistica insieme a delegati del sindacato Si Cobas, lavoratori e compagni che in questi anni hanno scioperato e manifestato contro lo sfruttamento, il razzismo e la violenza sulle donne. Le lotte del Si Cobas all’interno dei magazzini hanno portato a importanti conquiste in termini di salari e condizioni di lavoro, in diversi casi spostando in maniera duratura i rapporti di potere, smantellando forme di comando sul lavoro migrante che spesso era esercitato attraverso aziende, cooperative e sindacati compiacenti. Il protagonismo che uomini e donne migranti hanno espresso grazie al Si Cobas è ancor più rilevante oggi, contro un razzismo di governo che vuole trasformare richiedenti asilo in forza lavoro usa e getta, da mettere in competizione con chi vive e lavora da anni con in tasca un sempre precario permesso di soggiorno. Gli scioperi di questi anni hanno mostrato come il lavoro migrante sia indisponibile a questo sfruttamento, arrivando anche a mettere in discussione in modo diretto il ricatto del permesso di soggiorno ovvero il legame esistente tra lo sfruttamento del lavoro e il razzismo istituzionale della legge Bossi-Fini. Proprio alla luce delle lotte di questi anni oggi appare evidente il tentativo delle aziende della logistica di attaccare ed erodere le conquiste ottenute utilizzando fino in fondo i mezzi che la legge Salvini mette loro a disposizione. Grazie a questa legge, che rende un reato penale il blocco stradale, diviene legittimo l’uso della forza contro i picchetti. La polizia può così “aiutare” con la violenza le aziende che cercano di impedire ai lavoratori di organizzarsi e scioperare. Allo stesso tempo, tuttavia, la legge Salvini attraverso la regolamentazione del diritto d’asilo impone un nuovo regime di sfruttamento, ricollegandosi alla mai tramontata legge Bossi-Fini che, come i migranti sanno benissimo, impone di dimostrare periodicamente di avere un lavoro e possedere un certo reddito per poter ottenere il permesso di soggiorno. Da sempre queste regole lasciano ampio spazio alla discrezionalità delle Questure e ai ricatti dei datori di lavoro. Ma ora queste regole si applicano in maniera ancora meno certa ai richiedenti asilo che, mentre attendono la decisione delle commissioni territoriali e con la promessa di un permesso di soggiorno, sono costretti ad accettare contratti di brevissima durata e a bassissimo salario, vengono spostati costantemente da un magazzino all’altro, soddisfacendo la pretesa delle aziende di avere a disposizione un bacino di forza lavoro assolutamente disponibile e a basso costo. Si mostra così che il tempo della Bossi-Fini non è finito. Le sue regole vengono applicate oggi anche ai richiedenti asilo, mentre aspettano la decisione delle commissioni territoriali o il ricorso contro il rigetto sempre più frequente della loro richiesta di asilo, e impongono divisioni tra i migranti contro le quali è necessario lottare.

Iniziamo questa inchiesta incontrando Papis, membro del sindacato Si Cobas e delegato alla DHL di Settala (Milano). Con Papis abbiamo condiviso diversi momenti di lotta: alcuni anni fa abbiamo organizzato insieme un’assemblea a San Giuliano milanese, riunendo migranti provenienti da diverse città dell’Emilia-Romagna e da Verona, Brescia, Como, Milano. Più di recente, ci siamo incontrati al meeting ‘contro la logistica dello sfruttamento’ organizzato dalla Piattaforma dello Sciopero Sociale Transnazionale lo scorso novembre a Stoccolma (TSS), al quale ha partecipato una importante delegazione del Si Cobas. A Stoccolma abbiamo condiviso un’analisi ampia della logistica che ci ha portato a condividere una serie di priorità politiche. Tra queste, il riconoscimento della centralità dello sciopero femminista dell’otto marzo come momento di lotta generale: per la prima, volta quest’anno, lo sciopero dell’otto marzo ha coinvolto direttamente i magazzini della logistica, grazie al protagonismo delle lavoratrici migranti e l’adesione allo sciopero del Si Cobas. Più in generale, a Stoccolma si è posto il problema di affrontare le diverse dimensioni dello sfruttamento e l’insieme delle condizioni politiche che lo alimentano, superando limiti identitari, di settore o di categoria. È in quest’ottica che abbiamo discusso della situazione attuale, di quanto sta accadendo nella DHL e degli effetti dei recenti provvedimenti promossi dal ministro degli interni Salvini. Sono diversi i punti emersi, e tra questi ce n’è uno di fondamentale importanza, che dovrà essere approfondito: dietro la retorica salviniana schiacciata sul presunto blocco degli sbarchi, su ciò che succede in mare e sull’accoglienza, infatti, è in atto una trasformazione che investe direttamente posti di lavoro come i magazzini della logistica.

 

Ciao Papis. Iniziamo questa conversazione partendo dall’otto marzo. Possiamo dire che la discussione di Stoccolma si è rivelata efficace, perché davvero lo sciopero ha coinvolto la logistica: a Bologna e Modena si sono fermati molti magazzini, a partire dal protagonismo delle lavoratrici di Ital Pizza e Yoox, ben visibili anche nel corteo serale. Che ne pensi? Com’è andata nei magazzini che segui?

