La mano nel fuoco e il tempo di lottare. Donne migranti in sciopero l’8 marzo

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Verso lo sciopero globale delle donne del prossimo 8 marzo pubblichiamo un’intervista ad Hajiba, donna migrante che vive in Italia dal 1990. La sua storia mostra la necessità di non dimenticare la quotidiana battaglia per la libertà che donne e uomini migranti combattono in Europa e non solo sui suoi confini. Hajiba racconta senza mezzi termini come il razzismo istituzionale ostacola in ogni modo l’autonomia delle donne, vincolando il loro permesso di soggiorno a quello dei mariti e aumentando il loro sfruttamento dentro e fuori casa. Come tutti i migranti, Hajiba infatti ha dovuto svolgere lavori precari di ogni genere per rinnovare il permesso. Siccome è una donna, quello che si è trovata davanti sono state le mansioni comunemente ritenute ‘femminili’, lavori di pulizia oppure ‘di cura’. Le migranti conoscono molto bene questa divisione del lavoro e sono costrette ad accettare di lavorare senza pause pur di garantirsi il rinnovo del permesso e un tetto sulla testa. Hajiba dice chiaramente che in questa condizione lottare è difficile, ma che la sfida dell’8 marzo e oltre l’8 marzo è anche quella di creare le condizioni affinché tutte le donne possano lottare e prendere parola in prima persona.

La storia di Hajiba ci permette anche di comprendere in che modo la legge Salvini ha peggiorato la condizione delle e dei migranti. Quando nel 2008 con la crisi ha perso il lavoro e quindi il permesso di soggiorno, lei ha potuto chiedere un permesso umanitario per rimanere in Italia insieme ai suoi tre figli. Salvini ha abolito il permesso umanitario proprio per privare donne e uomini migranti di uno dei pochi strumenti che avevano a disposizione per forzare la legge Bossi-Fini e conquistarsi il diritto di restare. In queste condizioni, ogni ambizione di autonomia deve misurarsi con l’obbligo di rinnovare continuamente il permesso di soggiorno, che per le donne che scelgono di divorziare si aggiunge alla stigmatizzazione imposta dalla mentalità maschilista che unisce le comunità di partenza e quelle di arrivo. Nonostante la Legge Salvini divida tra migranti economici e rifugiati, tra migranti di vecchia generazione e nuovi arrivati, tra rifugiati meritevoli di protezione e non, l’esperienza di Hajiba mostra come la condizione del lavoro migrante sia segnata da una minaccia permanente di clandestinità che accomuna tutte e tutti i migranti.

Noi sappiamo che Non Una Di Meno in questi anni ha affermato che non è possibile liberarsi della violenza maschile senza combattere contemporaneamente razzismo e sfruttamento. La storia di Hajiba conferma l’urgenza di scioperare e tornare in piazza l’8 marzo, come donne e uomini migranti rompendo ogni divisione a partire da una comune pretesa di libertà. Una pretesa che sfida il razzismo, lo sfruttamento e la violenza a cui sono sistematicamente sottoposti tutte e tutti, migranti e non. Per scioperare l’8 marzo, abbiamo forse bisogno di altri motivi?

CM: Lo sciopero dell’otto marzo è uno sciopero globale contro la violenza sulle donne e questa violenza per le donne significa molte cose. Nel caso delle migranti, è una violenza che prende la forma del ricatto del permesso di soggiorno, e le costringe a svolgere determinati lavori. Perché scioperi l’8 marzo?

Mi chiamo Hajiba, sono venuta in Italia dal Marocco nel 1990. Ho fatto di tutto, ho lavorato in varie cooperative, di pulizie e altro, ho fatto la collaboratrice domestica, ho fatto la cameriera in un albergo per 10 anni. Nel 2008 con la crisi ho perso anche quel lavoro e da lì non ho più avuto un lavoro sicuro. Nel 2010 ho avuto zero di reddito e con la legge Bossi-Fini mi hanno negato il permesso, mi hanno dato l’espulsione con tre figli, dicevano che dovevo lasciare il territorio entro 60 giorni, si sono presentati a casa mia come se fossi un’assassina con tre bimbi nati in Italia. Tramite i sindacati sono andata dal vicequestore e mi hanno tirato fuori tutti i contributi che avevo dal ‘90 al 2009, 19 anni di contributi. Sono riuscita ad avere il permesso umanitario in coincidenza con l’arrivo dell’ondata di ragazzini tunisini. Ero con loro in questura dopo vent’anni di lavoro in Italia, ero in fila per un umanitario di sei mesi, rinnovabili, di sei mesi in sei mesi per due anni. Finché la mia situazione economica non si è un pochino stabilizzata, perché avevo tre figli a carico e il mio reddito non era mai abbastanza. In quel periodo i servizi sociali mi hanno dato una borsa lavoro con una cooperativa sociale che mi ha assunta temporaneamente, non a tempo indeterminato. Mi rinnovavano il permesso ogni anno, finché la mia situazione si è un po’ tranquillizzata perché loro avevano poco personale.

