LA NOSTRA LOTTA PER LA LIBERTÀ CONTRO LA GUERRA DEL TERRORE

 

Il primo luglio 2016 venti persone sono state uccise durante un attacco terroristico a Dahka, la capitale del Bangladesh. Le vittime provenivano da ogni parte del mondo: Italia, Giappone, Stati Uniti, India e dallo stesso Bangladesh. A Bologna, a tre settimane da questa strage, noi migranti bangladesi vogliamo prendere parola in ricordo delle vittime – quelle di Dahka, ma anche quelle di Nizza, di Baghdad, di Parigi – per dimostrare la nostra ferma opposizione contro chi pretende di imporre questo regime del terrore.

Noi ci opponiamo a chi semina guerra e morte in ogni punto del mondo.

Noi rifiutiamo chi giustifica la violenza terroristica come una guerra santa contro l’oppressione e vuole imporre una nuova oppressione.

Noi non accettiamo chi approfitta della follia omicida dei terroristi per alimentare la violenza razzista.

Noi sappiamo che la libertà va conquistata in ogni parte del mondo: la libertà dallo sfruttamento e dall’oppressione è quella che abbiamo cercato di conquistarci con la nostra migrazione. In nome di questa libertà scendiamo in piazza oggi, per dire che questa guerra non è la nostra.

 

SABATO 23 LUGLIO, ORE 10.00

VIA RIZZOLI, BOLOGNA

 

Associazione Bangladesh – Bologna

 

Scarica qui il Volantino

 

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La filosofia del sindaco e le ordinanze di razza

 

ordinanza alcol proteste 2-2Prima delle elezioni comunali, il sindaco uscente Merola ha imposto fino a ottobre la chiusura entro le 21 degli esercizi commerciali e il divieto di vendita di bevande alcoliche refrigerate nel centro storico e in altre zone di alcuni quartieri come la Bolognina.

Mentre la città era tappezzata dallo slogan elettorale del sindaco ora confermato, Dalla parte di Bologna, l’ordinanza mostrava con chiarezza quale parte di Bologna si vuole difendere e preservare, quali interessi soddisfare, aldilà della retorica elettorale dell’accoglienza, del civismo e del bene comune. Il decoro urbano infatti non c’entra niente con questa ordinanza, che assume invece i tratti di una autentica discriminazione razziale. Mentre il centro città diventa sempre più una vetrina “bianca” di lusso e piaceri (anche alcolici) per bolognesi, italiani e turisti che se lo possono permettere, quella che era un’ordinanza pensata a uso e consumo della campagna elettorale (cosa non si fa per avere il voto di ricchi commercianti!) sta ora colpendo con meditato cinismo i migranti e le migranti che in stragrande maggioranza gestiscono piccoli alimentari e rivenditori di generi ortofrutticoli. Alcuni di loro sono stati già costretti a chiudere o a cambiare attività a causa del forte calo degli incassi. Altri si ritrovano con multe salatissime che vigili intraprendenti hanno comminato, mentre chiudevano gentilmente un occhio davanti ad avventori di bar del centro che lasciavano il locale con la birra in bottiglia in mano. Mai guardare che cosa ha in mano un potenziale elettore. I piccoli commercianti asiatici e maghrebini che attentavano alla morale pubblica sono ora in estrema difficoltà. Aggiungiamo che i loro negozi devono tassativamente chiudere alle 21.00, mentre la stampa locale celebra con soddisfazione l’apertura del primo supermercato aperto tutta la notte. Dura lex, sed lex. Tradotto in italiano, ma Merola è persino filosofo e quindi lo capisce da solo, significa che se sei bianco e alle spalle hai una potente catena commerciale puoi fare cose che i piccoli commercianti migranti non possono permettersi. Il loro reddito familiare è invece destinato a ridursi progressivamente perché, oltre al peso delle tasse già elevate che pagano al comune per tenere i loro banchetti di frutta e verdura all’aperto, devono pure pagare continuamente il rinnovo del loro permesso di soggiorno.

Il comune di Bologna e il suo civilissimo sindaco fanno intanto finta di non sapere che sui migranti vige il ricatto del permesso di soggiorno e del razzismo istituzionale. I migranti che svolgono lavoro autonomo non solo non possono posticipare il versamento dei contributi previdenziali perché questi vengono “verificati” dalla Questura in sede di rinnovo del permesso. Questi migranti sono anche “costretti” dalla legge sull’immigrazione a raggiungere un determinato livello di reddito per poter rinnovare il permesso, pena l’espulsione. E questa ordinanza per il buon decoro e l’educazione alcolica che tanto sta a cuore al sindaco va esattamente a colpire questi redditi, rischiando di gettare centinaia di famiglie sulla soglia dell’irregolarità, della clandestinità, dell’espulsione. Queste sono le conseguenze razziste di un’ordinanza discriminatoria che ovviamente rimane sotto silenzio tra l’opinione pubblica della grassa Bologna. A dir la verità, il sindaco uscente se ne deve essere accorto se già prima del secondo turno elettorale aveva fatto girare la voce di un incontro per rivedere i termini dell’ordinanza. Sono però ormai passate diverse settimane dall’insediamento della nuova giunta e tutto continua a tacere. Noi invece non intendiamo farlo. Se non saremo subito convocati per un incontro torneremo a far sentire la nostra voce nelle forme che riterremo opportune.

