Il naufragio dell’ipocrisia. Migranti oltre Lampedusa #bastabossifini

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A poche ore dalla tragica, ennesima strage che ha dipinto di nero le acque del Mediterraneo abbiamo parlato di strage politica (leggi / english version). E di questo vogliamo continuare a parlare, dopo avere assistito al volgare teatro di un moralismo che non solo non può nulla contro il razzismo istituzionale, ma ne ha bisogno per trovare la propria ragion d’essere. Ipocrisia è la parola usata da larga parte della sinistra istituzionale e di movimento, scandalizzata dalle prese di posizione di chi chiede il Nobel per la pace per Lampedusa, di chi conferisce la cittadinanza ai morti mentre la nega ai vivi, di chi proclama il lutto nazionale mentre negli stadi parte del pubblico inneggia al razzismo. Questa non è una banale ipocrisia morale, ma una ben più pesante ipocrisia politica. Indifferente allo scandalo generalizzato, il nuovo garante delle larghe intese Alfano si è speso senza sosta per mettere subito al riparo dalle polemiche la legge Bossi-Fini. È questo il nocciolo duro che sta alle spalle della strage politica che si è compiuta a Lampedusa, questa è la posta in gioco dello scontro politico che si è aperto sulla pelle di centinaia di uomini, donne e bambini. Per alcuni la parola d’ordine “abolire la Bossi-Fini” significa rispettare maggiormente i diritti e persino introdurre una maggiore legalità. Per noi abolire la Bossi-Fini significa distruggere un ingranaggio di uno specifico sistema globale e differenziato di sfruttamento.

Le cronache raccontano che un migrante eritreo, rinchiuso nel Centro di Accoglienza Richiedenti Asilo di Lampedusa, abbia fermato la ministra Kyenge per parlarle non delle disumane e scandalose condizioni del centro, ma di come sfuggire alle norme europee (Dublino II) che impongono ai richiedenti asilo di risiedere nello Stato in cui sono arrivati. Questo episodio dice chiaramente che la pretesa di libertà che i migranti esprimono non si scontra solo con i rischi del viaggio, ma con un regime di differenziazione interna all’Europa che è essenziale alla gestione politica della crisi. Chi indica nelle politiche di austerity il primo nemico da combattere dovrebbe pensare che il primo modo per dimostrare quale sia l’Europa virtuosa e quella che deve risparmiare consiste nello scaricare sull’Europa mediterranea e di confine i costi sociali della mobilità globale. Non si tratta tanto di una discriminazione tra Stati, ma di una precisa gerarchia dello sfruttamento all’interno dello spazio economico e finanziario europeo. Che Barroso accorra a Lampedusa non è solo un gesto obbligato di fronte all’enormità dei fatti, ma un modo di gestire la tensione interna all’Unione Europea che i movimenti dei migranti non fanno che accrescere.

Di fronte a questo, lo scandalo è una misera reazione. Discutibile è la pretesa di trovare una risposta adeguata nelle raccolte di firme che indicano magari ragionevoli risposte affidando il loro successo a cittadini dalle buone intenzioni. D’altra parte, distinguere migranti e profughi e aprire a questi ultimi un corridoio umanitario significa aprire un vicolo cieco verso la morsa feroce esercitata dalla Bossi-Fini, specie in condizione di crisi economica. Altrettanto discutibile è la reazione di chi – come i sindacati confederali, che a Bologna hanno rafforzato la loro ritrovata unità nel lutto – scende in piazza a commiserare i migranti morti dopo avere ignorato quelli vivi che in questi anni hanno scioperato e sono scesi in piazza continuamente, contro la legge Bossi-Fini e per ottenere le condizioni di proseguire la loro vita in Italia e in Europa dopo essersi conquistati la libertà in Libia o in Tunisia. Quelli che – non solo nella sinistra istituzionale – continuano a parlare di diritto d’asilo e reato di clandestinità tacendo sul legame tra permesso di soggiorno e contratto di lavoro o dimenticando la richiesta di un adeguato livello di reddito e contributi per rinnovare il permesso, riproducono la vuota retorica di un regime di governo dell’immigrazione che obbliga a entrare come «clandestini» e impone di vivere da «irregolari» se non si accettano determinate condizioni di lavoro al ribasso o se non si trova immediatamente lavoro. La condizione migrante non si esaurisce nel mare di morte di Lampedusa, ma attraversa e condiziona le gerarchie imposte dallo Stato e dal lavoro. Contro questa condizione i migranti hanno lottato e stanno lottando.

Le lotte dei migranti non sono forse state risolutive, ma sono una realtà che non è più possibile ignorare mettendo in scena un moralismo d’occasione oppure ricominciando a chiamare migranti quelli che fino al giorno prima sono stati chiamati operai o facchini, con l’idea di unire le forze lasciando da parte le differenze. Di fronte alla globalizzazione, il mondo liscio è quello dei mercati, non quello di uomini e donne separati e segnati da differenze di classe, di colore, sessuali e giuridiche. Questo non è un problema morale, ma appunto politico. Pensare oggi di inseguire vittorie, sul piano simbolico e reale, senza mettere in discussione quel regime di separazione che, colpendo i migranti, colpisce tutti, e senza comprendere la dimensione Europea e globale che le lotte dei migranti pongono continuamente all’ordine del giorno è un’illusione che non possiamo permetterci il lusso di coltivare.

Coordinamento Migranti

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