Sabotare la macchina della sofferenza. Migranti in transito permanente tra l’Europa e il Mediterraneo

In Italia il governo in preparazione promette deportazioni di massa dei rifugiati e minaccia di stabilire una sorta di semi-apartheid  per i migranti presenti sul territorio. Già ora, tuttavia, i giornali e i media di tutto il mondo mostrano quotidianamente lo «spettacolo del dolore» dei migranti e delle migranti che muoiono ai confini o in mare, che vengono umiliati in una delle tappe del viaggio che intraprendono in fuga dalla guerra e dalla miseria o alla ricerca di un futuro migliore.

Tutti sanno che cosa succede in Libia ma, nonostante l’indigestione, di notizie e di immagini, l’indifferenza fa sì che nessuno sappia davvero cosa affrontano quelle donne e quegli uomini e i loro figli accompagnati o meno. I migranti lo sanno, a dispetto di quanto si vorrebbe credere. Si stanno diffondendo veri e propri programmi istituzionali volti a dissuadere i migranti dall’intraprendere il viaggio, nella convinzione che essi partano senza sapere cosa li aspetta: lo chiamano aware migrants. È comodo credere all’idea, sostenuta anche da attori e programmi istituzionali, che i migranti che partono ignorino quali saranno le condizioni del loro viaggio verso l’Europa. Altrettanto comodo è continuare a parlare di “rimuovere le cause delle migrazioni” alla radice o di “aiutarli a casa loro”. Questi discorsi sono in realtà un modo per prepararsi ad accettare la ferocia con cui vengono poi repressi i movimenti dei migranti. In fondo, la costruzione dell’ignoranza e dell’impazienza sono strumenti utili a giustificare la punizione collettiva inferta ai migranti. Sostenere che i migranti non sappiano cosa li aspetta in Turchia, nel deserto, in Libia, nei campi, in mare o all’arrivo ai confini di un’Europa è non solo assurdo, ma indicativo di un modo di leggere i movimenti delle e dei migranti che non vuole riconoscere loro nessuna autonomia e nessuna voce, e che non vuole vedere, a dispetto dei programmi di consapevolezza o di rimpatrio e anche a dispetto delle atrocità, che i migranti non si fanno fermare.

Per questo vogliamo raccontare la storia di questo viaggio per la libertà così come è ricostruita da chi continua a muoversi. Questi racconti dimostrano che non saranno queste politiche o quei programmi di dissuasione a fermare gli arrivi, ma che invece, questo sì di certo, sono queste politiche a fare dell’inferno libico, delle torture e del ricatto dei documenti il pedaggio obbligato che viene fatto pagare a chiunque decida di esercitare la sua libertà di movimento, a chi lotta per la sua vita. Da queste storie, raccontate da chi quel viaggio non lo dimenticherà mai più, emerge in modo evidente anche il fatto che non si tratta più di una questione di nazionalità di provenienza o di safe countries. Quella che appare come una rinazionalizzazione del controllo delle frontiere è in realtà un governo complessivo della mobilità, che fa delle differenze tra i paesi di provenienza uno strumento flessibile per creare gerarchie tra i migranti. I migranti mostrano come oggi la nazione sia già, sempre, un fatto transnazionale. Le cause delle migrazioni non sono “eritree”, “senegalesi”, “nigeriane” o quant’altro, così come non seguono logiche nazionali le politiche europee che man a mano stanno minando la protezione internazionale anche per quelle che sembravano “categorie protette” e che invece lo sono solo per lassi di tempo definiti a seconda delle circostanze e di una logica politica e finanziaria con cui l’Europa tratta la cosiddetta questione migratoria. L’obbligo del servizio militare permanente in Eritrea, per esempio, ora non è più considerato una ragione valida per ottenere la protezione internazionale. Il sogno dell’Europa unita è di abolire i migranti come soggetti mobili, per poterli classificare nella più totale arbitrarietà e a seconda delle esigenze come richiedenti asilo, rifugiati o clandestini, ai quali non resterebbe che muoversi tra la gabbia dell’accoglienza, lo sfruttamento del lavoro e la minaccia dell’espulsione. Per quanto questo sogno non potrà mai essere realizzato, le terre di nessuno che si estendono attorno ai confini europei anticipano il progetto di annichilimento delle vite dei migranti.