Nel 2014 mi hanno inserito in un progetto di pulizia dei graffiti. La cooperativa sociale ha fatto questo progetto con il Comune di Bologna, ci hanno fatto fare un corso di formazione di 100 ore e poi via, partiti a lavare i muri di tutta la città, in pieno inverno. C’era in quell’anno un progetto per mediatrici e io avevo presentato la domanda già durante l’estate del 2013, avendo esperienza con le associazioni –  ho fatto la mediatrice (culturale) anche per la Cgil. Allora ho cominciato anche il corso per mediatrice. Una volta che ottenuta questa qualifica ero ottimista: finalmente ho un pezzo di carta che mi permette di fare un lavoro pulito, decente, che mi piace molto. Ma non è andata così. La delusione totale. Un lavoro a chiamata 2-3 ore a settimana, sbattuta di qua le di là per Bologna e provincia, a fare mediazioni in questura, ospedali, poliambulatori, SPRAR, strutture di accoglienza etc.

Non riesco a vivere con quel lavoro, non è garantito per niente. Sto facendo le pulizie, ho un contratto come collaboratrice domestica per una signora anziana. Nel frattempo vado a fare queste ore di mediazione. Per ora il mio reddito è quello e il mio permesso non è mai più di un anno o due. Non ho ancora un reddito sufficiente per chiedere né la cittadinanza né la carta di soggiorno. Anche adesso ho solo la ricevuta di rinnovo. Non so cosa succederà tra un anno o due… con Salvini, davvero non so. Per questo sciopero: vuoi altri motivi?

Questo sciopero è anche contro chi vuole le donne, in casa e nei posti di lavoro, subordinate agli uomini e ai datori di lavoro, e vuole limitare la loro libertà. Che significa per le migranti il permesso di soggiorno? Se per esempio vogliono divorziare e il permesso è legato a quello del marito? O se subiscono molestie sul luogo di lavoro?

Per le badanti, per esempio, il problema non sono solo le molestie ma il lavoro in quanto tale. Il lavoro è pesante. Le famiglie non possono pagare le cifre richieste dalle case di cura e prendono signore disperate e le fanno lavorare 24 su 24 con persone con Alzheimer, demenza… da cambiare, imboccare… e anche le ore di riposo non sono mica concesse, perché hanno due ore giornaliere, un giorno di riposo a settimana, ma la maggior parte non lo fa… Potrebbero imporsi ma hanno paura di perdere anche quel lavoro, l’alloggio, che è tutto ciò che hanno. È un ricatto! Anche per la residenza è una battaglia. Chi ti assume in casa non vuole darti la residenza anche se vivi lì e non gli costa nulla!

Per le donne è tutto più difficile. Se poi sono qui per motivi familiari ancora peggio. Noi donne, anche le italiane eh, lavoriamo fuori e dentro… perché anche se i maschi, per esempio, fanno la spesa, tu torni e devi fare tutto il resto. Dov’è il mio tempo per lottare? Quelle donne che fanno le badanti, come fanno a lottare? Dobbiamo lottare per loro l’8 marzo.

Tante donne non hanno libertà, sono ancora costrette a sottostare all’autorità dei mariti, non possono lavorare… Dipende dai paesi di provenienza, le situazioni sono diverse, dipende dalle politiche di quei paesi, per esempio l’istruzione. Dove le donne hanno accesso all’istruzione si liberano, dove gli è negata no. Poi, le donne marocchine, come le tunisine, sono donne libere ma non significa che non c’è il maschilismo, anzi, ora le cose stanno peggiorando, si torna indietro, il velo dappertutto, tutte costrette a portarlo, le donne sono rimesse a posto in tutti i luoghi. E questo mi sembra un problema un po’ dappertutto però, non solo in Marocco.

Però qui per le migranti è dura. Qui noi siamo sole. In Marocco se divorzi hai un sostegno, qui sei sola, anzi hai i servizi sociali che se sgarri ti portano via i figli. Capito? Qua se incontri la persona sbagliata paghi il doppio di quello che pagheresti se fossi in Marocco, qui resti sola, nei guai. I mariti sbattono le porte e se ne vanno, frega niente se non arrivi a fine mese, gli alimenti o altro… tante donne stanno crescendo i figli da sole con tantissimi sacrifici.

Tra donne c’è un supporto in queste situazioni?

Lo spero, ma noi diciamo “chi ha la mano nel fuoco, non è come chi ha la mano nell’acqua”. Se una donna è costretta a sbagliare diventa subito una poco di buono e tutte le altre sono sante. C’è discriminazione anche tra noi. Chi ha avuto la possibilità di studiare, chi no… non sempre c’è solidarietà tra noi donne. Scioperare l’8 marzo deve servire anche per questo: a non essere divise.

Lo sciopero dell’8 marzo è uno sciopero politico: dice basta alla violenza e allo sfruttamento. Perciò vuole mostrare che la legge Salvini è una legge che attacca donne e migranti. Rifugiati a cui è negato l’asilo, migranti di lungo periodo e donne vengono messi l’uno contro l’altro. Perché scioperare insieme dalla parte delle donne è la risposta a questo attacco?

È la stessa cosa che dicevo prima. Siamo tutti uguali. Già solo l’idea di lasciare un paese, sradicarsi, lasciare la sua cultura, tutto alle spalle… io lo considero già coraggio. Una decisione del genere non nasce dal nulla. Poi arriva qui e trova delle politiche che discriminano. Non è giusto. Lui oggi come me ieri. Siamo tutti uguali, perché abbiamo tutto il diritto di migliorare le nostre vite. Siamo tutte coraggiose. La legge Salvini sta facendo questo: ci divide. Chi ha rischiato la vita per arrivare qui viene pugnalato al cuore. Gli viene detto: tu non hai il diritto di sognare.

L’otto marzo ci riprendiamo questo, il diritto di lottare…

Sì, bisogna farlo, bisogna insistere.