Tra Global Compact e razzismo di governo: il lavoro migrante e i confini dello sfruttamento

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I razzisti al governo in Italia non hanno firmato il Global Compact sulle migrazioni, come annunciato da Salvini qualche giorno fa. Così facendo hanno posto sotto i riflettori un accordo di cui precedentemente si era parlato pochissimo, nonostante fosse in cantiere già da due anni. Viene da chiedersi il motivo di tanto scalpore. In un momento in cui in Italia e in Europa il razzismo è al governo e i migranti sono oggetto di continui attacchi e violenze, buttati in mezzo alla strada, usati per risarcire simbolicamente il lavoro in pelle bianca, che cosa sarebbe cambiato davvero con il Global Compact?

Innanzitutto bisogna registrare che, anche se il governo non si fosse rifiutato di sedersi al tavolo dei negoziati, il Global Compact avrebbe comunque messo in luce tutta la sua inconsistenza. L’oggetto delle discussioni del 10 e 11 dicembre a Marrakech non è altro che il residuo di un vecchio mondo in cui la governance globale – i vari G8, G20, ecc. – garantiva la propria tenuta. Questo mondo non esiste più e Salvini ha compreso l’opportunità di trasformare in una vantaggiosa posizione politica l’opposizione a un “compact” nato già in difetto. Si potrebbe pensare che il rifiuto di firmare il trattato sia dovuto a una certa insofferenza ideologica di fronte agli inviti a gestire i migranti nel rispetto dei diritti umani. Più probabilmente, questo rifiuto fa invece parte del bisogno del governo italiano di mostrare i muscoli e blindare il mercato del lavoro interno affinché i migranti diventino compiutamente manodopera usa e getta e gli italiani, in cambio, siano costretti ad accettare qualunque livello di sfruttamento. Non riuscendo a sottrarsi ai diktat dell’Europa e del mercato globale in materia economica, il governo rivendica gli scampoli di sovranità che gli sono rimasti facendo la voce grossa sui migranti. Il Global Compact, però, non fallirà per la defezione italiana, che si aggiunge a un gruppo di Stati che va dai Visegrad all’Australia e agli Usa, ma perché nasce già morto. Anche la Germania, che il Compact lo ha firmato, sa bene che esso avrà respiro corto, tanto da aver proposto agli Stati africani di concedere terre agli europei per costruire e gestire città in Africa allo scopo di arginare le migrazioni.

Le pretese di un patto presentato come novità assoluta nella storia del governo delle migrazioni sono irrealistiche non solo perché il Compact non è vincolante, ma anche perché gli Stati chiamati ad attuarlo sono gli stessi che, non potendo né volendo sottrarsi al dominio del capitale globale, provano a chiudere i confini. Mentre assicura una protezione di facciata dei diritti dei migranti, il compact non può far altro che rivolgersi al fantasma della sovranità degli Stati, a cui rimane il potere discrezionale di decidere chi è regolare e chi no. Un potere che il trattato di fatto consolida perché rafforza la divisione tra migranti e rifugiati, riconoscendo esclusivamente ai secondi il diritto alla protezione internazionale. Per quanto riguarda i primi, gli Stati sono lasciati liberi di decidere «caso per caso». L’affermazione del principio secondo cui la migrazione deve essere un beneficio per tutti è poi seguita dall’obbiettivo quanto mai ardito di eliminare le cause strutturali della migrazione e di governarne tutti i passaggi fin dalla sua origine. Questo può essere fatto “aiutandoli a casa loro”, creando cioè infrastrutture e sviluppando “capitale umano”, oppure, in opposizione alle recenti manovre del governo italiano, riducendo al 3% le tasse sulle rimesse, pezzo importante di «capitale privato» destinato a pagare una quota di riproduzione sociale nei paesi di partenza.

A differenza di quanto hanno dato a intendere Salvini, Orbán e i loro amici, il Global Compact non afferma dunque che la migrazione è un diritto umano, bensì soltanto che nel gestire le migrazioni vanno rispettati i diritti umani. C’è da dubitare che questi diritti umani di cui i migranti sono idealmente titolari offrano anche qualche sicurezza sul futuro. L’accordo non va oltre un generico invito all’eliminazione di razzismo e discriminazione, al riconoscimento dell’indipendenza delle donne, contro lo stereotipo di vittime, secondo un approccio vagamente multiculturale.