Mentre in Ungheria una doppia barriera istituisce una sorta di terra di nessuno per filtrare i migranti che arrivano, la Turchia fa accordi con altri paesi africani verso i quali effettuare per conto dell’Unione europea i propri respingimenti di massa. Le “terre di nessuno”, in cui i migranti possono essere dimenticati, lasciati sospesi fino all’occorrenza o fino al rimpatrio, sono una novità che mostra come dentro i confini europei vige un violento sistema di governo della mobilità che si estende fino a quei paesi africani, nei quali si dovrebbero correggere “alla radice” le cause delle migrazioni. L’Italia con Minniti e le sue politiche ha messo in atto un meccanismo che combina respingimenti, sfruttamento della forza lavoro migrante e isolamento dei migranti sul territorio. Quando arriva la primavera, l’Austria manda i soldati sul confine come fosse in guerra. La Francia manda la polizia ai confini seguendo una logica che è nazionale solo nella misura in cui può essere fatta valere a un livello transnazionale, ai confini esterni dell’Europa e dentro l’UE. Di fronte a queste pratiche di governo violento dei confini, di fronte agli appelli e alle minacce al vetriolo di Orban, Macron può interpretare persino la parte di chi è impegnato a tenere unita l’Europa, a proteggere i diritti umani, quando la realtà è che dentro e fuori l’Europa assistiamo al tentativo di bloccare, di filtrare e di piegare in modo funzionale i migranti e le loro rivendicazioni. Questo governo della mobilità mira contemporaneamente a gestire e regolare le masse di poveri che si muovono. Ai confini, nei centri di accoglienza e di detenzione non ci sono “nazionalità” che camminano, ma donne e uomini che si ribellano e rivendicano una vita migliore attraverso il loro movimento. La sofferenza che incontrano e che sfidano non è accidentale, non è una questione di trafficanti e di mafie locali, non è neppure il risultato di un sistema inefficiente. “Questa sofferenza”, afferma Diop mentre ricostruisce il suo viaggio verso l’Europa “è una macchina programmata”. Questa macchina funziona dall’Africa all’Europa e dall’Europa all’Africa.

 

