Vincere la paura. Rompere la gabbia europea della clandestinità

rifugiati11Lo scorso 12 dicembre a Bologna decine di migranti hanno manifestato davanti alla Prefettura. La manifestazione ha detto parole chiare su una situazione che si fa sempre più insopportabile. Hanno denunciato soprattutto l’assoluta inefficacia del sistema europeo della relocation, che costringe ormai migliaia di migranti in un limbo di attese di cui non si vede la fine e impedisce loro di muoversi e costruirsi una vita. E hanno vinto la paura prendendo parola contro il razzismo istituzionale di Questure e Prefetture, che attraverso ritardi, silenzi e un continuo uso della discrezionalità amministrativa punta a sfiancare i migranti che avrebbero diritto ad una forma di protezione, così da spingerli a rinunciare e cercare di ottenere un permesso di soggiorno per lavoro. Nel frattempo, come abbiamo denunciato nelle scorse settimane, sono sempre di più gli uomini e le donne costretti dal sistema dell’asilo ad aspettare, senza alcun documento, nei diversi centri di accoglienza e hub della Regione: senza difesa legale, senza mediatori che conoscano la lingua, con indicazioni spesso sbagliate da parte di un personale che non conosce le normative più recenti.

Situazioni simili sono state denunciate a Milano, dove duecento migranti hanno recentemente protestato contro le pessime condizioni del centro di Bresso, dove circa 600 sono costretti a vivere in condizioni pessime, spesso all’interno di tende, impedendo alla stampa e ai volontari di accedere per verificare la situazione. Anche a Roma, sabato 17 dicembre, in tanti e tante hanno manifestato al grido “noi non siamo il pericolo, noi siamo in pericolo!” insieme ai migranti ospitati nel centro autogestito Baobab, dove in migliaia hanno trovato un appoggio nel loro viaggio verso il Nord Europa. Come segnalato anche dal periodico “No Borders” del collettivo Cross-Point per quanto riguarda Brescia, situazioni come queste sono il frutto di una gestione politica della divisione arbitraria tra migranti economici e richiedenti asilo, con l’obiettivo di sfruttare meglio i primi e rigettare più facilmente le domande di protezione dei secondi. Mentre ancora non esiste un modo per regolarizzarsi nel quadro del testo unico sull’immigrazione, l’aumento esponenziale dei dinieghi alle richieste di asilo e altre forme di protezione indica come oggi, insieme alla Bossi-Fini, il governo europeo della mobilità con le sue regole dell’asilo siano diventati una enorme fabbrica della clandestinità che si riproduce continuamente con la violenza, il ricatto e il sopruso.

Da queste mobilitazioni è necessario ripartire per attaccare questa gabbia e la sua gestione italiana. Al cuore di queste proteste, infatti, non ci sono solo le condizioni certamente pessime dell’accoglienza, ma il problema della libertà di movimento e di un razzismo istituzionale che usa i migranti come merce di scambio che i singoli Stati usano per farsi valere di fronte all’Ue. Il regime di Dublino e la sua declinazione ultima, la relocation, non funzionano: secondo i dati dell’UNHCR, sono attualmente disponibili solo il 7% dei posti richiesti per il ricollocamento fuori dall’Italia, ma sono solo il 2% i ricollocamenti effettivamente avvenuti. Questo significa che a un sistema sbagliato si aggiunge l’incapacità o la non volontà dell’Italia di utilizzare anche i posti a disposizione: si continua a soffiare sul fuoco di un’invasione che non esiste per poter invocare una perenne emergenza, usandola poi come merce di scambio sui tavoli delle trattative europee. Si produce così sofferenza per i migranti e le migranti indicandoli come nemici, per tacere del fatto che i tagli al welfare, la precarizzazione del lavoro, l’impoverimento a cui si accompagna una crescente diseguaglianza non sono certamente l’effetto della loro presenza.

