La lotta dei lavoratori migranti al magazzino Ikea di Piacenza

Ikea: migranti e conflitto nelle nebbie della precarietà

di FLORIANO MILESI (da connessioniprecarie.org)

Mentre si prepara la manifestazione di questo pomeriggio a Piacenza, dopo la lotta dei facchini Ikea se ne va. O minaccia di farlo. Questa è la notizia del giorno. I vertici del consorzio cooperativo CGS, del quale fa parte la Cooperativa San Martino al centro della protesta, afferma che «il lavoro è un bene assoluto da difendere e tutelare al di là degli interessi di parte». Toni non lontani da quel «lavoro bene comune» con il quale in tanti hanno sostenuto di tutelare i lavoratori sottacendo però l’insanabile sfruttamento e divisione che il lavoro incarna. Sperduto e avvolto dalla nebbia del lontano west emiliano, nelle scorse settimane un deciso e composito gruppo di operai ha dato vita a un’apparentemente piccola battaglia per migliorare le proprie condizioni di lavoro. Il colosso Ikea, con una lunga esperienza di delocalizzazione e gare al ribasso sui salari, cerca di smarcarsi dalle accuse sostenute dai lavoratori della Cooperativa, assicurando di aver chiesto a tutti i propri fornitori l’osservanza delle condizioni contrattuali dei lavoratori. Strano, però, che invece di porre problemi alla cooperativa, dopo i reclami dei lavoratori la difenda a spada tratta e minacci di trasferire altrove il magazzino.

La facciata politically correct di Ikea è degna della graziosa e perfetta messinscena cui può assistere chiunque si rechi in uno dei suoi negozi. Una facciata in cui l’azienda coccola i clienti e i lavoratori allo stesso modo: potersi permettere una casa ben arredata adatta al portafoglio alleggerito da anni di precarietà e abbassamenti salariali, questa è stata, e continua a essere, la promessa di Ikea. Della sua immagine scandinava, Ikea esporta l’attenzione alla famiglia promettendo fasciatoi per giovani genitori e giochi per bambini, è particolarmente sensibile alle questioni ambientali e devolve fondi a favore di associazioni umanitarie. Ma le donazioni, come ci assicura un operaio, servono a pagare meno tasse.

Chi conosce i negozi Ikea, mentre si accaparrava la giusta dose di matite sempre appuntite a disposizione, si è forse imbattuto nelle sagome degli operai che rimettono a posto i carrelli o riforniscono gli scaffali. Come tante grandi aziende, oltre alle differenze che esistono tra i lavoratori assunti direttamente e quelli in appalto, Ikea delocalizza la produzione alla ricerca delle condizioni più vantaggiose, e trae vantaggio dal fatto che i costi della logistica sono mantenuti bassi da precise politiche di sfruttamento e ricattoIn Italia, spesso garantite dal legame tra contratto di lavoro e permesso di soggiorno istituito dalla Legge Bossi-Fini*. La cooperativa San Martino è uno degli attori principali di Ikea in Italia, e fa gran parte del lavoro sporco che Ikea non vuole fare. Basta ascoltare ciò che dicono i lavoratori per rendersi conto delle pratiche regolarmente utilizzate per mantenere bassi i costi. Minacce, soprusi, sospensioni dal lavoro improvvise e senza giustificato motivo. Fino all’utilizzo dei documenti come strumento di ricatto e divisione dei lavoratori, a conferma del ruolo decisivo che il regime del razzismo istituzionale gioca nella segmentazione della forza lavoro. Dietro il nome nobile delle cooperative si è instaurato ormai da anni, soprattutto in Emilia e nelle zone produttive del Nord, un regime d’impiego che rende evanescente il confine tra lavoro regolare e lavoro informale. È in questo contesto che la ritorsione padronale non ha solo la forma dell’arbitrio e del licenziamento, o della sospensione di chi protesta, ma diventa anche un modo per mettere a lavoro manodopera in nero a basso costo. Si mette in campo il lavoro in nero e lo si presenta come regolare insubordinato.

Le autorità locali, sindaco incluso, si sono limitate a registrare una situazione di stallo, ricordando sommessamente quella minaccia della delocalizzazione che oggi un comunicato di Ikea fa rimbalzare sulla stampa. Il questore, una volta riaperta la possibilità del tavolo di discussione, prontamente si preoccupa  di ristabilire l’ordine e il regolare flusso delle merci. I sindacati confederali, evitano di farsi vedere e si limitano a denunciare la condotta dei SiCobas, guadagnandosi così la convocazione al tavolo delle trattative per questo venerdì. Lontani dalle denunce dei facchini, si mostrano come interlocutori credibili per la difesa dei posti di lavoro nel resto della filiera. Nella logistica i piccoli sindacati sembrano però avere maggiori possibilità di manovra. Non solo perché non hanno legami politici complessivi e compromessi, ma anche perché i sindacati confederali sono strutturati per una filiera industriale completamente territorializzata e non riescono a compiere il salto di qualità necessario. Non solo: l’ossessione per i tavoli delle trattative e la difesa dei posti di lavoro, nel contesto della crisi, impedisce di fatto di cogliere gli aspetti di novità nella composizione e nei comportamenti operai. Così, tendono a rappresentare solo la parte di forza lavoro più legata al territorio, senza riuscire a esprimerne la composizione ormai compiutamente transnazionale e senza incidere realmente nelle trattative, ridotte a gestione del consenso per le scelte delle aziende.

