Contro i muri del razzismo democratico

20fIl 20 febbraio abbiamo protestato davanti alla Prefettura come eritrei, rifugiati e migranti che in questo paese subiscono una legge che invece di proteggere discrimina, nega l’asilo e costringe in un labirinto burocratico fatto di silenzi e muri. Il presidio ha aperto la possibilità di incontrare giovedì 25 febbraio alcuni dei responsabili degli uffici immigrazione di Prefettura e Questura. All’incontro, abbiamo chiesto che:

  • La Questura di Bologna non pretenda più che i richiedenti asilo o i beneficiari del permesso umanitario o sussidiario si rechino alle rispettive ambasciate per l’ottenimento del titolo di viaggio.
  • La Prefettura informi della possibilità di presentare dichiarazioni sostitutive per i documenti necessari a richiedere la cittadinanza.
  • L’ufficio immigrazione in via Bovi Campeggi smetta di gestire le pratiche in un modo che costringe i migranti a lunghe ed estenuanti file anche di notte.

Di fronte a tutto questo, ci siamo trovati di fronte a un muro: una continua negazione dei problemi posti, una costante ripetizione che tutto funziona per il meglio e secondo legge. Quando proprio non si è potuta negare l’evidenza, i dirigenti e funzionari presenti si sono trincerati dietro presunti problemi organizzativi o addossando le responsabilità sui migranti stessi. Neanche la giurisprudenza sembra fermare la Questura: a nulla è servito richiamare la sentenza del Tar Lazio (giugno 2015) che ha stabilito il principio per cui si può evitare di rimandare chi usufruisce della protezione sussidiaria e umanitaria all’ambasciata del regime dal quale è fuggito. Il muro che i migranti abbattono quotidianamente lungo le frontiere europee viene così riprodotto ogni giorno dall’arbitrio amministrativo di Questura e Prefettura.

Nel corso dell’incontro, i responsabili degli uffici hanno tuttavia garantito che:

  • ai migranti con status di rifugiato saranno (come peraltro prevede la legge) forniti i documenti necessari sia per rinnovare il titolo di viaggio, sia per la richiesta di cittadinanza;
  • a chi ha la protezione sussidiaria o umanitaria, ma non può o non vuole rivolgersi alle istituzioni del paese di provenienza, verrà garantita la possibilità di autocertificare la propria condizione di perseguitati politici ovvero di scrivere una dichiarazione in cui si fanno presenti i pericoli a cui il migrante incorre nel recarsi nel suo paese o all’ambasciata.

Si tratta di risposte del tutto insufficienti: l’autocertificazione non fa i conti con i problemi di lingua che i rifugiati possono avere e soprattutto con la paura che costringe molti migranti con protezione sussidiaria a difendersi dalle eventuali pressioni che il regime da cui fuggono esercita sulla loro vita, anche una volta immigrati. Il problema maggiore è la valutazione della Commissione per l’asilo politico che è sempre più influenzata da una logica restrittiva e discriminatoria di governo della cosiddetta “crisi rifugiati”. A Bologna, infatti, si fa ampio ricorso all’insufficienza di prove da parte del ricorrente o alla non credibilità della sua narrazione per negare l’asilo, riconducendo a questioni di natura privata i rischi di persecuzione o di grave danno esposti nell’eventuale ricorso. Questura e Prefettura dovrebbero tenere conto di questa discrezionalità quando gestiscono i documenti di chi, pur avendo diritto all’asilo, ha un permesso di protezione sussidiaria.

Con nostro grande stupore, la dirigente Bovini si è però detta disponibile a promuovere la costituzione del tavolo di confronto con i responsabili immigrazioni delle Prefetture e Questure della regione che il Coordinamento Migranti aveva chiesto in un incontro con la Vicepresidente e Assessore alle politiche di welfare e abitative della regione Elisabetta Gualmini. Dalla scorsa estate, infatti, abbiamo assistito a un continuo scaricabarile tra regione e prefettura, entrambi incapaci di dare seguito a una responsabilità politica ben precisa. Mentre continuavano a ripetere che era difficile mettere tutti intorno a un tavolo, lo scorso novembre, la Vicepresidente ha candidamente ammesso che in realtà il tavolo si era riunito. Ma a porte chiuse: regione, prefetture e questure si sono incontrate per complimentarsi di una presunta efficienza nella gestione dei permessi e dell’accoglienza, per negare le problematiche dai noi sollevate e derubricare i ritardi nella consegna a “scostamenti non rilevanti dalle tempistiche di legge”, infine per decidere di sfruttare la “crisi dei rifugiati” mettendoli al lavoro gratuitamente per mezzo del volontariato. Per arrivare a queste magnifiche conclusioni è stato necessario escludere i migranti da questo confronto. Ora però non ci sono più scuse. La risposta della Vicepresidente Gualmini all’interpellanza avanzata durante l’ultimo Consiglio regionale e le parole della dirigente Bovini provano che è assolutamente possibile organizzare un tavolo con i responsabili immigrazioni delle Questure e delle Prefetture della regione. É soltanto questione di volontà politica.

Non siamo così sprovveduti da credere che la democratica Emilia-Romagna possa abbattere i muri del razzismo istituzionale. Ma almeno ci aspettiamo che venga al più presto convocato un tavolo regionale, questa volta non a porte chiuse!

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