Nonostante questi dati parlino chiaro e in Europa vi siano ormai centinaia di migliaia di migranti senza alcuna certezza e privi della libertà di movimento, la Commissione Europea parla di “trend positivi”: tutti plaudono al nuovo accordo europeo con il Mali, il cui unico scopo è cercare di bloccare alcune rotte dei migranti, mentre il Niger riceverà 610 milioni di nuovi aiuti dall’Europa per avere praticamente azzerato il flusso di suoi migranti. Così l’Italia è intenta a firmare nuovi accordi bilaterali, trasformando gli Stati africani coinvolti nei nuovi confini dell’UE.

In questo quadro, anche la discussione sul superamento dell’accordo di Dublino non coglie il nodo politico del governo europeo della mobilità: dietro lo scontro tra la Commissione e gli Stati e tra alcuni Stati tra loro, c’è l’affermazione del potere di questi stessi Stati sulla vita dei migranti. Lo scontro in atto nasconde che il principio della relocation se da un lato sembra definire un governo della Commissione sulla mobilità europea, dall’altro conferma la nazionalizzazione delle politiche dell’asilo. La relocation, infatti, non è che un Dublino più raffinato, dove sono sempre e solo gli Stati a controllare il destino dei migranti che verrebbero gestiti come pacchi alla mercé dei confini nazionali. È del resto sempre agli Stati che guarda l’affannata ricerca di definire quali siano luoghi sicuri e quali no, legando così la sorte di ogni migrante al suo Stato di appartenenza da cui fugge o magari – in virtù degli ultimi accordi siglati – a uno Stato per il quale il migrante è solo transitato ma che per la magia del denaro può diventare uno dei luoghi del suo rimpatrio. Agli Stati guardano anche le riforme delle leggi sull’immigrazione che, recependo le direttive europee, vanno nella direzione di legare sempre di più l’immigrazione “economica” alle esigenze stabilite di volta in volta dai datori di lavoro nazionali. L’Europa impone il suo governo della mobilità reggendosi sugli Stati, ai quali è delegato il controllo sui movimenti dei migranti.

Di fronte a tutto questo è necessario pensare come organizzare su più ampia scala, nazionale e transnazionale, la rabbia che i migranti hanno espresso nelle proteste di queste settimane: non è più possibile affidarsi alle capacità degli Stati di garantire diritti o limitarsi a denunciare i limiti dell’accoglienza nazionale. É tempo di scardinare la gabbia del governo europeo della mobilità retto sugli Stati, una gabbia che non produce solamente esclusione e violenze, ma impone a tutta la forza lavoro, migrante e non, una mobilità condizionata allo sfruttamento. È tempo di immaginare rivendicazioni e lotte che superino la divisione tra migranti economici e rifugiati: una divisione istituzionale che viene attivata per neutralizzare con il razzismo la potenza espressa da una massa che si muove per sottrarsi allo sfruttamento, ma di fatto viene sospesa dalle Questure quando c’è da negare i diritti dei richiedenti asilo, da rendergli la vita impossibile, con lo scopo, neanche troppo velato, di trasformarli in più facilmente ricattabili titolari di permesso di soggiorno per lavoro. È tempo allora di impedire questa deriva e di avere chiaro in mente che il governo della mobilità si basa sul peggioramento a catena delle condizioni di vita di tutti i migranti, a prescindere dal tipo di permesso che hanno in tasca. Questo è dunque il compito che ci aspetta nel prossimo anno: tenere insieme le giuste rivendicazioni per il miglioramento delle condizioni sul piano locale e nazionale e la necessità di scioperare contro la fabbrica di clandestinità italiana ed europea. La rivendicazione di un permesso di soggiorno europeo per tutti i migranti, per la libertà di movimento di tutti coloro che sono destinatari o in attesa di una qualche forma di protezione e per opporsi allo sfruttamento sistematico, può aprire uno spazio in cui queste tante voci possano diventare una sola, potente voce.

 

Annunci