“In Libia ci rinchiudono in grossi container, dai quali non è consentito uscire, se non per brevissimo tempo durante il giorno. Il cibo è scarso e di pessima qualità, poca e scadente anche l’acqua da bere, nessuna assistenza medica, servizi igienici impraticabili perché manca l’acqua. Ma il peggio sono i maltrattamenti, le minacce, gli insulti, le umiliazioni da parte di molti degli agenti di guardia. Molti si ammalano, ma nessuno se ne prende cura. Così molti muoiono. Chi non resiste si uccide o viene ucciso dallo stremo. Alcuni vengono ammazzati dai trafficanti o nei passaggi da un posto all’altro”. Infatti chi arriva in Libia ci arriva dopo mesi di privazioni, percosse, minacce. “La gente che parte dal Senegal va verso il Niger e da lì trova i passeur, trafficanti che si fanno pagare molti soldi per farsi trasportare in Libia. Alla partenza pagano dei soldi ma poi i passeur li rimandano ad altri contatti che si occupano del tragitto Niger-Libia con pick-up sovraccarichi. I trafficanti chiedono circa 300-400 mila franchi (circa 600 euro), e pagano per ognuna di queste persone 80 mila franchi (circa 120 euro, più di un salario medio in Senegal che corrisponde a poco più di 100 euro netti) per portarli in Libia. Durante il tragitto passano il deserto e ogni tanto le macchine restano in panne e si prosegue a piedi, disidratati e stanchi, lasciando una scia di morti. Quelli che riescono ad arrivare in Libia vengono venduti subito a gente che li rinchiude in capannoni dove guardie armate o ex soldati controllano ogni movimento, torturano, abusano per estorcere altro denaro. Capita ovviamente che i migranti decidano di ribellarsi per scappare ma spesso vengono uccisi nella fuga. Quando riescono a fuggire si ritrovano spesso nel circuito del lavoro coatto. Gli altri possono restare nei campi di detenzione anche per 8 mesi-1 anno finché non hanno pagato la somma richiesta. Per costringerli a pagare o accelerare l’arrivo dei soldi sono costretti, sotto ricatto, a chiedere ai familiari. Vengono picchiati finché non riescono a trovare un modo per farsi mandare i soldi. I trafficanti mandano messaggi vocali o video dove i parenti vengono torturati per spingere la famiglia a pagare il prima possibile. Quando non riescono a procurarseli i migranti vengono ammazzati per dare l’esempio. Le torture vengono usate per piegarli completamente. Le donne vengono violentate e sfruttate sessualmente, mentre gli uomini durante il giorno vengono portati a lavorare forzatamente nei cantieri. Allo stremo, molti chiamano casa disperati per farsi mandare i soldi. Questi passeur hanno altri contatti che vanno a recuperare i soldi raccolti dai familiari che vendono casa o macchine per aiutare il parente. Una volta arrivati i soldi i migranti vengono liberati dalla prigionia, per affrontare il resto del viaggio che presenta ancora molti altri ostacoli. I soldi infatti servono per fare il viaggio verso l’Italia, chi organizza il viaggio paga il gommone e il motore con i soldi dei migranti. Li mettono sul gommone trovano un migrante che lo guida e in acque internazionali spesso capita che arrivino altre bande di trafficanti che li sequestrano e li riportano in Libia, dove li rivendono di nuovo. E ricomincia tutto da capo. Tutto può durare anche due anni. Oppure capita che le barche non ce la facciano a superare il tragitto, imbarcano acqua o il motore non va più e restano lì in mezzo al mare, alla mercé dei soccorsi internazionali e degli accordi tra Stati, Guardia costiera e Ong. Tra chi riesce ad arrivare molti sono traumatizzati, alcuni non riescono a riprendersi, altri si lasciano alle spalle tutto per affrontare quello che li aspetta in Italia, per avere un permesso e un lavoro e continuare a lottare per un futuro migliore. Nessuno di noi è partito pensando di andare incontro a un sogno come vogliono farvi credere oggi. Siamo partiti per la libertà. Chi viene rispedito indietro dopo aver attraversato tutto questo è disposto a riprovare. Sappiamo perfettamente a cosa andiamo incontro, non abbiamo bisogno di qualcuno che ci dissuada dicendoci una verità che conosciamo da sempre, o aprendoci gli occhi che teniamo fin troppo aperti quando fin da piccoli cominciamo a lavorare per salari da fame. Partiamo perché non abbiamo paura più di niente”.

I passeur, le torture nei campi di detenzione libici sono solo uno degli ingranaggi di questa macchina della sofferenza, la cui programmazione avviene altrove. Lo dimostra il fatto che lo stesso Unhcr gioca un ruolo ambiguo e rimette tutto nelle mani dell’autorità libiche. La Libia diventa così una trappola dalla quale è quasi impossibile uscire. È questo il sistema europeo dei respingimenti. A dispetto delle notizie generiche che circolano sulla Libia e sulla violazione dei diritti umani, a Bruxelles nessuno pensa davvero di intervenire in quell’inferno, dal momento che ha contribuito a crearlo e che il governo della mobilità che l’Europa promuove dipendo da esso.

