Due donne, tre motivi per scioperare: permesso indeterminato, libertà dalla precarietà, libertà di movimento!

Verso lo sciopero globale delle donne del prossimo 8 marzo pubblichiamo un’intervista a F. e S. Madre e figlia, due storie di migrazione diverse, a lungo separate dalla gabbia dei documenti e dello sfruttamento, dalla lotta contro un razzismo istituzionale che è anche patriarcale e lega le donne migranti sposate al permesso di soggiorno del marito. F. racconta della lotta per la sua autonomia, per ottenere un permesso per lavoro dopo il divorzio, delle difficoltà a trovare un contratto in regola e della sua vita come badante presso un’anziana signora che non può mai essere lasciata sola e dove lavora e vive 24 ore su 24. Sua figlia è cresciuta con una famiglia che l’ha presa in affido prima che la comunità di accoglienza, al compimento dei 18 anni, la mandasse via, come prevede la legge. S. ci racconta della solitudine, ma anche soprattutto del coraggio e della sua voglia di libertà che l’ha spinta a scegliere la comunità per sfuggire da uno zio che la ospitava malvolentieri facendole fare la sguattera. S. parla del razzismo che questo governo ha sdoganato, di come il velo possa trasformarsi in un muro perché visto come un’arma, perché evoca la violenza del terrorismo, mentre l’unica violenza oltre quel velo per S. è quella razzista. Ma è anche quella dei datori di lavoro che sfruttano, che non pagano i contributi e gli straordinari, che impongono ritmi di lavoro assurdi e si rifiutano di fare un contratto che per una donna migrante è la condizione essenziale per poter scegliere liberamente della propria vita, per rifiutare la violenza, perché significa poter rinnovare il permesso, poter rifiutare il ricatto di un lavoro che si detesta ma si è costrette a fare, sopportando i commenti maschilisti o la molestia dei datori di lavoro di turno. S. il suo muro lo mette con i suoi capi, “nessuna amicizia con i datori di lavoro”. S. è qui da 9 anni ma continua a definirsi migrante, ma anche marocchina, araba, europea. Non si sente italiana, non per la cittadinanza, che vorrebbe per non dover fare lavori che odia, che non sono quelli per cui ha studiato tra mille difficoltà e in cui è sfruttata, ma per essere libera di muoversi, oltre le identità nazionali o culturali.

In questa intervista due donne migranti parlano della loro voglia di scioperare e del perché l’8 marzo non potranno farlo. Noi sappiamo che con lo sciopero femminista Non Una Di Meno vuole portare in piazza le ragioni, la rabbia, la voglia di libertà di chi non può scioperare. Con la loro lotta quotidiana le donne migranti sfidano continuamente la violenza patriarcale e razzista che sostiene lo sfruttamento di tutte e di tutti. L’8 marzo scenderemo in piazza con questa forza per alimentare una potenza collettiva capace di abbattere i muri del razzismo e la violenza dei ricatti.

 

Lo sciopero dell’otto marzo è uno sciopero globale contro la violenza sulle donne e questa violenza per le donne specie se migranti significa molte cose, dal ricatto del permesso di soggiorno, specie se legato a quello dei mariti, alla costrizione a fare determinati lavori. Cosa significa per te?

 

F.: Sono quasi 5 anni che sono in Italia. Sono partita dal Marocco con il mio ex marito che voleva venire per lavorare. A dir la verità io non volevo, facevo la sarta e stavo bene in Marocco perché avevo le mie amiche e la mia famiglia. Sono arrivata prima in Sardegna, con il permesso per ricongiungimento familiare. Il mio ex marito lavorava per un’azienda che faceva raccolta di abiti usati e si occupava della pubblicità per questa azienda in nero. Quando ho scelto di separarmi per me è stata dura, molto dura. Lui è voluto tornare in Marocco, ma io non volevo più tornare. Dovevo per forza trovare un lavoro regolare che mi permettesse di ottenere un permesso per lavoro e svincolarmi da quello del mio ex marito. Non è stato facile, ho lavorato molto in nero, nessuno voleva assumermi con un contratto regolare che è necessario con la Bossi-Fini.