Associazione Commercianti Migranti – Coordinamento Migranti Bologna

Info e contatti: www.coordinamentomigranti.org

coo.migra.bo@gmail.com

tel. 380.24.93.214 – 327.57.82.056

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SCP N. 31 – LUGLIO 2016 – UN PERMESSO DI SOGGIORNO EUROPEO CONTRO IL JOBS ACT DI PROFUGHI E MIGRANTI

E’ on-line il numero 31 di Senza Chiedere il Permesso – il giornale delle lotte dei migranti. Questo numero è dedicato alla mobilitazione che il Primo Marzo a Bologna come in altre venti città in Europa ha visto i migranti rispondere all’appello della piattaforma dello Sciopero Sociale Transnazionale, rivendicando un permesso di soggiorno europeo slegato dal lavoro e dal reddito. Da qui, guardiamo avanti alle lotte da combattere insieme ai rifugiati per il diritto di restare e muoverci liberamente in Europa: non accettiamo che siano i governi, le prefetture, le questure o le commissioni territoriali a decidere il nostro futuro!

In questo numero:

  • Un permesso di soggiorno europeo contro il Jobs Act di profughi e migranti – contro una politica dell’accoglienza che ci condanna allo sfruttamento, un permesso di soggiorno europeo senza condizioni, p. 1
  • Migranti! Lottiamo insieme per il diritto di restare e muoverci liberamente in Europa – i volantini in Italiano, Somalo, Inglese, Arabo ed Eritreo , pp. 3-6
  • Basta pagare per restare! – finalmente una buona notizia: dopo anni di lotte abolita la tassa sul permesso di soggiorno, p. 4

Scarica il giornale in PDF

SCP luglio 2016 1SCP luglio 2016 2SCP luglio 2016 3SCP luglio 2016 4

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Lottiamo insieme per il diritto di restare e muoversi liberamente in Europa

MIGRANTI!

Lottiamo insieme per il diritto di restare

e muoversi liberamente in Europa

Oggi, per migliaia di uomini e donne che rifiutano dittature, guerre e miserie, non c’è modo per entrare in Europa in modo regolare, se non attraverso la richiesta di asilo. La richiesta di asilo però obbliga i migranti a rimanere per un lungo periodo nei centri di accoglienza, dove la vita, i progetti e i bisogni sono sospesi in attesa che la Commissione territoriale si pronunci. Dopo due mesi di accoglienza “forzata”, il governo concede un permesso provvisorio per lavorare, ma fuori dai centri esiste soltanto un lavoro precario e povero, oppure la richiesta di lavorare gratuitamente come volontari per ripagare il “debito” dell’accoglienza. In questa condizione di sfruttamento, non solo si deve attendere anche fino a 12 mesi (contro i 30 giorni previsti per legge), ma soprattutto la maggioranza delle richieste è rifiutata: in Italia nel 2015 le Commissioni ne hanno respinte più della metà.

I migranti che oggi arrivano in questo paese sono spinti dallo stesso desiderio di migliorare la propria vita che hanno i migranti che risiedono qui da anni. Le loro speranze di libertà si infrangono contro i muri alzati dal governo, dai ritardi di Questura e Prefettura, dalle decisioni di Commissioni territoriali che hanno poca o nessuna conoscenza dei paesi di provenienza, così come chi vive qui da anni sbatte contro il muro del permesso di soggiorno: le leggi italiane ed europee alzano muri che dividono i migranti economici dai richiedenti asilo per fare del lavoro migrante una forza lavoro ricattabile e a basso costo.

Il Coordinamento Migranti in questi anni ha organizzato lotte e scioperi, manifestazioni contro la Bossi-Fini e il ricatto del permesso di soggiorno legato a lavoro e reddito. Oggi vogliamo continuare a lottare insieme per il diritto di restare e muoversi liberamente in Europa: non accettiamo che siano i governi, le Prefetture, le Questure o le Commissioni territoriali a decidere chi di noi può restare e chi no, utilizzando come vogliono le condizioni per il permesso di soggiorno o quelle per la protezione umanitaria. Noi siamo arrivati sin qui senza chiedere il permesso, siamo liberi dalla paura e vogliamo liberarci dallo sfruttamento. Per questo vogliamo organizzarci e invitiamo tutte e tutti a partecipare alle riunioni del Coordinamento Migranti: per i diritti e la libertà dei migranti!

