Salvarsi dal mare per finire annegati in città: l’accoglienza democratica a Bologna

accoglienzaLa politica dell’accoglienza nella democratica Bologna ha tante facce. Ha la faccia degli sgomberi che colpiscono con raccapricciante brutalità le occupazioni dove vivono famiglie messe in ginocchio dalla crisi, tra cui tante donne, uomini e bambini migranti. Ha poi la faccia dei nuovi hub come l’ex Cie di via Mattei, dove le ondate di migranti in arrivo determinano una gestione perennemente emergenziale dell’accoglienza, il continuo allestimento di nuove tende per ospitare numeri che superano abbondantemente la capienza originaria (235 persone). È in via Mattei che inizia l’odissea dei richiedenti asilo. Qui toccano con mano cosa significa essere salvati dal mare, per essere lasciati annegare nelle città. Significa una vita sospesa, che si snoda tra l’hub di via Mattei e gli altri centri di accoglienza, senza alcuna prospettiva ma solo un’attesa logorante e inconcludente: tra un presente che non passa mai e la speranza di ricongiungersi a parenti e amici in altri paesi europei attraverso quella farsa che chiamano relocation system, tra i colloqui con commissioni territoriali spesso incompetenti e i 10-12 mesi, contro i 30 giorni previsti dalla legge, ad aspettarne il parere, tra la paura di aver rischiato la vita per niente e ricorsi che assomigliano a lotte contro i mulini a vento, tanto più che il governo intende abolirli. Questo razzismo democratico di governo, che ha origine a Roma e si irradia nelle Prefetture e Questure cittadine, i richiedenti asilo lo vivono ogni giorno sulla loro pelle.

A queste vite sospese, raccolte nel Mediterraneo e sbattute poi sui tavoli europei per ottenere sconti sui vincoli di bilancio, la democratica Bologna mostra però almeno altre due delle molteplici facce dell’accoglienza. Non è bene che i richiedenti asilo stiano con le mani in mano. Perché allora non metterli al lavoro? Gratuito e volontario, certo, così almeno se la ripagano questa accoglienza democratica, come prevede il protocollo siglato l’anno scorso dalla regione. Lo sfruttamento è il segno dell’accoglienza made in Emilia-Romagna: è la moneta per ripagarla. Un’accoglienza a tempo determinato, perché la sua ultima faccia, la più cinica, si chiama politica dei dinieghi. A fronte di circa 7000 domande di richiesta di asilo presentate a Bologna dall’inizio del 2014 a febbraio 2016, solo 3000 migranti, meno della metà dei richiedenti, hanno ottenuto una qualche forma di protezione umanitaria. Le percentuali dei dinieghi sembrano però destinate a salire, in linea d’altronde con i dati nazionali che in ogni mese del 2016 registrano quote superiori al 60%, con punte del 68%. L’orientamento delle commissioni territoriali bolognesi è ormai quello di concedere la protezione, anche questa condizionata e temporanea, solo a eritrei e siriani, ignorando il passato di miseria e violenza da cui fuggono gli altri migranti.

Dietro i numeri, le attese e i dinieghi si nascondono però speranze tradite a colpi di decreti di espulsione: famiglie, uomini e donne sole, minori non accompagnati che cercano una vita che gli viene negata. E quando, come nella maggior parte dei casi, i decreti non vengono eseguiti, ai migranti non resta che vagare in cerca di un futuro che non c’è, tra un pasto incerto e un alloggio di fortuna, nei dormitori, quando c’è posto, o più spesso nei parchi e sotto i ponti. Qui alla loro paura si somma quella degli italiani. E allora il governo manda la polizia o l’esercito a pattugliare le città. Quest’accoglienza, brutale e farsesca al tempo stesso, può generare solo la paura, anche quando la ribattezzano «accoglienza diffusa», come ha fatto il Pd bolognese in occasione dell’ultima tornata elettorale. Dietro queste formule, si nascondono il solito «volontariato» e i soliti «tirocini formativi». Il razzismo democratico di governo ha scoperto una nuova ricetta per l’integrazione. E si chiama sfruttamento.

 

 

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