 

Sono andata via da sola dalla Sardegna, con il solo supporto di una cara amica che mi ha aiutato in tutti i modi. Per un anno e mezzo ho lavorato nei campi a Cesena per una cooperativa, raccoglievo frutta e verdura. Questa azienda poi è fallita, l’hanno chiusa perché non pagavano le tasse, tanto che quando ho chiesto la disoccupazione non me l’hanno data perché il mio capo non aveva mai versato i miei contributi. Poi sono arrivata a Bologna e ho cominciato a lavorare come badante. All’inizio facevo sostituzioni, cioè quando altre badanti andavano in ferie o tornavano in Marocco io le sostituivo, ma non era facile non avere mai un lavoro fisso, una certezza e anche lavorare e stare qui senza parlare e capire l’italiano. Ho lavorato 5 mesi da una signora, che poi è morta. Da un anno e mezzo vivo e lavoro presso una signora anziana che ha molti problemi e di cui i familiari non riescono a occuparsi perché hanno orari di lavoro che non glielo permettono. Lavoro 24h su 24h, ho un giorno libero ma flessibile e così anche le due ore di riposo giornaliere, dipende da come sta la signora e dalla disponibilità dei figli.

 

Scioperi l’8 marzo?

 

Magari! Vorrei, tanto, ma non posso. Non posso lasciare la signora sola. Se anche chiedo un permesso c’è sempre qualcuno che mi chiama per chiedermi di stare con lei. Ho paura che cada, è un po’ agitata, non sta bene. Ci sono molti problemi nella sua famiglia e di fatto il peso è tutto sulle spalle di un solo figlio che lavora molto, perché la sorella è andata via e lasciato tutto nelle sue mani.

 

La legge Salvini è una legge che attacca donne e migranti. Rifugiati a cui è negato l’asilo, migranti di lungo periodo e donne vengono messi l’uno contro l’altro. Pensi che lo sciopero possa essere la risposta contro questo attacco?

 

F.: Salvini dovrebbe dare i permessi, dovrebbe aiutare i migranti, senza distinzioni.

 

S.: Io sciopero per avere un lavoro dignitoso!

 

Tu sei nata qui? Com’è andata per te?

 

S.: Magari! Se avessi la cittadinanza avrei molti problemi in meno. Sono nata in Marocco, ho 21 anni, la prima volta sono arrivata qui nel 2008, poi sono tornata in Marocco e sono tornata in Italia solo nel 2012 perché mi scadeva il permesso e mio padre non voleva rinnovarlo, quando avevo due anni mia madre ha divorziato da lui. Poi si è risposata con un altro uomo che è quello con cui è arrivata in Italia anni dopo. Quindi sono arrivata qui senza mia madre, con suo cugino, ma non stavo bene con lui, non avevo tutta la libertà che volevo, soprattutto non stavo bene con sua moglie che non mi voleva in casa. Mio zio diceva che mi aveva iscritto a scuola ma io stavo a casa a pulire, ad aiutare sua moglie eccetera. Ho fatto le medie e le superiori qui. Un giorno una loro amica mi ha invitato a casa sua a giocare con i suoi 4 bimbi, io ero disperata e ho detto subito di sì. Dovevo stare una notte e sono rimasta lì dieci giorni! Mi ha portato a visitare Bologna che non avevo ancora mai visto, le Torri, San Luca…E poi mi ha chiesto se volevo aiuto per uscire da quell’incubo ed è stata lei la mia libertà. Dopo molti tentativi e grazie a suoi contatti sono infatti riuscita ad entrare in una comunità, dove sono stata un anno ma sai come funziona, compiuti i 18 anni avrei dovuto andarmene e mi preoccupava questo: andare dove? Non avevo nessuno e quando diventi maggiorenne ti sbattono fuori. Non sapevo se mia madre sarebbe riuscita a venire. Ero sola, perché con mio zio non c’era più un rapporto dopo che io avevo deciso contro la sua volontà di andare in comunità. Per fortuna una famiglia mi ha preso in affido e tuttora vivo con loro, sono come madre e padre per me. Quest’anno ho finito le superiori, ho un diploma di gestione dell’economia commerciale e una qualifica in accoglienza turistica e l’anno prossimo voglio fare economia all’università.

 

Questo sciopero è anche contro chi vuole le donne, in casa e a lavoro subordinate agli uomini e ai datori di lavoro, e vuole limitare la loro libertà. Per te che significa essere cresciuta qui, non avere la cittadinanza, lottare continuamente per il permesso?