 IL COORDINAMENTO MIGRANTI SI INCONTRA IL MERCOLEDÌ

ALLE ORE 19.30 PRESSO CORTE TRE, VIA BOLOGNESE 22/3

www.coordinamentomigranti.orgcoo.migra.bo@gmail.com – 3275782056

Scarica il volantino in ITALIANO

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Nessun debito da pagare. L’insubordinazione dei migranti nell’età dell’accoglienza

Tunisian migrants wait for the arrival of boats at Lampedusa on March 27, 2011. Hundreds of Tunisians have been moved to a tent camp set up in southern Italy that could house up to 3,300 people, local officials said, as anger against the migrants rose among locals. AFP PHOTO / ALBERTO PIZZOLI (Photo credit should read ALBERTO PIZZOLI/AFP/Getty Images)

Partiamo da un fatto. Oggi per i migranti la richiesta di accesso al regime di protezione internazionale è l’unico modo per entrare nel territorio italiano. Oggi in Italia si arriva via mare, rischiando la vita per ottenere il diritto di restare. Questo diritto non si conquista mai del tutto. È un diritto che impedisce di muoversi liberamente in altri paesi europei e obbliga a rimanere per un lungo periodo nei centri di accoglienza, dove la vita, i progetti e i bisogni dei migranti sono sospesi. Per la maggioranza dei migranti si tratta di una permanenza precaria, a tempo determinato: mentre in Europa le domande di asilo accolte superano il 97%, in Italia nel 2015 le Commissioni territoriali hanno esaminato 46.000 richieste di protezione internazionale respingendone più della metà. Solo il 5% dei richiedenti ha ottenuto lo status di rifugiato, mentre al 16% è stata riconosciuta la protezione sussidiaria e al 23% il permesso umanitario. La moltiplicazione dei regimi di protezione (permesso umanitario, protezione sussidiaria, asilo) e la preferenza accordata a quelli a «tempo determinato» testimoniano il disegno del governo, in linea con le istituzioni europee, di creare divisioni e gerarchie tra i migranti. Nel Rapporto sull’accoglienza rilasciato dal Ministero dell’Interno a ottobre del 2015, gli uomini di Alfano rivendicano con orgoglio la riduzione delle domande di asilo accettate rispetto al 2014. Nelle Commissioni territoriali all’orgoglio si somma poi in molti casi la calcolata ignoranza di chi è chiamato a giudicare delle vite e delle scelte di libertà dei migranti. Come succede a Bologna, il risultato è il rifiuto dell’asilo politico persino a quei migranti che scappano da una dittatura feroce come quella eritrea o che, con la loro fuga, si oppongono all’oppressione fascista dello Stato islamico.

È solo questa l’Italia dell’accoglienza? No. Perché nell’accoglienza made in Italy c’è anche di peggio. E arriviamo così a un secondo fatto. Per il governo i migranti sono una miniera d’oro. Solo quell’anima torbida di Salvini può far finta di ignorarlo. Renzi sa che i numeri degli sbarchi (oltre 140mila nel 2015) sono l’arma migliore per trattare con la Commissione europea e ottenere un allentamento dei vincoli di spesa imposti da Bruxelles, tanto più necessario in vista dei prossimi decisivi appuntamenti elettorali. Mentre rivendica la parte di un paese più accogliente, il governo pensa ai migranti che giungono sulle coste del «Belpaese» come merci di scambio con l’Europa e nel frattempo li trasforma in forza-lavoro usa e getta. Dopo due mesi dalla richiesta di protezione, infatti, i migranti ottengono il «diritto» di lavorare, in attesa che la Commissione, con buone probabilità, rigetti la loro istanza. I tempi biblici (in media 12 mesi contro i 30 giorni previsti dalla legge) con cui le Commissioni territoriali esaminano le richieste di protezione si integrano alla perfezione con la strategia di riprodurre forza lavoro ricattabile. La permanenza in Italia e la possibilità di muoversi in Europa dipendono da pezzi di carta che sono rilasciati con più o meno facilità, in numero maggiore o minore a seconda del calcolo politico del momento, ma sempre in modo funzionale alle esigenze di un mercato che richiede una forza lavoro – migrante o italiana – a basso costo e facilmente licenziabile. Non stupisce che sia il «produttivo» Nord ad avere la percentuale più alta di domande accolte (il doppio rispetto al Sud). La politica dell’accoglienza del governo Renzi è il Jobs act di profughi e richiedenti asilo.

Questo è il senso dei protocolli d’intesa siglati dalle Regioni che «permettono» ai migranti di saldare il «debito» dell’accoglienza lavorando gratuitamente. Se la Bossi-Fini costringe tutti i migranti alla precarietà, legando il permesso di soggiorno al lavoro, oggi vogliono impedire a chi arriva in Europa di muoversi autonomamente per realizzare una vita migliore. Questo tentativo di trasformare il lavoro migrante in lavoro profugo ha lo scopo di neutralizzare le lotte che i migranti e le migranti hanno messo in campo in questi anni, anche nelle situazioni più estreme di sfruttamento. Di fronte all’insubordinazione del lavoro migrante, il governo e l’Unione Europea intervengono per imporre nuove forme di subordinazione. In fondo, il sistema dell’accoglienza si basa su questa stessa logica: la logica dell’integrazione nella precarietà attraverso ospitalità in larga misura affidata a strutture di prima accoglienza, mercati del lavoro selvaggi e a cielo aperto, e per una minoranza a centri di seconda accoglienza che prevedono corsi di formazione, tirocini e avviamento a un lavoro precario e povero che non garantirà alcuna emancipazione. Al contrario, il rigetto della maggior parte delle richieste di protezione consolida la tendenza alla violenta clandestinizzazione del lavoro migrante imposta dalla crisi economica in virtù del legame tra permesso, lavoro e reddito. Il messaggio del governo ai migranti in arrivo è allora tanto chiaro quanto odioso: «ricordatevi che prima o poi, quando non ci servirete più, ve ne dovrete andare. La vostra mobilità è nelle nostre mani». L’accoglienza in Italia è la continuazione con altri mezzi della Bossi-Fini aggiornata al mercato globale della precarietà.

