Violenze quotidiane. I migranti dentro e fuori gli hotspot

 

migranti-hotspotEspulsioni immediate, torture, bastoni elettrificati e umiliazioni sessuali. È questo il caloroso benvenuto che, secondo il rapporto di Amnesty, lo Stato italiano riserva a diversi migranti che fuggono da guerra, violenza e miseria. Questo è il loro primo incontro con l’accoglienza italiana, solo perché rifiutano di farsi prendere le impronte digitali per sfuggire alla maglie del regolamento di Dublino II, che gli impedirebbe di lasciare l’Italia per tutto l’iter della richiesta di asilo.  Effetti dell’”approccio hotspot”, come suggerisce il rapporto? Certo, le norme europee che impongono agli Stati membri di registrare le identità e prendere le impronte digitali dei migranti contribuiscono in maniera significativa a creare questa situazione, ma d’altronde tutti ricordiamo gli idranti sparati contro i migranti nudi a Lampedusa nel 2013, quando ancora la polizia italiana era poco “europeista” e preferiva chiudere un occhio per “dimenticare” di prendere le impronte digitali. Questo non ce lo chiede l’Europa, almeno non direttamente. Questa è piuttosto la verità dell’accoglienza “made in Italy” che sta dietro alle altisonanti dichiarazioni di Renzi, che parla di grande generosità e persino si vanta di bastonare la razzista Ungheria. Il fatto è che il governo ha bisogno di numeri alti di migranti registrati negli hotspot di arrivo per sbatterli sui tavoli europei e ottenere sconti sui vincoli di bilancio: per questo bisogna strappare le impronte digitali ai migranti con ogni mezzo necessario.  La statistica, si sa, giustifica i mezzi. D’altra parte, quei migranti costretti con la violenza a lasciare le impronte digitali continueranno a essere numeri, la cui vita viene sospesa in attesa di un giudizio e proprio la statistica ci suggerisce che quel giudizio sarà con buona probabilità negativo. In Italia due richiedenti asilo su tre ricevono un diniego. Questa è la violenta realtà del lavoro migrante oggi: sia quando sono messi a lavoro sia quando circolano e quando sono accolti, i migranti diventano così, sicuramente in modi differenti, fonte di ricchezza. Una ricchezza che finisce immediatamente nelle tasche di padroni o cooperative o indirettamente in quelle dello Stato.

A loro tuttavia è riservato un percorso di arbitri, soprusi e coercizione in ogni momento, una volta varcato il confine: non solo negli hotspot, ma anche nei centri di accoglienza che ottengono sulla loro pelle appalti al ribasso, nei parchi, nelle stazioni o sotto i ponti dove sono costretti quando escono dal circuito dell’accoglienza e tutti i giorni negli uffici delle Questure e nelle commissioni territoriali istituite dalle Prefetture. Qui è il razzismo istituzionale che decide sulla vita dei migranti, come abbiamo detto la settimana scorsa con una conferenza stampa alla Questura e alla Prefettura. Anche se l’assessora Gualmini assicura che in Emilia Romagna l’accoglienza funziona benissimo, basta guardarsi attorno per vedere la silenziosa violenza che va oltre gli hotspot. Portare alla luce questa violenza quotidiana è il nostro impegno e nelle prossime settimane continueremo a denunciare le pratiche sistematiche di razzismo istituzionale che Questure e Prefetture mettono in atto in questa regione.

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