 

Io ho sempre lavorato. Ho fatto le stagioni tutte le estati dalla terza superiore in poi. Quest’anno ho lavorato in nero in un ristorante, non volevano farmi il contratto e allora me ne sono andata, perché io tutti gli anni devo rinnovare il permesso. Fino all’anno scorso avevo il permesso per studio e non ho avuto problemi ma ora mi serve un permesso per lavoro e quindi un contratto regolare. Il permesso mi scadeva il 31 dicembre e sono arrivata al 26 senza nessun contratto in mano perché nessuno vuole farlo! Tutti ti fanno lavorare in nero. Il problema è che io devo essere in regola prima della scadenza, perché poi nessuno mi assume con un permesso scaduto. Per fortuna un’amica di mia madre mi ha trovato un contatto di un datore di lavoro che mi ha fatto un contratto fino al 30 gennaio, ma il 3 febbraio avevo l’appuntamento per lasciare impronta! Un’ansia continua…Dopo tanti tentativi ho trovato lavoro in un albergo, pulisco le camere… è un brutto lavoro, ma mi hanno chiamato prima della scadenza e ho dovuto accettare. Vengo pagata per 25 minuti a camera, se ci metto di più lavoro gratis. Il problema più grande sono le persone con cui lavoro. I datori di lavoro e le responsabili dividono il lavoro a seconda della nazionalità. A me e a un’altra signora marocchina ci danno le camere più grandi, più sporche e sempre su piani diversi, ci fanno girare di qua e di là. Ho un diploma e una qualifica, voglio fare un lavoro pulito, mi sono fatta un sedere così, voglio fare ciò per cui ho studiato.

 

Per le donne il ricatto sul lavoro è sempre doppio. Io quando lavoro metto sempre una barriera coi datori di lavoro perché cominciano a chiamarti “amore” e passano alla pacca sul culo. Nessuna amicizia coi datori di lavoro.

 

Secondo te questo governo sta alimentando il razzismo?

 

S.: Sì. Io non porto il velo, ma una volta al mio compleanno ho deciso di indossarlo e a scuola non è stato semplice. È stato come indossare un muro. Una barriera con i miei compagni, mi sentivo schiacciata e anche per strada incrociavo sguardi che sembravano dire “cosa fai nel nostro Paese, perché sei qua?”. I miei compagni mi dicevano che chi si veste così poi diventa dell’ISIS (ride). Secondo me tutto questo non dovrebbe esserci, perché comunque siamo tutti uguali e se non riusciamo ad aiutarci non ci sarà nessun cambiamento, nessun futuro.

 

Salvini pensa che queste persone che arrivano con le navi vengono qui per derubare l’Italia, per rubare il lavoro agli italiani, ma non è così. Vengono qui per sopravvivere. Scappano da guerre e altri problemi e vengono qui per un futuro migliore. E invece trovano Salvini! E la situazione non migliora per niente!

 

Sei cresciuta qui ma devi lottare continuamente per avere il permesso di restare. Per te cosa rappresenta la cittadinanza? Ti senti italiana? O cosa significa per te essere migrante?

 

S.: No. Non sono italiana. Sono marocchina, di origine marocchina. Sono venuta qui in Italia e sarò sempre un’immigrata, una straniera. Mi comporto e penso come un’italiana o un’europea forse, ma sono araba. Però non tornerei in Marocco per dire, magari da vecchia, perché anche se non mi sento italiana, penso e vivo all’italiana capisci?

Avere la carta o la cittadinanza significherebbe essere libera, decidere dove e come vivere.

 

Sciopererai l’8?

S.: Per gli orari che faccio non potrò scioperare, ma proverò a esserci almeno per il corteo serale. Non ho paura di perdere il lavoro, anche perché lo odio questo lavoro. La cosa che più mi pesa è che se lo facessi sarei sola a farlo e penalizzerei le mie colleghe che non possono o non vogliono permetterselo per questione di soldi e dovrebbero lavorare il doppio per coprirmi.

Quali sono i tuoi motivi per scioperare?

 Per prima cosa sciopero per dire a Salvini di darmi il permesso a tempo indeterminato! Secondo, perché a 21 anni sto facendo un lavoro del cavolo. Io voglio un lavoro in cui le festività le posso passare con amici e famiglia e non a lavoro, forse sbaglio a pensare così, ma io non voglio un lavoro che non ti permette di fare niente. Terzo, trovare un lavoro bello. Ora non c’è più un contratto a tempo indeterminato, non si può vivere così per me, perché ti assumono per pochi mesi e non rinnovano mai il contratto, prendono altre persone e poi le mandano via e ne prendono sempre altre. Sono qui da 9 anni ma non mi hanno mai dato la carta di soggiorno che si può avere dopo cinque anni. Invece ogni anno devo rinnovare il permesso e sono costretta ad accettare qualsiasi lavoro, vincolata al contratto che nessuno vuole fare. Anche pensando di andare via dall’Italia, non è possibile con un permesso di un anno. In Francia non mi accetterebbero con un permesso di un anno, in Spagna diventerei clandestina per tre anni…

L’Italia secondo me sta andando molto indietro. Noi giovani siamo il futuro di questo Paese, senza di noi l’Italia non andrà più avanti.