La corte di giustizia UE dà ragione ai migranti: basta pagare per restare!

Manifestazione dei migranti a Bologna - 23 marzo 2013

Manifestazione dei migranti a Bologna il giorno dopo il primo sciopero generale della logistica – 23 marzo 2013

Dopo la sentenza del TAR Lombardia, che ha stabilito l’illegittimità del ritiro della carta di soggiorno per motivi legati al reddito, una nuova sentenza della corte di Giustizia Europea dichiara contrario all’esercizio dei diritti il costo esorbitante chiesto ai migranti per il rilascio e il rinnovo del permesso di soggiorno. Da anni i migranti denunciano come “razzismo istituzionale” la pratica amministrativa di far pagare ai migranti balzelli ingiustificati per poter ottenere i documenti di cui hanno diritto. A questo si aggiunge che lo Stato italiano e le sue Questure e Prefetture si fanno pagare a caro prezzo, ma non rispettano i tempi dei rilasci e dei rinnovi, prolungando le attese e favorendo così la precarietà e lo sfruttamento dei migranti. Ora le sentenze dei tribunali stanno a poco a poco smantellando un sistema costruito in sordina dalle male pratiche degli Uffici Immigrazione, o quello delle detenzioni illegali, come rivela, se ce ne fosse ancora bisogno, la Corte di Strasburgo, che ha condannato l’Italia per aver detenuto in isolamento i migranti tunisini, poi deportati in base a segreti accordi con la Tunisia.

Per quanto riguarda i rilasci dei permessi, leggiamo che alla base dei ricorsi che portano a queste sentenze ci sono spesso patronati dei grandi sindacati come la Cgil. Gli stessi che però non abbiamo quasi mai visto nelle piazze quando i migranti denunciavano ad alta voce queste male pratiche. E’ necessario perciò fare alcune considerazioni.

Ci sono due idee alla base di questo attivismo sindacale quando si tratta di fare cause e ricorsi, che corrisponde al silenzio quando si tratta di manifestare o scioperare. La prima è che le questioni che riguardano i migranti siano questioni di diritti e non legate al lavoro, come se si potesse distinguere tra le due. Da anni però i migranti denunciano come gli 80-200 euro da pagare per i rinnovi siano di fatto una tassa impropria sul salario e sul reddito complessivo dei lavoratori migranti, a cui si sommano le spese per i ricorsi, per gli avvocati o per i patronati. La seconda idea è che la via giudiziaria sia da preferire alla lotta dentro e fuori i posti di lavoro. I sindacati si sono trasformati così in avvocati per delega, una mossa che non è comunque servita a frenare l’emorragia di iscritti. Questo è un problema loro. Il problema di tutti i lavoratori e le lavoratrici, invece, è che con questo comportamento i sindacati hanno contribuito ad approfondire quella divisione tra lavoratori migranti e non prodotta dal razzismo istituzionale, di fatto espellendo le questioni legate al lavoro migrante dalle loro piattaforme e mobilitazioni. C’è dunque una dose di responsabilità rispetto alla drammatica situazione che si vive in molti luoghi di lavoro, dalle fabbriche alle case, dai magazzini della logistica ai campi e alle speculazioni politiche razziste. Non basta scandalizzarsi né mobilitare gli avvocati. Sarebbe finalmente ora di capire che il ricatto contro il lavoro migrante non è una questione marginale o di settore perché produce razzismo, divisioni e precarietà, abbassando i salari e le tutele di tutti. Alcuni giudici lo capiscono, e i sindacati?

 

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