 

Papis: penso che sia andata bene, ho letto di come sono andate le cose a Bologna e posso dire che anche nei magazzini che seguo c’è stata una buona mobilitazione. In molti lavoratori e lavoratrici hanno aderito allo sciopero, organizzando un corteo di oltre mille persone che, partendo dalla Toncar, ha raggiunto la prefettura di Monza. È una cosa positiva che ci sia stato questo allargamento.

 

CM: Puoi raccontarci com’è la situazione nei magazzini che conosci tu in questo periodo?

 

P: in generale ti posso dire che la situazione è cambiata con l’approvazione del decreto Salvini. L’introduzione del reato di blocco stradale ha reso le forze dell’ordine molto più aggressive durante gli scioperi e i picchetti, e anche i numeri delle forze dell’ordine presenti sono aumentati a volte in modo impressionante. Dal momento che la maggior parte dei lavoratori sono migranti, questo viene usato come una minaccia diretta: si moltiplicano i fogli di via in seguito ai blocchi, e ci sono casi di richiesta di espulsione in seguito a denunce per blocco stradale. In questo modo il reato di blocco della circolazione, insieme alla Bossi-Fini, sta diventando un ricatto sempre più diretto contro i lavoratori. L’impressione è che il decreto stia ‘attivando’ parti della legge Bossi-Fini che erano quasi dimenticate. Il dato è che oggi i piccoli presidi non bastano più per mantenere i blocchi, perché c’è una sproporzione di forze e anche una certa paura, servono convergenze ampie, con il sostegno dei lavoratori provenienti da diversi siti, e anche da parte dei solidali. È una situazione di cui bisogna parlare.

 

CM: questa situazione però non impedisce di lottare, puoi raccontarci quello che è successo alla DHL nell’ultimo periodo?

 

P: Certo. Le vertenze vanno avanti. Alla DHL la protesta è partita perché l’azienda sta effettuando in modo arbitrario delle trattenute sulle buste paga dei lavoratori, compresi i delegati sindacali. I motivi sono futili, poco chiari. A Cassano Magnago in cinque hanno protestato, dopo l’orario di lavoro. Abbiamo aperto un tavolo con l’azienda per discutere della situazione, ma dopo, senza preavviso, i cinque sono stati licenziati. La conseguenza è stato uno sciopero che è partito il lunedì successivo: ci siamo trovati in un’ottantina tra lavoratori e solidali a Carpiano, dove c’è la sede principale di DHL, ma di fronte avevamo più di cento poliziotti, tredici camionette più una serie di auto della polizia e agenti in borghese. Una sproporzione di forze impressionante. La tensione è salita al massimo quando la Digos ha minacciato di denunciare tutti e così bloccare i permessi di soggiorno: l’hanno detto chiaramente. Di fronte a questo i lavoratori hanno reagito e sono partiti degli scontri. Anche io alla fine sono stato portato in caserma e sono stato denunciato per resistenza e violenza privata. Questo non ha però bloccato la mobilitazione: martedì c’è stato un altro blocco e il mercoledì siamo riusciti ad allargare il sostegno, organizzando un blocco di circa trecento tra lavoratori e solidali che è durato tutto il giorno. Abbiamo dimostrato che con la giusta forza si può resistere anche alle minacce.

 

CM: quello che racconti parla di un uso diretto della Bossi-Fini durante gli scioperi.

 

P: È così. Della Bossi-Fini si parla poco, ma viene usata quotidianamente per fare paura ai lavoratori e anche per liberarsi di quelli più fastidiosi minacciando l’espulsione o mettendo a rischio il permesso di soggiorno. Stiamo riscontrando un tentativo di colpire proprio chi è qui da più tempo e ha più esperienza, portando ad un aumento di casi di migranti che da regolari perdono il permesso di soggiorno, diventano irregolari. Anche il tema della residenza rientra in questo discorso: oggi è diventata un problema, si rischia di perdere il permesso in modo arbitrario solo perché manca la residenza. I decreti di espulsione riguardano spesso migranti che sono diventati irregolari dopo anni di lavoro. Questo ha secondo me un significato preciso.

 

CM: Quale?

 

P: C’è un tentativo di mettere a tacere e liberarsi di chi è in una posizione più stabile per avere lavoratori più sfruttabili, o comunque più precari. Questo lo si vede anche con i richiedenti asilo.

 

CM: Stiamo riscontrando una tendenza diffusa a mettere al lavoro i richiedenti asilo. In particolare, dopo il decreto Salvini che ha abolito il permesso umanitario, sembra esserci una corsa al permesso per lavoro, ti riferisci a questo?