In questo gran balletto di deresponsabilizzazione e gioco delle parti i precari, operai, migranti e studenti che erano seduti di fronte ai cancelli a fianco dei facchini in lotta, decisi dopo una settimana di lotte e scioperi a ottenere migliori condizioni lavorative all’interno dell’hub piacentino, sono posti di fronte a un’ulteriore sfida. Gran parte dei presenti ai picchetti sono lavoratori di altri stabilimenti e cooperative, che hanno imparato quanto la capacità di connettere possa pagare durante le lotte, affermando che la situazione della cooperativa San Martino non è una condizione eccezionale. La mobilitazione di questi giorni si colloca all’interno di un lungo processo politico che sta investendo il grande polo logistico piacentino. Questo processo parte dagli scioperi dell’area milanese e si è propagato in quest’area, dove in questi mesi i lavoratori di GLS, Ceva, TNT ed Euronics, per nominare solo alcuni casi, hanno preso parola. Si tratta di lotte che sembrano avere in parte scompaginato gli assetti dati, mettendo in questione le maggioranze politiche e catalizzando frammenti del movimento attorno alle priorità politiche stabilite dai lavoratori. Sonomobilitazioni che hanno reso chiaro come non basti invocare o rappresentare il conflitto, e come sia necessario superare la creazione di reti solidali, utili nel sostegno di lotte particolari, ma poco espansive, per avviare percorsi politici e di organizzazione dalla parte dei migranti e dei precari.

Certamente, la lotta dei lavoratori Ikea di Piacenza porta alla luce un nodo essenziale della produzione di profitto su scala globale, dove la logistica è necessaria per abbassare i salari. In un hub ben collocato e ben collegato è possibile far convergere merci prodotte nei luoghi più disparati e con i salari più bassi possibili. Se però la produzione può essere delocalizzata, il polo logistico deve essere in una posizione strategica rispetto ai consumatori, possibilmente lontano dagli operai impiegati nella produzione.

La cosiddetta organizzazione fordista della produzione ha dovuto fare i conti con una insubordinazione operaia tale da consigliare di spezzare i legami che si creano dentro alla fabbrica. I poli della logistica sono dunque funzionali a un controllo specifico della forza lavoro e permettono una svalorizzazione complessiva e mirata del suo valore. Essi sono il segno di una specifica scomposizione del lavoro produttivo. Il tempo di lavoro nella logistica è tempo per la valorizzazione del capitale, e senza lo sfruttamento del lavoro logistico non sarebbe possibile quello del lavoro operaio a migliaia di chilometri di distanza. Non stupisce che in entrambi i casi si tratti sempre più spesso di lavoro migrante.

La logistica non configura tanto un’innovazione legata al prodotto, né e tanto meno rivela la sublimazione cognitiva del capitalismo: i poli della logistica sono al contrario luoghi dove si condensano le diverse forme dello sfruttamento operaio, senza privilegiare una forma rispetto ad un’altra. Eppure siamo di fronte al più tradizionale sfruttamento del lavoro operaio, che rivela la tendenza capitalistica, che è ormai realtà su scala globale, a liberarsi del vincolo del territorio, ovvero della necessità di risarcire in qualche modo i territori in cui la produzione avviene. Ciò può avvenire in due modi: il primo è spostare la produzione, il secondo è appunto utilizzare lavoro migrante.

Le lotte nella logistica mostrano i limiti di questa tendenza, ma anche i problemi che si hanno nell’opporsi, perché la risposta non può essere semplicemente una riterritorializzazione che già la presenza dei migranti, se non la minaccia di fuga delle aziende, rende problematica.

Non è una singola vertenza che può cambiare il corso del processo che sta sedimentando da lungo corso intorno all’hub piacentino. La lotta dei lavoratori di Piacenza sembra però un segnale importante nel contesto di una crisi che radicalizza gli attacchi alle condizioni di lavoro e nella quale sembra impossibile organizzare l’insubordinazione operaia, soprattutto in contesti segnati dal sistema di sfruttamento delle cooperative e dalla grande presenza di lavoratori incatenati al regime della Bossi-Fini. Se le nebbie che avvolgono i lavoratori non si sono ancora diradate, di fronte alla reazione rabbiosa di Ikea e delle istituzioni, sarà importante vedere, nella manifestazione convocata per questo pomeriggio, chi si schiererà dalla parte dei lavoratori in lotta, e chi dalla parte della coazione al lavoro a tutti i costi.

*Sul sito connessioniprecarie.org  l’intervista a E., delegato migrante della cooperativa San Martino, raccolta venerdì scorso durante il picchetto.

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