Non diversamente dal più datato manuale di cooperazione internazionale, il Compact utilizza inoltre il linguaggio delle burocrazie internazionali per dire che la migrazione deve essere affrontata congiuntamente da tutti gli attori in gioco: non è cioè solo un affare dei migranti, ma riguarda anche privati, sindacati e vari settori della società civile. Ai migranti si riconosce d’altronde solo il diritto di non essere espulsi troppo arbitrariamente o detenuti in condizioni disumane e per un tempo irragionevole. Per il resto, il coinvolgimento di imprese e sindacati indica che la vera posta in gioco è il lavoro migrante. È in tale prospettiva che va letto l’obbiettivo di stipulare accordi sulla mobilità del lavoro e di stabilire vari gradi di liberalizzazione del regime nazionale fondato sul permesso di soggiorno. Le diverse tipologie di visto dovrebbero così essere differenziate a seconda delle esigenze dei padroni e includere «permessi di soggiorno flessibili». Tutto questo per incentivare la mobilità del lavoro qualificato – in questo quadro va letto l’appello all’armonizzazione delle qualifiche e dei titoli di studio – e l’ormai nota «occupabilità», che va agevolata permettendo la portabilità dei diritti sociali acquisiti (pensioni, sanità, ecc.).

Nella misura in cui pretende di governare il lavoro migrante istituzionalizzando la sua mobilità a condizione permanente e funzionale alle esigenze d’impresa, il Global Compact mette dunque in tensione l’idea di un monopolio nazionale del mercato del lavoro, cavallo di battaglia di più di un governo (non solo quello italiano) in Europa e non solo. Eppure, quando il Compact invita gli Stati aderenti a rivedere le leggi sul lavoro per limitare lo sfruttamento, in particolare delle donne migranti – specialmente come addette al lavoro domestico e ai lavori più malpagati – in ragione della loro maggiore esposizione alla violenza, le sue indicazioni non intendono in alcun modo pesare sulla sovranità degli Stati. Il principio «paga eguale per lavoro di eguale valore» sembra più che altro una formula vuota se si pensa quanto sia semplice applicarlo per livellare al ribasso le pretese sul salario, come dimostra la recente direttiva europea sui lavoratori in affitto. Inoltre, in piena sintonia con lo smantellamento del welfare, ai migranti andrebbe concesso il minimo indispensabile per «facilitarne la partecipazione alla vita della comunità». Per questo può bastare una «registration card» locale che dia accesso ai «servizi di base», ma non dia diritto alla residenza, quindi alle residuali prestazioni sociali che ancora spettano alla cittadinanza. Benché non sia stato firmato, le indicazioni del Global Compact sono quindi già state recepite dal governo giallo-verde che non solo ha negato l’iscrizione anagrafica ai richiedenti asilo, ma non vuole neanche concedere un misero reddito di cittadinanza ai migranti con in tasca un permesso di soggiorno per lavoro. Soprattutto, l’abolizione del permesso umanitario, con l’introduzione di permessi diversi che le Prefetture possono concedere con assoluta discrezionalità per sfruttamento, violenza domestica, calamità nel paese d’origine e motivi di salute, ricalca il tentativo del Compact di rafforzare le divisioni tra migranti classificandoli secondo gradi di «vulnerabilità». Lo spirito del trattato non contraddice l’impotente sovranismo del nostro e di altri governi: vuole rendere inoffensivi e dividere artificialmente i movimenti dei migranti che si presentano in massa sui confini mettendo in crisi la sovranità che lo Stato pretende di conservare.

Questo significa che, malgrado Salvini e gli altri razzisti di governo rigettino il Global Compact per riaffermare la propria autorità di decidere autonomamente sullo sfruttamento, c’è una sorta di integrazione tra il loro progetto e quello della governance che ha partorito il Global Compact. Grazie a questa integrazione, lo Stato sovrano può continuare a vivere se rimane all’interno di certi confini, mostrando però di essere moribondo appena li attraversa. Nonostante la retorica umanitaria e i proclami sull’importanza della cooperazione internazionale, il Global Compact non ha né i mezzi né tantomeno l’ambizione di contrastare le politiche razziste dei governi sovranisti, con buona pace dei sognatori democratici.

Tabella salvini

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