Lo sfruttamento è il vero e unico permesso di soggiorno che unisce chi sta arrivando in questi mesi e chi è arrivato in Italia ormai da diversi anni. Attraverso le diverse tipologie di permesso di soggiorno, i governi europei vogliono decidere chi ha la piena titolarità di restare, chi può muoversi e a quali condizioni. Le migliaia di uomini e donne che stanno sbarcando in Italia dopo aver attraversato guerre e confini però non accettano che il governo – italiano o europeo che sia – decida sul loro futuro come fossero dei pacchi da smaltire. Non accettano che Prefetture, Questure e Commissioni territoriali abbiano l’ultima parola sulla loro vita. Non lo accettano perché verso Roma e Bruxelles non vogliono pagare alcun debito, ma solo continuare a praticare la loro libertà. Di fronte a tutto questo, la posta in gioco che abbiamo davanti è quella di porre questo processo di trasformazione del lavoro migrante in lavoro profugo al centro della nostra iniziativa politica. Mettere in comunicazione lavoro migrante di vecchia e nuova generazione, riconoscere che la mobilità dei migranti è una forma immediata e materiale di insubordinazione contro i confini territoriali e salariali, individuare e sovvertire le condizioni politiche che producono divisioni e gerarchie in tutto il lavoro: questa è la strada che dobbiamo percorrere insieme, a partire dalla rivendicazione di un permesso di soggiorno che permetta a tutti di circolare senza condizioni e liberi dai ricatti in tutto lo spazio europeo.

 

 

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Presidio dei migranti in solidarietà dei giovani eritrei uccisi dal regime

PRESIDIO IN SOLIDARIETÀ DEI GIOVANI ERITREI UCCISI DAL REGIME 

SABATO 9 APRILE PIAZZA RE ENZO ORE 17

Una domenica ad Asmara. Un convoglio di soldati trasporta diverse reclute destinate al servizio militare a vita e in pratica ai lavori forzati. Le giovani reclute arrivano dai campi di addestramento e sono dirette ad Assab, dove saranno obbligati a lavorare come operai. Pochi minuti per tentare di sottrarsi a un destino di violenza, di obbedienza e di sfruttamento. I giovani disertori saltano giù dal convoglio e vengono prontamente uccisi a fucilate, assieme a un numero imprecisato di civili, dai soldati che, avendo ricevuto istruzioni di non fermarsi per nessuna ragione, continuano per la loro strada. Si lasciano alle spalle un atto di ordinaria violenza contro coloro che in Eritrea prova a opporsi e a ribellarsi a una dittatura che li priva di ogni libertà e agisce impunita, potendo insabbiare azioni come queste mettendo a tacere la stampa.

I giovani ammazzati per strada domenica sono gli stessi giovani che con più fortuna attraversano il deserto e il mare e arrivano in Europa. Un’Europa che spesso, come accade in Italia, non riconosce loro lo status di rifugiati, ma solo una protezione sussidiaria che li mantiene legati e controllati dalla loro ambasciata e ostacola l’ottenimento della cittadinanza. Un’Europa dove però vengono ancora una volta trattati come forza lavoro. Di fronte al coraggio mostrato dai migranti eritrei in cerca della libertà l’Italia non ha di meglio da offrire che i muri del razzismo democratico. Muri che poggiano sull’arbitrio amministrativo di Questure e Prefetture, le cui pratiche discriminatorie abbiamo denunciato con il presidio del 20 febbraio scorso.

Sabato 9 aprile saremo di nuovo in piazza per portare fuori dal silenzio il coraggio di chi lotta per la libertà dentro e fuori dall’Eritrea, per mostrare che i giovani eritrei non sono soli e che migranti, rifugiati e lavoratori precari hanno una stessa lotta da fare. Saremo in piazza per mostrare, come abbiamo fatto il primo marzo, che la lotta dei migranti è una lotta per la libertà di tutte e di tutti.

 

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Integrazione allo sbando, sfruttamento efficiente: osservazioni sulla Regione Emilia-Romagna e l’accoglienza

IMG_0046_700x467Si legge sulla stampa nazionale che quasi 7 mila domande di richiesta di asilo politico sono state fatte solo negli ultimi due anni a Bologna. La risposta per legge dovrebbe arrivare entro 30 giorni, ma i migranti aspettano quasi un anno prima di ottenere, nella maggior parte dei casi, un diniego. Ad ottenere lo status di rifugiato sono stati infatti solo 239 migranti. Molto ha a che fare con la discrezionalità dei criteri con cui vengono esaminate le domande e ascoltate le storie dei migranti, la cui credibilità è messa in questione anche per la scarsa conoscenza che i commissari hanno dei paesi di provenienza. La prassi e le leggi attuali permettono di trattare come questioni private le vite di migranti che cercano libertà dalle guerre e dall’oppressione. A peggiorare la situazione ci sono poi le più recenti leggi sulla protezione umanitaria che di umano hanno solo il nome, ma perseguono precisi fini politici: sfruttare la cosiddetta crisi migratoria per ristrutturare il mercato del lavoro all’insegna della precarietà.

