I migranti contro il debito dell’accoglienza: per uno sciopero sociale transnazionale

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Dal 21 al 23 ottobre a Parigi si terrà un meeting internazionale organizzato dalla piattaforma del Transnational Social Strike. Transnazionale è lo spazio in cui i migranti si muovono e lottano per abbattere i tanti confini politici, interni ed esterni, dell’Europa. Quello che segue è il documento politico con cui sosteniamo il progetto di uno sciopero sociale transnazionale che dia spazio al protagonismo dei migranti.

 

Accoglienza, solidarietà, integrazione. Sembra che nelle ultime settimane il Pd non parli d’altro quando il discorso cade sulle migrazioni. Certo, non mancano i consueti riferimenti alla sicurezza, ma questi improvvisi slanci di generosità «democratica» qualche sospetto lo lasciano. Andiamo più nello specifico. Il 19 settembre il sindaco renziano di Milano Giuseppe Sala chiede con una lettera pubblica al governo di cambiare rotta in materia di migrazioni. Anche qui tutto un affastellarsi di accoglienza, integrazione e «mani tese», su cui però aleggia lo spettro dei «doveri» e della «disponibilità» che i migranti devono mostrare in segno della loro riconoscenza verso il paese ospitante. La lettera di Sala ha suscitato un coro di approvazioni nelle fila degli amministratori locali e dei vertici nazionali del Pd, anche – o forse soprattutto – quando il sindaco di Milano ha chiarito che tra i «doveri» degli «ospiti» in pelle nera rientra quello di lavorare gratuitamente per la «cura del territorio e la pulizia della città». Che poi questo dovere sia ancora mantenuto su base volontaria ci fa tirare un sospiro di sollievo ma in linea generale poco cambia. È stato fissato un principio: l’integrazione ha un costo e l’accoglienza è un debito. Lo sfruttamento e la disponibilità a ogni forma di lavoro sono le monete per ripagarlo.

Questa è la «speranza» di integrazione che il governo offre ai profughi che fuggono da guerre, devastazione e miseria, per poi cinicamente tradirla quando le domande di asilo giungono davanti alle commissioni territoriali. Si tratta infatti di una speranza a tempo determinato e, più precisamente, determinato da una politica dei dinieghi che ha toccato livelli inquietanti. Se nel 2015 il 58% delle domande presentate venivano rifiutate, le percentuali registrate mese per mese nel 2016 sono sempre state superiori al 60%, con punte fino al 68%. Significa che per due richiedenti asilo su tre l’accoglienza si snoda tra il soggiorno coatto in centri spesso fatiscenti e sovraffolati e un lavoro sottopagato quando non gratuito, per poi andare a sbattere contro il razzismo di governo così ben interpretato dalle commissioni territoriali. Nel 2013 e nel 2014 le percentuali di diniego non arrivavano al 40%. Certo, si tratta di un incremento che registra un dato di fatto incontrovertibile: la richiesta di asilo costituisce ormai l’unico canale di accesso in Europa. Ciò comporta che, pur sapendo di non avere i titoli per superare lo scoglio della commissione territoriale, molti migranti provenienti da cosiddetti «paesi sicuri» non abbiano altra scelta se non quella di tentare la strada della protezione umanitaria per mettere piede sul suolo europeo. Solo siriani ed eritrei ottengono una qualche forma di protezione umanitaria, sebbene anch’essa limitata nel tempo e condizionata, che non viene invece riconosciuta a chi pure proviene da paesi dove la miseria, le guerre e il terrore dei governi dittatoriali e dei gruppi terroristici sono all’ordine del giorno. La “profilazione etnica” del richiedente asilo è il criterio guida delle commissioni territoriali e contro di essa si infrange la speranza di molti di ottenere quei documenti che contano ben più della famigerata integrazione, specie quando si presenta sotto la forma coatta dello sfruttamento.

