Integrazione allo sbando, sfruttamento efficiente: osservazioni sulla Regione Emilia-Romagna e l’accoglienza

IMG_0046_700x467Si legge sulla stampa nazionale che quasi 7 mila domande di richiesta di asilo politico sono state fatte solo negli ultimi due anni a Bologna. La risposta per legge dovrebbe arrivare entro 30 giorni, ma i migranti aspettano quasi un anno prima di ottenere, nella maggior parte dei casi, un diniego. Ad ottenere lo status di rifugiato sono stati infatti solo 239 migranti. Molto ha a che fare con la discrezionalità dei criteri con cui vengono esaminate le domande e ascoltate le storie dei migranti, la cui credibilità è messa in questione anche per la scarsa conoscenza che i commissari hanno dei paesi di provenienza. La prassi e le leggi attuali permettono di trattare come questioni private le vite di migranti che cercano libertà dalle guerre e dall’oppressione. A peggiorare la situazione ci sono poi le più recenti leggi sulla protezione umanitaria che di umano hanno solo il nome, ma perseguono precisi fini politici: sfruttare la cosiddetta crisi migratoria per ristrutturare il mercato del lavoro all’insegna della precarietà.

A questo approccio pragmatico contribuisce in modo eccellente la nostra cara Regione Emilia Romagna, che in pieno stile renziano negli ultimi anni si è riempita la bocca di solidarietà, accoglienza, integrazione e interculturalità, mentre siglava come intervento di sostegno ai rifugiati il protocollo di volontariato, ovvero trovava il modo di mettere al lavoro gratis non solo chi ha ottenuto protezione, ma anche chi è in attesa di risposta o ha fatto ricorso contro il diniego. Menomale che il protocollo è stato finora un fallimento, avendo coinvolto una percentuale bassissima dei migranti in arrivo, i quali “evidentemente” non la pensano come la Regione sul loro “contributo alla comunità” come segno di “reciprocità”. La reciprocità di cui si parla starebbe nel fatto che i migranti, nel migliore dei casi, ricevono un pezzo di carta che gli concede di non essere rispediti dove rischiano la vita e in cambio lavorano gratis svolgendo servizi socialmente utili, proprio come chi ha commesso un reato. La stessa “reciprocità” con cui viene gestita l’emergenza terremoto sulla pelle dei migranti che, dopo aver passato 4 anni nei container della bassa modenese, vengono ora sgomberati senza che siano state trovate soluzioni abitative alternative.

La verità è che il pezzo di carta che i rifugiati ricevono nel migliore dei casi li lascia in balia di un’integrazione tutta a loro carico, fatti di ostacoli burocratici e razzismo istituzionale, di ritardi nella consegna dei documenti e di soprusi agli sportelli, di dormitori della caritas e di sfratti e sgomberi che sono ormai la vera politica abitativa della Regione, per i migranti come per chi fa fatica a pagare l’affitto e arrivare a fine mese. L’assenza di politiche sociali di sostegno ai migranti va infatti di pari passo con l’assenza di tutele sociali concrete per le famiglie in difficoltà, per i giovani precari, per gli operai e per le donne espulse dal mercato del lavoro.

La verità è anche che al confronto con i migranti, di cui va tanto fiera, la nostra cara Regione preferisce i tavoli tecnici a porte chiuse, che finiscono con i responsabili delle questure che tanto si lamentano dei carichi di lavoro e un paio di pacche sulla spalla di comprensione e piena fede nel buon cuore degli operatori.

Questa è l’accoglienza scelta dalla Regione, questa è la vera politica sociale della Regione. Anche i migranti e i rifugiati hanno fatto però la loro scelta, rifiutando di lavorare gratis per i comuni, scendendo in piazza il primo marzo, protestando di fronte alle questure e contro gli sgomberi. E continueranno a farlo finché la politica dell’accoglienza sarà un’appendice del razzismo del governo brandito contro chi, attraversando i confini, si ribella alla guerra, alla violenza, all’oppressione e allo sfruttamento.

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