A questo approccio pragmatico contribuisce in modo eccellente la nostra cara Regione Emilia Romagna, che in pieno stile renziano negli ultimi anni si è riempita la bocca di solidarietà, accoglienza, integrazione e interculturalità, mentre siglava come intervento di sostegno ai rifugiati il protocollo di volontariato, ovvero trovava il modo di mettere al lavoro gratis non solo chi ha ottenuto protezione, ma anche chi è in attesa di risposta o ha fatto ricorso contro il diniego. Menomale che il protocollo è stato finora un fallimento, avendo coinvolto una percentuale bassissima dei migranti in arrivo, i quali “evidentemente” non la pensano come la Regione sul loro “contributo alla comunità” come segno di “reciprocità”. La reciprocità di cui si parla starebbe nel fatto che i migranti, nel migliore dei casi, ricevono un pezzo di carta che gli concede di non essere rispediti dove rischiano la vita e in cambio lavorano gratis svolgendo servizi socialmente utili, proprio come chi ha commesso un reato. La stessa “reciprocità” con cui viene gestita l’emergenza terremoto sulla pelle dei migranti che, dopo aver passato 4 anni nei container della bassa modenese, vengono ora sgomberati senza che siano state trovate soluzioni abitative alternative.

La verità è che il pezzo di carta che i rifugiati ricevono nel migliore dei casi li lascia in balia di un’integrazione tutta a loro carico, fatti di ostacoli burocratici e razzismo istituzionale, di ritardi nella consegna dei documenti e di soprusi agli sportelli, di dormitori della caritas e di sfratti e sgomberi che sono ormai la vera politica abitativa della Regione, per i migranti come per chi fa fatica a pagare l’affitto e arrivare a fine mese. L’assenza di politiche sociali di sostegno ai migranti va infatti di pari passo con l’assenza di tutele sociali concrete per le famiglie in difficoltà, per i giovani precari, per gli operai e per le donne espulse dal mercato del lavoro.

La verità è anche che al confronto con i migranti, di cui va tanto fiera, la nostra cara Regione preferisce i tavoli tecnici a porte chiuse, che finiscono con i responsabili delle questure che tanto si lamentano dei carichi di lavoro e un paio di pacche sulla spalla di comprensione e piena fede nel buon cuore degli operatori.

Questa è l’accoglienza scelta dalla Regione, questa è la vera politica sociale della Regione. Anche i migranti e i rifugiati hanno fatto però la loro scelta, rifiutando di lavorare gratis per i comuni, scendendo in piazza il primo marzo, protestando di fronte alle questure e contro gli sgomberi. E continueranno a farlo finché la politica dell’accoglienza sarà un’appendice del razzismo del governo brandito contro chi, attraversando i confini, si ribella alla guerra, alla violenza, all’oppressione e allo sfruttamento.

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Nel terremoto dimenticato: la quotidiana emergenza dei migranti

 

imageNella democratica Emilia-Romagna le emergenze non passano in fretta. È notizia recente che lo stato di emergenza dichiarato dal governo per le zone colpite dal sisma del maggio 2012 è stato esteso fino a dicembre 2018. D’altronde, che l’emergenza regni ancora a Mirandola, San Posidonio e altre località della bassa modenese lo sanno bene le famiglie in larga maggioranza migranti che, dimenticate dai più, ancora vivono nei MAP (Moduli Abitativi Provvisori, o più volgarmente container).

L’emergenza non può essere finita, perché qui l’emergenza è stata ed è destinata a essere quotidiana. Nei quasi quattro anni passati dal terremoto un’iniziale soluzione temporanea si è trasformata nella normalità quotidiana di decine di famiglie. Una quotidianità fatta di qualche decina di metri quadrati, di lamiere roventi d’estate e gelide d’inverno, di dipendenza dall’elettricità per ogni esigenza (alimentare, igienica e per il riscaldamento/condizionamento) che ha lasciato in eredità agli abitanti dei MAP bollette di svariate migliaia di euro. Per chi vive di lavori precari e sottopagati, come i tanti migranti che abitano nei MAP, si trattava di costi insostenibili ed ecco che negli ultimi mesi l’Enel ha provveduto a staccare la luce, lasciando al buio e al freddo intere famiglie con bambini, e in alcuni casi si sono verificati perfino distacchi dell’acqua. Era soltanto il primo segnale, una prima intimazione ad andare via. Perché nelle ultime settimane sono partiti gli sfratti, quelli veri, eseguiti con agghiacciante brutalità dalle forze dell’ordine e addirittura dall’esercito. A precederli una notifica che gentilmente invitava i residenti dei MAP a trovare «autonomamente» una soluzione abitativa alternativa entro 10 giorni. Mentre l’estensione dello stato di emergenza consente la sospensione del mutuo ai proprietari di immobili, il commissario delegato per il governo e presidente della Regione Stefano Bonaccini e i Comuni voltano le spalle all’emergenza che vivono i migranti. Come dire: «arrangiatevi, la vostra situazione non è più affar nostro».