La riforma del diritto d’asilo presentata quest’estate dal ministro della Giustizia Orlando va d’altronde nella direzione di legittimare l’operato delle commissioni, tanto più che, in sfregio a un principio cardine di ogni ordinamento giuridico, viene negata ai migranti che ricevono un diniego la possibilità di fare appello alla decisione del giudice di primo grado. Legislazione e amministrazione delle migrazioni vanno di pari passo nell’impedire la libertà di movimento dei migranti. Dal momento in cui entrano in Europa a quello in cui verranno posti in clandestinità, essi devono essere soltanto liberi di accettare i doveri che l’accoglienza precaria e, al tempo stesso, coatta impone. Raccolti nel Mediterraneo per essere poi sbattuti sui tavoli europei con l’obiettivo di ottenere sconti sui vincoli di bilancio, i migranti vivono in un tempo sospeso, fatto di attese logoranti e inconcludenti. Una quotidianità che non passa mai in centri di prima accoglienza privi di risorse per l’integrazione, che non sia quella offerta dai programmi di lavoro volontario o gratuito sponsorizzati dalle istituzioni o quella estorta dall’astuzia padronale che sa dove cercare forza-lavoro a basso costo. I dinieghi trasformano questo tempo sospeso in una vita negata, costretti a vagare per le città alla ricerca di un futuro che non c’è, tra un pasto sempre incerto e un alloggio di fortuna, nei dormitori, o più spesso nei parchi e sotto i ponti, mentre continuano gli sgomberi delle occupazioni abitative, fatte con brutalità un minuto prima dell’inverno.L’esasperazione cresce nei nuovi gironi della clandestinità prodotta dalla gestione della protezione umanitaria, ma sfugge a percorsi organizzativi che ne estraggano la potenza politica.

Anche per quel 30% scarso di migranti che ottengono una forma di protezione umanitaria la strada della loro permanenza in Europa non è però tutta in discesa. In primo luogo, perché dai dati degli ultimi mesi emerge che la concessione dell’asilo, la forma più completa di protezione, è stata riservata soltanto a pochissimi casi (il 5-7% delle domande), mentre la protezione sussidiaria e il permesso umanitario, che prevedono varie limitazioni sul fronte della mobilità intraeuropea, si attestano su cifre che variano tra il 10 e il 20% (per le differenze tra queste tre forme di protezione leggi qui). Più in generale, il nuovo regolamento in materia di diritto d’asilo proposto quest’estate dalla Commissione europea sancisce la più arbitraria precarietà dello status di rifugiato. Secondo le indicazioni della Commissione, a cui gli Stati europei sarebbero chiamati a uniformarsi per dare vita a un diritto d’asilo comunitario, la protezione potrà essere revocata qualora le condizioni che ne hanno motivato la concessione vengano a decadere. Lo status di rifugiato sarà dunque sottoposto a periodiche procedure di revisione, mentre l’accesso a prestazioni di welfare sarà subordinato alla partecipazione a «misure di integrazione», secondo il criterio accoglienza e protezione uguale debito. Perfino un’accoglienza degna dovrà allora misurarsi con la precarietà dello status di rifugiato. Per essere riconosciuti come rifugiati non basterà più fuggire da situazioni di grave pericolo di vita, ma si dovrà continuamente dimostrare di essere degni di essere accolti. Per capire in che direzione sta andando l’Europa, basta d’altronde guardare a cosa succede in Germania, dove il nesso tra integrazione e sfruttamento è stato istituzionalizzato al punto tale da costringere i migranti a lavorare a 80 centesimi all’ora per dimostrare di essere «debitori credibili», ovvero di meritarsi tanto l’accoglienza quanto l’accesso a prestazioni sociali minime.