 

P: Sì, in molti magazzini stanno entrando nuovi lavoratori, richiedenti asilo, o migranti che hanno avuto parere negativo dalle commissioni e che hanno fatto ricorso in seguito alla sentenza della Cassazione [che ha stabilito la non retroattività del decreto Salvini]. Ho assistito alla formazione di finte cooperative mutualistiche su iniziativa delle società, che impiegano anche decine di operai, senza tredicesima, ferie, malattia: niente. Questi lavoratori hanno il permesso umanitario bloccato, e nel frattempo lavorano per avere un CUD e una busta paga per mostrare di essere inseriti in un percorso di lavoro e integrazione e, così, cercare di ottenere un permesso per lavoro. Questo accade in situazioni meno visibili, per rispondere a picchi di lavoro, perché questi lavoratori poi sono chiamati solo quando serve. In generale esiste un tentativo di allontanare lavoratori con più esperienza e tutele, per introdurre altri lavoratori più flessibili. Questa è una strategia contro i più attivi o sindacalizzati, ma anche un modo per recuperare quella flessibilità che serve alla logistica. Si usano anche motivazioni economiche per fare queste operazioni: in un’azienda come la Toncar, dove c’è un presidio da oltre un mese, sono stati licenziati 83 operai per assenza di commesse. Nel frattempo, però, ne sono stati assunti 77 a tempo determinato. Oppure si usano motivazioni strumentali per licenziare, come successo alla DHL. Un’altra pratica ormai diffusa è quella di fare pressione sui lavoratori che l’azienda vuole allontanare: si inizia a rendere la vita impossibile nel magazzino, poi si offrono incentivi all’esodo. L’unica cosa che interessa è che se ne vadano: ti danno un po’ di soldi e si sono liberati di un problema, recuperando flessibilità.

 

CM: Che effetti produce questa situazione ni rapporti tra i lavoratori?

 

P: La situazione è di crescente tensione. Si fa fatica a capire che i nuovi arrivati non hanno colpe: è il decreto Salvini, insieme al sistema dell’accoglienza e alla Bossi-Fini, a spingerli in questa situazione per cercare di ottenere almeno un permesso di soggiorno. Dopo mesi o anni nei percorsi di accoglienza, in cui sono stati isolati, adesso tutto finisce e l’unica possibilità è quella di cercare un permesso di lavoro. Chi invece lavora da più tempo nei magazzini inizia ad avere paura di perdere quello che ha conquistato, si sente minacciato. Questo fa nascere tensioni nuove, anche tra lavoratori della stessa nazionalità. Spesso mi trovo a dover fare da paciere in queste situazioni, a cercare di spiegare il contesto. Manca oggi la comunicazione su queste cose.

 

CM: Come Coordinamento Migranti ci stiamo interrogando proprio su questo punto: come riuscire a produrre una comunicazione tra migranti in grado di tenere insieme queste diverse condizioni. Noi pensiamo che sia il momento di tornare a parlare di Bossi-Fini, di spiegare in che modo il decreto Salvini, il mondo dell’accoglienza e dei richiedenti asilo, non agiscono nel nulla, ma riportano al centro e aggiornano le logiche della Bossi-Fini. Queste differenze di condizioni prodotte tra i migranti vogliono anche dire che le vertenze sui posti di lavoro non bastano, perché vengono in qualche modo attaccate proprio usando la Bossi-Fini contro l’organizzazione dei lavoratori. Al tempo stesso sappiamo che nei posti di lavoro si può accumulare una forza che poi deve trovare anche sbocchi politici per rimettere al centro dell’attenzione la condizione migrante. Ma spesso questa forza non coinvolge in alcun modo altri migranti che sono in una posizione diversa. Tu cosa ne pensi?

 

P: Sono d’accordo, è importante che si torni a parlare di Bossi-Fini e che si spieghi in che modo tutti questi discorsi sull’accoglienza non sono scollegati da quello che succede nel mondo del lavoro. E bisogna anche capire che è proprio l’incrocio con il permesso di soggiorno che rende una cosa come il reato di blocco stradale un’arma nuova per i padroni. Tutto questo è fatto per attaccare le capacità di organizzazione dei lavoratori, per togliere quello che si è conquistato. Questa situazione dice anche che nessuno può pensare di risolvere le cose da solo: il sindacato può fare delle cose, ma poi bisogna cercare di radunare tutti e non avere paura di confrontarsi e allargare il discorso.

 

CM: Questo è il punto. Noi incontriamo migranti che sono sindacalizzati, altri che lavorano ma non hanno mai incontrato un sindacato, altri ancora dentro i percorsi di accoglienza che sono spinti a lavorare gratis, altri che aspettano il pronunciamento delle commissioni senza sapere cosa fare. È per tenere insieme tutte queste condizioni che abbiamo avviato un nuovo percorso di assemblee e abbiamo deciso di fare una prima mobilitazione il 6 aprile a Bologna. Questa sarà una mobilitazione che coinvolge migranti da Bologna, Modena, Cesena e altre città dell’Emilia-Romagna, ma può essere un momento per iniziare un confronto più largo.

 

P: Credo che ce ne sia bisogno, dobbiamo trovare il modo di affrontare questa situazione in modo nuovo e allargato, a partire dalla condizione dei migranti e da quello che vediamo tutti i giorni, perché nessuno può pensare di risolverla nel suo gruppo o nel suo sindacato.

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