Fortunatamente nel frattempo molte famiglie sono riuscite a trovare ospitalità da amici e parenti, ma tra 10 giorni nel solo MAP di Mirandola, dove abbiamo raccolto queste voci, 11 famiglie migranti con bambini verranno sgomberate senza che la Regione e il Comune faccia nulla. I migranti sono disponibili a lasciare i MAP. Ma è davvero troppo poco l’offerta del Comune di pagare un paio di mensilità di affitto a migranti che lavorano saltuariamente, hanno debiti di migliaia di euro con l’Enel e davanti a sé solo l’orizzonte dello sfruttamento in un lavoro sottopagato. Ridicola quella di pagare il ritorno nei paesi da cui sono fuggiti. Dice bene Patrick, uno degli intervistati in prima linea nel portare avanti la protesta: «le istituzioni aiutano solo chi ha un lavoro, mentre si disinteressano di chi non ce l’ha».

Basta fare un giro nel MAP di Mirandola per realizzare che qui normalità ed emergenza si mescolano fino a non distinguere più dove inizi l’una e dove finisca l’altra. Sappiamo che per i migranti la normalità è fatta anche della ricerca coatta di un lavoro e di un reddito necessari a ottenere quel pezzo di carta chiamato permesso di soggiorno a cui sono legati per rimanere in Italia. D’altra parte, nonostante le ordinanze che prevedevano una maggiore elasticità nel controllo dei requisiti per avere il permesso nella fase post-terremoto, i migranti ci raccontano che nessuno sconto è stato concesso e che le verifiche sono proseguite con la consueta, discrezionale, fiscalità. I migranti sotto sfratto avranno ora un ostacolo in più per ottenere il permesso, che è quello abitativo. Procedendo allo sgombero dei MAP, Regione e Comune stanno gettando i migranti che ancora ci vivono in pasto alla legge Bossi-Fini. Ecco allora la vera soluzione all’emergenza: rendere clandestine decine di famiglie migranti colpite da una calamità evidentemente al di fuori del loro controllo. Le istituzioni si lavano le mani e intanto ci penserà la legge a fare il lavoro sporco, a espellere i migranti «in esubero», merce che non serve più alle tante fabbriche e aziende della zona.

Di fronte a un’emergenza che non finisce, la Regione e i Comuni non possono rimanere silenti. Se i MAP devono essere smantellati, le istituzioni devono fornire una soluzione abitativa alternativa a chi dopo 4 anni lascerà il container. Non basta un anticipo sulle mensilità d’affitto, ma occorre che le istituzioni si facciano garanti presso i proprietari di casa, che, nonostante in molti casi abbiano usufruito dei finanziamenti pubblici per ricostruire e mettere a norma il proprio immobile, si rifiutano poi di affittarlo a migranti, che oltre allo sgradevole colore della pelle hanno pure la «colpa» di essere precari. Nelle ordinanze post-terremoto l’amministrazione commissariale si era impegnata a garantire una soluzione abitativa a tutti coloro i quali sono stati colpiti dall’emergenza terremoto. È il momento di dare corpo a quella promessa. Il tempo dell’emergenza deve finire, perché a pagarne il prezzo sono ancora una volta i migranti.

Guarda l’intervista a Patrick

Guarda l’intervista a Sadia

Guarda l’intervista ad Hassan

Guarda l’intervista a D.

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Contro i muri del razzismo democratico

20fIl 20 febbraio abbiamo protestato davanti alla Prefettura come eritrei, rifugiati e migranti che in questo paese subiscono una legge che invece di proteggere discrimina, nega l’asilo e costringe in un labirinto burocratico fatto di silenzi e muri. Il presidio ha aperto la possibilità di incontrare giovedì 25 febbraio alcuni dei responsabili degli uffici immigrazione di Prefettura e Questura. All’incontro, abbiamo chiesto che:

  • La Questura di Bologna non pretenda più che i richiedenti asilo o i beneficiari del permesso umanitario o sussidiario si rechino alle rispettive ambasciate per l’ottenimento del titolo di viaggio.
  • La Prefettura informi della possibilità di presentare dichiarazioni sostitutive per i documenti necessari a richiedere la cittadinanza.
  • L’ufficio immigrazione in via Bovi Campeggi smetta di gestire le pratiche in un modo che costringe i migranti a lunghe ed estenuanti file anche di notte.

Di fronte a tutto questo, ci siamo trovati di fronte a un muro: una continua negazione dei problemi posti, una costante ripetizione che tutto funziona per il meglio e secondo legge. Quando proprio non si è potuta negare l’evidenza, i dirigenti e funzionari presenti si sono trincerati dietro presunti problemi organizzativi o addossando le responsabilità sui migranti stessi. Neanche la giurisprudenza sembra fermare la Questura: a nulla è servito richiamare la sentenza del Tar Lazio (giugno 2015) che ha stabilito il principio per cui si può evitare di rimandare chi usufruisce della protezione sussidiaria e umanitaria all’ambasciata del regime dal quale è fuggito. Il muro che i migranti abbattono quotidianamente lungo le frontiere europee viene così riprodotto ogni giorno dall’arbitrio amministrativo di Questura e Prefettura.