Per quanto un diritto d’asilo comunitario non sia ancora stato codificato, il governo europeo della mobilità agisce disseminando di ostacoli e limitazioni il percorso dei migranti sul territorio europeo. Sotto questo aspetto, ci pare evidente che il governo italiano delle migrazioni si stia muovendo verso i più strutturati modelli europei e, nella fattispecie, verso quello tedesco. Un modello emergenziale come quello italiano, in larga misura incentrato su centri di prima accoglienza, non può d’altra parte reggere l’urto di flussi migratori crescenti, specie da quando il trucco di aggirare Dublino II permettendo ai migranti sbarcati in Italia di transitare verso altri paesi, è stato svelato dall’Ue e quindi non è più praticabile. Ci sembra questo un dato di fatto ormai consolidato e lo dimostra in fondo lo sdegno generale suscitato dalla denuncia delle condizioni disumane in cui versa il Cara di Foggia, che hanno scosso perfino la coscienza di Angelino Alfano, sempre che ci sia consentito adoperare un termine così altisonante nel caso del ministro degli Interni. Non ci sembra d’altra parte un caso che tutti questi slanci di «generosità democratica» si siano moltiplicati a partire dall’incontro tenutosi a metà settembre a Bratislava tra i capi di governo europei, che, mentre ha ratificato il fallimento di un relocation system fondato su una redistribuzione «equa» dei migranti nei vari Stati europei, ha sancito il trionfo della «solidarietà flessibile» proposta dai cosiddetti governi di Visegrad (Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia), che in sostanza stabilisce che sono gli Stati membri a definire in che misura intendono contribuire alla riallocazione. Non è una sorpresa che il relocation system non sia decollato e non è certo una sconfitta in un referendum ai confini dell’Europa a innescare un rilancio della solidarietà tra gli Stati delll’Unione. Non potendo contare sulla buona volontà di altri Stati, l’Italia sta cercando di trasformare i richiedenti asilo in forza lavoro usa e getta. Il nuovo mantra dell’integrazione e dell’accoglienza serve benissimo allo scopo, perché traduce in un linguaggio “democratico” e ragionevole l’imposizione di un lavoro impoverito e senza diritti come unico titolo per richiedere una permanenza precaria in Europa. In luogo del muro di Orbàn, i confini dei documenti, le barriere del welfare, la coazione del lavoro. Il primo fa storcere il naso a molti, i secondi appaiono accettabili perfino a tante “coscienze sinistre”.

D’altra parte, l’Italia ha accumulato non pochi ritardi sul piano di un efficiente governo delle migrazioni che, come in Germania, passi dal binomio integrazione-sfruttamento. La strada però è tracciata e punta a superare una gestione dei flussi migratori realizzata finora con le «buone pratiche» del ministero dell’Interno: ordine e sicurezza garantiti dal pattugliamento delle città e da centri di accoglienza dormitorio e politica del diniego per contenere i numeri ed espellere i «superflui». Questo surplus di efficienza che un modello pienamente europeo dovrebbe garantire contiene però un difetto: presuppone una massa migrante docile, disciplinata e riconoscente. Caratteristiche che, con buona pace dei coscienziosi democratici europei, i migranti hanno dimostrato di non possedere. Dallo sciopero politico del 2010 alle mobilitazioni nella logistica, dalle proteste contro le condizioni di vita imposte nei CARA alle rivolte nelle filiere del lavoro agricolo, fino all’ostinazione con cui praticano la libertà di movimento oltrepassando i confini, i migranti sfidano quotidianamente il governo europeo della mobilità, mettendo in campo il potenziale transnazionale delle loro lotte.

Via via che i dinieghi si intensificano e il bluff dell’accoglienza e dell’integrazione viene svelato, dobbiamo chiederci come valorizzare questo potenziale. Contro lo sfruttamento a tempo determinato imposto sui migranti e regolato dalla politica dei dinieghi, è necessario lottare per un permesso di soggiorno minimo europeo che, a prescindere da ogni criterio, garantisca a chiunque arrivi in Europa la libertà di costruire la propria vita. Questa lotta deve saldarsi a quella per un salario minimo e un welfare europei, perché la precarizzazione dei salari e del welfare, i dinieghi e l’integrazionecoatta dei migranti sono le condizioni politiche del nostro sfruttamento e rendono sempre più difficile organizzarci. Solo accumulandopotere su scala transnazionale sarà possibile fare uno sciopero che incida davvero. È questo il contributo che i migranti possono dare a un progetto di insubordinazione del presente, che incroci quello di precarie e operai europei. È per questo che parteciperemo al meeting europeo organizzato dalla piattaforma del Transnational Social Strike di Parigi dal 21 al 23 ottobre e ne sosteniamo il progetto politico.

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