«Ci vuole unità e determinazione». Intervista a uno dei protagonisti della lotta dei migranti a Cesena

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Incontriamo A., tra i primi a prender parte alla lotta che ha visto protagonisti diversi migranti che ora risiedono a Cesena per rivendicare il diritto ad avere un posto dove dormire ed esprimere il proprio rifiuto del razzismo di istituzioni e cooperative. Come con la lotta portata avanti dai migranti di Modena contro la cooperativa Caleidos, a Cesena c’è stato uno dei primi importanti episodi di lotta all’accoglienza ai tempi di Salvini. Un’accoglienza che punta a rendere ai migranti la vita impossibile: dalle espulsioni dai centri ai dinieghi che aumentano a dismisura, dai ritardi nella consegna dei permessi di soggiorno ai tempi infiniti per essere ascoltati dalle Commissioni, dalla mancata concessione di residenza e codice fiscale all’arbitrarietà con cui Questure, Prefetture e Commissioni territoriali stanno gestendo le domande dei richiedenti asilo pre-decreto Salvini sperando di ricacciarli nelle braccia della Bossi-Fini e del lavoro nero. Per lottare contro un razzismo istituzionale che si fa sempre più feroce e con l’obiettivo di connettere i singoli momenti di resistenza contro un decreto che ha bisogno di tutta la nostra forza per essere combattuto, il 23 febbraio abbiamo chiamato un’assemblea al Circolo Zonarelli a Bologna. Contro la nuova Salvini e la vecchia Bossi-Fini, né sfruttati, né clandestini!

  • Perché e come è iniziata la mobilitazione dei migranti a Cesena?

Durante l’anno scorso a Cesena circa una ventina di noi erano stati cacciati dai progetti di accoglienza. Alcuni avevano ricevuto un diniego dalla commissione, altri erano in attesa di una risposta, altri ancora avevano già in tasca il permesso di soggiorno umanitario. Abbiamo chiesto risposte alle istituzioni e la Prefettura fin da luglio ha accettato che rientrassimo nell’accoglienza, e molti di noi si erano procurati fin da subito la documentazione necessaria. Nonostante ci fosse già una lista di tutti i migranti che dovevano essere reintegrati, abbiamo aspettato diverse settimane e nessuno si è fatto sentire per comunicarci i modi e i tempi. A ottobre eravamo ancora tutti nelle stesse condizioni: esclusi dai centri e senza la possibilità di trovare un tetto, con l’inverno che si avvicinava. Allora alcuni di noi hanno cominciato a dormire davanti all’anagrafe di Cesena. Durante le due settimane in cui siamo stati di fronte al comune il sindaco faceva di tutto per evitare di incontrarci, ignorando la nostra presenza. Con una serie di scuse siamo stati mandati da un ufficio all’altro e ogni volta ci venivano richiesti nuovi documenti. Nonostante le intimidazioni che abbiamo ricevuto da carabinieri e polizia, la nostra lotta si è allargata ottenendo il sostegno e la solidarietà di altri migranti e realtà locali come Romagna Migrante. Dopo un po’ alcuni di noi sono stati reintegrati nei centri, ma noi abbiamo continuato uniti la protesta finché non si è trovata una soluzione per tutti. Al momento alcuni sono tornati nei centri di accoglienza, altri sono nei dormitori.

  • È la prima volta che i migranti si sono mobilitati a Cesena?

Per me è stata la prima volta, e continuerò a farlo. Ho capito che la lotta è l’unico mezzo che i migranti hanno per ottenere quel che gli spetta, e i problemi che ogni giorno affrontano i migranti sono tanti. Avere un tetto sopra la testa è sicuramente la preoccupazione principale per chi esce dall’accoglienza, ma anche chi vive nei centri in attesa della risposta della Commissione subisce ogni giorno minacce, intimidazioni, soprusi, soprattutto da parte della cooperativa Croce d’Oro. Nel tempo sono diventati sempre più frequenti i controlli su qualsiasi cosa facciano i migranti e spesso la cooperativa punisce senza dare alcuna spiegazione. L’accoglienza, insomma, è una vera e propria gabbia. C’è poi la questione del lavoro: in Romagna moltissimi migranti lavorano nel carico e scarico di polli, alcuni senza contratto, con vere e proprie forme di caporalato, altri con contratti brevi con cui è difficile ottenere un permesso per lavoro. Con l’abolizione del permesso umanitario la situazione è destinata soltanto a peggiorare, perché sempre più migranti non avranno alternativa se non il lavoro nero.

  • Cosa è successo dopo?

Dopo la nostra esperienza anche un gruppo di migranti a Cesenatico ha iniziato la lotta, perché anche lì c’erano molti migranti costretti a dormire in strada, e noi da Cesena siamo andati subito in solidarietà. A novembre a Cesenatico è morto Obinna, una storia emblematica. Obinna aveva un permesso di soggiorno, un lavoro e qualche soldo per affittare una casa. Aveva trovato soltanto un truffatore che gli aveva fatto firmare un finto contratto e consegnato finte chiavi dopo essersi fatto dare più di un migliaio di euro. Obinna ha denunciato la cosa alla polizia, ma nessuno si è interessato alla sua situazione e alla fine è morto di freddo in un casolare dove si era rifugiato per la notte.

  • Cosa è cambiato per i migranti dopo il decreto Salvini?

Con l’abolizione del permesso umanitario sono aumentati i dinieghi, anche se so di casi a cui ancora a dicembre venivano rilasciati permessi umanitari, credo per i migranti che avevano fatto domanda prima del decreto. Uno degli effetti della legge è la grande confusione sui diversi tipi di permesso, sulla possibilità di rimanere nei centri, di ottenere la residenza. Il risultato è che la vita dei migranti è diventata ancora più incerta e con meno garanzie. Chi ha un lavoro sta cercando di convertire il permesso umanitario, che non si potrà più rinnovare, in permesso per lavoro. Dopo la nostra protesta per fortuna non ci sono state espulsioni dai centri in Romagna, ma tra i migranti c’è molta paura di esporsi e di scendere in piazza. 

  • Come credi che si possa vincere questa paura?

L’unione dei migranti e la determinazione sono gli unici mezzi per vincerla. Quando abbiamo iniziato a dormire fuori al comune eravamo soltanto in quattro, e le forze dell’ordine ci minacciavano di continuo per farci spostare in un posto dove fossimo meno visibili. Quando la lotta si è allargata, ci siamo resi conto che quando si è in molti le minacce e le intimidazioni possono fare ben poco: siamo andati avanti sempre più decisi e alla fine abbiamo avuto i risultati. Per avere unità serve organizzazione, anche perché come migranti non possiamo scendere in tanti in piazza soltanto quando c’è la rabbia per un morto. Bisogna essere pronti ogni volta che c’è da lottare per ottenere quello che ci spetta. Per questo è necessario incontrarsi, crescere di numero, allargare la lotta anche ai migranti che sono qui più da più tempo. È importante che anche gli italiani diano il loro supporto, ma devono essere i migranti ad alzare la voce e bisogna partire dalle loro questioni. La nostra esperienza dimostra che i risultati si possono ottenere, a patto che i migranti siano i protagonisti della lotta. Credo che a livello regionale ci siano abbastanza forze, abbiamo saputo di quello che succede a Modena e a Bologna, delle manifestazioni e delle assemblee organizzate in queste città. È importante tenersi in contatto, unire le forze e dare visibilità a questo percorso per dimostrare che un movimento dei migranti in regione c’è e sta crescendo.

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