Nessun debito da pagare. L’insubordinazione dei migranti nell’età dell’accoglienza

Tunisian migrants wait for the arrival of boats at Lampedusa on March 27, 2011. Hundreds of Tunisians have been moved to a tent camp set up in southern Italy that could house up to 3,300 people, local officials said, as anger against the migrants rose among locals. AFP PHOTO / ALBERTO PIZZOLI (Photo credit should read ALBERTO PIZZOLI/AFP/Getty Images)

Partiamo da un fatto. Oggi per i migranti la richiesta di accesso al regime di protezione internazionale è l’unico modo per entrare nel territorio italiano. Oggi in Italia si arriva via mare, rischiando la vita per ottenere il diritto di restare. Questo diritto non si conquista mai del tutto. È un diritto che impedisce di muoversi liberamente in altri paesi europei e obbliga a rimanere per un lungo periodo nei centri di accoglienza, dove la vita, i progetti e i bisogni dei migranti sono sospesi. Per la maggioranza dei migranti si tratta di una permanenza precaria, a tempo determinato: mentre in Europa le domande di asilo accolte superano il 97%, in Italia nel 2015 le Commissioni territoriali hanno esaminato 46.000 richieste di protezione internazionale respingendone più della metà. Solo il 5% dei richiedenti ha ottenuto lo status di rifugiato, mentre al 16% è stata riconosciuta la protezione sussidiaria e al 23% il permesso umanitario. La moltiplicazione dei regimi di protezione (permesso umanitario, protezione sussidiaria, asilo) e la preferenza accordata a quelli a «tempo determinato» testimoniano il disegno del governo, in linea con le istituzioni europee, di creare divisioni e gerarchie tra i migranti. Nel Rapporto sull’accoglienza rilasciato dal Ministero dell’Interno a ottobre del 2015, gli uomini di Alfano rivendicano con orgoglio la riduzione delle domande di asilo accettate rispetto al 2014. Nelle Commissioni territoriali all’orgoglio si somma poi in molti casi la calcolata ignoranza di chi è chiamato a giudicare delle vite e delle scelte di libertà dei migranti. Come succede a Bologna, il risultato è il rifiuto dell’asilo politico persino a quei migranti che scappano da una dittatura feroce come quella eritrea o che, con la loro fuga, si oppongono all’oppressione fascista dello Stato islamico.

È solo questa l’Italia dell’accoglienza? No. Perché nell’accoglienza made in Italy c’è anche di peggio. E arriviamo così a un secondo fatto. Per il governo i migranti sono una miniera d’oro. Solo quell’anima torbida di Salvini può far finta di ignorarlo. Renzi sa che i numeri degli sbarchi (oltre 140mila nel 2015) sono l’arma migliore per trattare con la Commissione europea e ottenere un allentamento dei vincoli di spesa imposti da Bruxelles, tanto più necessario in vista dei prossimi decisivi appuntamenti elettorali. Mentre rivendica la parte di un paese più accogliente, il governo pensa ai migranti che giungono sulle coste del «Belpaese» come merci di scambio con l’Europa e nel frattempo li trasforma in forza-lavoro usa e getta. Dopo due mesi dalla richiesta di protezione, infatti, i migranti ottengono il «diritto» di lavorare, in attesa che la Commissione, con buone probabilità, rigetti la loro istanza. I tempi biblici (in media 12 mesi contro i 30 giorni previsti dalla legge) con cui le Commissioni territoriali esaminano le richieste di protezione si integrano alla perfezione con la strategia di riprodurre forza lavoro ricattabile. La permanenza in Italia e la possibilità di muoversi in Europa dipendono da pezzi di carta che sono rilasciati con più o meno facilità, in numero maggiore o minore a seconda del calcolo politico del momento, ma sempre in modo funzionale alle esigenze di un mercato che richiede una forza lavoro – migrante o italiana – a basso costo e facilmente licenziabile. Non stupisce che sia il «produttivo» Nord ad avere la percentuale più alta di domande accolte (il doppio rispetto al Sud). La politica dell’accoglienza del governo Renzi è il Jobs act di profughi e richiedenti asilo.

Questo è il senso dei protocolli d’intesa siglati dalle Regioni che «permettono» ai migranti di saldare il «debito» dell’accoglienza lavorando gratuitamente. Se la Bossi-Fini costringe tutti i migranti alla precarietà, legando il permesso di soggiorno al lavoro, oggi vogliono impedire a chi arriva in Europa di muoversi autonomamente per realizzare una vita migliore. Questo tentativo di trasformare il lavoro migrante in lavoro profugo ha lo scopo di neutralizzare le lotte che i migranti e le migranti hanno messo in campo in questi anni, anche nelle situazioni più estreme di sfruttamento. Di fronte all’insubordinazione del lavoro migrante, il governo e l’Unione Europea intervengono per imporre nuove forme di subordinazione. In fondo, il sistema dell’accoglienza si basa su questa stessa logica: la logica dell’integrazione nella precarietà attraverso ospitalità in larga misura affidata a strutture di prima accoglienza, mercati del lavoro selvaggi e a cielo aperto, e per una minoranza a centri di seconda accoglienza che prevedono corsi di formazione, tirocini e avviamento a un lavoro precario e povero che non garantirà alcuna emancipazione. Al contrario, il rigetto della maggior parte delle richieste di protezione consolida la tendenza alla violenta clandestinizzazione del lavoro migrante imposta dalla crisi economica in virtù del legame tra permesso, lavoro e reddito. Il messaggio del governo ai migranti in arrivo è allora tanto chiaro quanto odioso: «ricordatevi che prima o poi, quando non ci servirete più, ve ne dovrete andare. La vostra mobilità è nelle nostre mani». L’accoglienza in Italia è la continuazione con altri mezzi della Bossi-Fini aggiornata al mercato globale della precarietà.

Lo sfruttamento è il vero e unico permesso di soggiorno che unisce chi sta arrivando in questi mesi e chi è arrivato in Italia ormai da diversi anni. Attraverso le diverse tipologie di permesso di soggiorno, i governi europei vogliono decidere chi ha la piena titolarità di restare, chi può muoversi e a quali condizioni. Le migliaia di uomini e donne che stanno sbarcando in Italia dopo aver attraversato guerre e confini però non accettano che il governo – italiano o europeo che sia – decida sul loro futuro come fossero dei pacchi da smaltire. Non accettano che Prefetture, Questure e Commissioni territoriali abbiano l’ultima parola sulla loro vita. Non lo accettano perché verso Roma e Bruxelles non vogliono pagare alcun debito, ma solo continuare a praticare la loro libertà. Di fronte a tutto questo, la posta in gioco che abbiamo davanti è quella di porre questo processo di trasformazione del lavoro migrante in lavoro profugo al centro della nostra iniziativa politica. Mettere in comunicazione lavoro migrante di vecchia e nuova generazione, riconoscere che la mobilità dei migranti è una forma immediata e materiale di insubordinazione contro i confini territoriali e salariali, individuare e sovvertire le condizioni politiche che producono divisioni e gerarchie in tutto il lavoro: questa è la strada che dobbiamo percorrere insieme, a partire dalla rivendicazione di un permesso di soggiorno che permetta a tutti di circolare senza condizioni e liberi dai ricatti in tutto lo spazio europeo.

 

 

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