Nel corso dell’incontro, i responsabili degli uffici hanno tuttavia garantito che:

  • ai migranti con status di rifugiato saranno (come peraltro prevede la legge) forniti i documenti necessari sia per rinnovare il titolo di viaggio, sia per la richiesta di cittadinanza;
  • a chi ha la protezione sussidiaria o umanitaria, ma non può o non vuole rivolgersi alle istituzioni del paese di provenienza, verrà garantita la possibilità di autocertificare la propria condizione di perseguitati politici ovvero di scrivere una dichiarazione in cui si fanno presenti i pericoli a cui il migrante incorre nel recarsi nel suo paese o all’ambasciata.

Si tratta di risposte del tutto insufficienti: l’autocertificazione non fa i conti con i problemi di lingua che i rifugiati possono avere e soprattutto con la paura che costringe molti migranti con protezione sussidiaria a difendersi dalle eventuali pressioni che il regime da cui fuggono esercita sulla loro vita, anche una volta immigrati. Il problema maggiore è la valutazione della Commissione per l’asilo politico che è sempre più influenzata da una logica restrittiva e discriminatoria di governo della cosiddetta “crisi rifugiati”. A Bologna, infatti, si fa ampio ricorso all’insufficienza di prove da parte del ricorrente o alla non credibilità della sua narrazione per negare l’asilo, riconducendo a questioni di natura privata i rischi di persecuzione o di grave danno esposti nell’eventuale ricorso. Questura e Prefettura dovrebbero tenere conto di questa discrezionalità quando gestiscono i documenti di chi, pur avendo diritto all’asilo, ha un permesso di protezione sussidiaria.

Con nostro grande stupore, la dirigente Bovini si è però detta disponibile a promuovere la costituzione del tavolo di confronto con i responsabili immigrazioni delle Prefetture e Questure della regione che il Coordinamento Migranti aveva chiesto in un incontro con la Vicepresidente e Assessore alle politiche di welfare e abitative della regione Elisabetta Gualmini. Dalla scorsa estate, infatti, abbiamo assistito a un continuo scaricabarile tra regione e prefettura, entrambi incapaci di dare seguito a una responsabilità politica ben precisa. Mentre continuavano a ripetere che era difficile mettere tutti intorno a un tavolo, lo scorso novembre, la Vicepresidente ha candidamente ammesso che in realtà il tavolo si era riunito. Ma a porte chiuse: regione, prefetture e questure si sono incontrate per complimentarsi di una presunta efficienza nella gestione dei permessi e dell’accoglienza, per negare le problematiche dai noi sollevate e derubricare i ritardi nella consegna a “scostamenti non rilevanti dalle tempistiche di legge”, infine per decidere di sfruttare la “crisi dei rifugiati” mettendoli al lavoro gratuitamente per mezzo del volontariato. Per arrivare a queste magnifiche conclusioni è stato necessario escludere i migranti da questo confronto. Ora però non ci sono più scuse. La risposta della Vicepresidente Gualmini all’interpellanza avanzata durante l’ultimo Consiglio regionale e le parole della dirigente Bovini provano che è assolutamente possibile organizzare un tavolo con i responsabili immigrazioni delle Questure e delle Prefetture della regione. É soltanto questione di volontà politica.

Non siamo così sprovveduti da credere che la democratica Emilia-Romagna possa abbattere i muri del razzismo istituzionale. Ma almeno ci aspettiamo che venga al più presto convocato un tavolo regionale, questa volta non a porte chiuse!

Pubblicato in Bologna, Comunicati, freedom of movement, Manifestazioni, migranti, refugees, Regione Emilia Romagna, Richiedenti asilo, rifugiati

Un primo marzo senza confini per unire le lotte

I migranti che il primo marzo hanno manifestato a Bologna non erano soli. In più di 20 città in Europa è risuonata la loro voce e la loro forza: tanti e tante hanno risposto alla chiamata lanciata dalla Transnational Social Strike Platform per un primo marzo contro i confini e la precarizzazione. Tanto a Bologna quanto in Europa il segnale è stato chiaro: il percorso verso la costruzione dello sciopero transnazionale parte dai migranti che in questi mesi stanno sfidando i confini e sconvolgendo l’assetto dell’Unione Europea e dei suoi Stati.

20160301_174114Abbiamo visto Piazza Nettuno riempita da diverse centinaia di persone sin dalle 17 per l’appuntamento lanciato da numerose realtà cittadine, dagli operai e dalle precarie che nei giorni passati hanno firmato un appello di adesione alla giornata. Tanti i migranti e i rifugiati presenti non solo da Bologna: da Mirandola una delegazione di terremotati ha denunciato le discriminazioni subite dopo anni dal terremoto, con decine di famiglie ancora costrette in sistemazioni di fortuna, ora sotto sfratto. Da Forlì, Rimini, Modena i migranti con cui nei mesi passati abbiamo denunciato il razzismo delle questure e delle prefetture sono venuti a Bologna per rivendicare un permesso di soggiorno europeo senza condizioni e per lottare insieme agli altri migranti, a partire da quelli che in questi giorni stanno combattendo per la libertà di muoversi a Idomeni, a Calais e ai confini dell’Europa.