È un fatto che la Guardia Costiera italiana affidi senza troppe remore il coordinamento delle operazioni di soccorso nel Mediterraneo alla Marina libica: non si tratta solo di una politica dello scarica barile ma di un sistema più o meno informale di respingimenti di massa forzati. Per non parlare del fatto che in questo modo il diritto d’asilo è praticamente un miraggio, visto che ai migranti non viene concesso neppure di fare domanda, e questo a prescindere dalla nazionalità o dalle condizioni soggettive di provenienza.

Il sequestro della nave della Ong spagnola Proactiva Open Arms e l’incriminazione del capitano e del capo missione, per essersi rifiutati di consegnare alla Guardia Costiera di Tripoli i 218 naufraghi che avevano appena recuperato in mare, a 73 miglia dalla costa Africana è certamente l’episodio recente più esemplare di questo sistema di respingimento just in time.

Il caso Open Arms permette di registrare un cortocircuito giuridico fra l’atto di disposizione di convalida del sequestro ed il decreto di dissequestro, intervenuto successivamente. La necessità di quell’intervento di salvataggio e delle scelte compiute dalla Ong, durante le azioni di recupero, sono infatti tremendamente palesi, così come risulta ovvia l’impossibilità di consegna dei migranti alle autorità libiche, perché in Libia, al momento “non si possono garantire i diritti umani”. La Convenzione di Ginevra vieta i respingimenti, e considera come tali i casi in cui ai migranti non si garantisca di arrivare in un safe place. Nero su bianco il decreto di dissequestro dice questo: la Libia non è un posto sicuro. Il fatto che quest’evidenza venga dichiarata non è scontato: risulta in totale disarmonia con la politica migratoria nazionale ed europea, di cui invece il decreto di sequestro era la chiara estrinsecazione, perché la coscienza dell’inferno libico esiste, ma si ignora, consapevolmente. Il diritto internazionale svela quindi quello che effettivamente è: un fondale di formale giustizia e di umani valori che possono essere tranquillamente contratti e sformati alle esigenze delle politiche nazionali o europee.

Un episodio simile riguarda la nave Aquarius di Sos Mediterranee che è stata costretta ad abbandonare i migranti che stava portando in salvo, tra cui bambini e malati, per lasciarli a una motovedetta libica che li ha riportati indietro. Dire che sono i trafficanti a sequestrare i migranti per alzare il margine di guadagno sui viaggi che gestiscono, è semplicemente una menzogna che copre la vera dimensione di quanto sta accadendo tra le due sponde del Mediterraneo. Il sistema complessivo di governo delle migrazioni verso l’Europa ha infatti di fatto incorporato i trafficanti al suo interno. I migranti sono diventati delle merci di scambio economico e politico che devono essere valorizzate lungo tutto il loro viaggio, anche sottoponendo le loro vite all’arbitrio più totale.

Non si tratta allora solo di denunciare i respingimenti attuati dall’Italia o la collusione europea con quanto accade in Libia o in mare, ma di mostrare come la “macchina programmata della sofferenza” funzioni su un piano transnazionale contro chi continua a prendersi il rischio della propria esistenza, ribellandosi ad un presente fatto di miseria e violenza. Uomini e donne che scelgono di disertare le guerre e rivendicano il diritto ad una vita migliore, capaci di superare le distanze di lingua e provenienza per dare vita lungo il tragitto a un collettivo migrante che si sostiene e con forza persegue i propri obiettivi. Questi movimenti non sono pezzi di una macchina ma carne viva e possono diventare una potenza se cominciamo a costruire percorsi solidi per opporci a queste politiche e a questa violenza a fianco delle lotte quotidiane per la libertà che le e i migranti portano avanti. Dai movimenti che sfidano la macchina programmata della sofferenza emerge lungo le rotte migratorie un senso di unità, autonomia e condivisione che le e i migranti si portano dietro in Europa.

 

 

 

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