20160301_174049 Chi era in piazza a Bologna ha riconosciuto che i migranti vivono e producono un cambiamento che riguarda tutti e hanno affermato la necessità di costruire un nuovo “noi” in Europa, a partire dalla lotta contro chi ci sfrutta e vuole governare la mobilità per fare profitti. I rifugiati hanno potuto gridare forte che il lavoro precario e il lavoro migrante in tutte le sue forme – in fabbrica, nelle case, negli ospedali, nei campi agricoli –sono parte di uno stesso sistema di sfruttamento.

I migranti hanno urlato che è 20160301_175059indispensabile connettere le nostre lotte per cambiare davvero qualcosa, per contare non come numeri alle frontiere, nei C.a.r.a., negli hotspot o come vittime in mare ma come protagonisti di un movimento inarrestabile, che rifiuta di essere respinto, espulso, o messo in attesa. Un movimento che non accetta di essere considerato solo nell’ottica di un’accoglienza che, se anche fosse degna, lo lascerebbe libero di essere sfruttato assieme a tutti quei precari che oggi migrano in cerca di una vita migliore e si vedono negati sussidi, welfare, libertà. Per questo, la piazza ha rivendicato anche un salario minimo europeo, un welfare e un reddito europei, per unire ciò che i governi e i padroni europei vogliono dividere, per opporre ai giochi di quote e di muri tra gli Stati e l’Unione Europea la nostra forza e la nostra voglia di libertà.

IMG_20160301_181247In piazza a Bologna si è mostrato la possibilità di una lotta comune, come hanno chiaramente affermato tutti i migranti e i rifugiati intervenuti, dimostrando che sono stanchi di chi specula politicamente sulla loro pelle e che vogliono parlare con la loro voce. Dopo due ore di presidio, mentre una parte della piazza si spostava verso la stazione per ribadire il sostegno a chi viola ogni giorno le frontiere, migranti, precari e operai si sono mossi insieme verso la Prefettura, dove il 20 febbraio abbiamo lanciato il primo marzo assieme agli eritrei e ad altri rifugiati, per denunciare una volta di più il razzismo del governo.

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Il corteo è poi continuato rilanciando il percorso per la costruzione di uno sciopero sociale transnazionale, dove le lotte dei migranti e quelle di tutti i lavoratori contro la precarietà di lavoro e di vita possano esprimersi finalmente insieme, e si è sciolto sotto le Due Torri, simbolo di una città che i migranti vivono e costruiscono ogni giorno. La manifestazione di ieri è stata un primo passo per rivendicare lo spazio che ci appartiene, per sconfiggere la paura che ci vorrebbe costringere al silenzio e così per riappropriarci della forza necessaria a scioperare.

Leggi il Comunicato in INGLESEIMG-20160303-WA01320160301_19391712718254_558837754294505_5605264639365198116_n

Pubblicato in 1 Marzo 2016, Uncategorized

Asilo politico, protezione sussidiaria, permesso umanitario: cosa sono?

A seguito della presentazione della richiesta di protezione internazionale, la Commissione Territoriale competente, dopo apposita audizione, decide se rilasciare o meno un permesso di soggiorno. Tale permesso, può assumere tre forme che ora andremo ad analizzare.

  • Asilo politico: al titolare dello status di rifugiato, viene rilasciato un permesso di soggiorno per asilo politico. Ottiene lo status di rifugiato chi dimostri un fondato timore di subire nel proprio paese una persecuzione personale ai sensi della Convenzione di Ginevra. La Convenzione di Ginevra, all’articolo 1 sancisce che è rifugiato “chi temendo a ragione di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza ad un determinato gruppo sociale o per le sue opinioni politiche, si trova fuori del Paese di cui è cittadino e non può o non vuole, a causa di questo timore, avvalersi della protezione di questo Paese; oppure che, non avendo una cittadinanza e trovandosi fuori del Paese in cui aveva residenza abituale a seguito di siffatti avvenimenti, non può o non vuole tornarvi per il timore di cui sopra”.
    A seguito del riconoscimento dello status di rifugiato, la questura dovrà rilasciare il relativo permesso di soggiorno della durata di 5 anni rinnovabili. Il permesso da diritto a chi ne è titolare di:
    – Svolgere attività lavorativa sia autonoma che subordinata.
    – Accedere al pubblico impiego.
    – Accedere al servizio sanitario nazionale.
    – Accedere alle prestazioni assistenziali dell’Inps.
    – Accesso allo studio.
    – Titolo di viaggio: lo Stato italiano ha l’obbligo di fornire al rifugiato un documento equipollente al passaporto.
    – Ricongiungimento familiare: il titolare di asilo politico può richiedere l’ingresso in Italia dei propri familiari senza dover dimostrare i requisiti di alloggio e di reddito richiesti per i titolari di altri tipi di permesso di soggiorno.
    – Cittadinanza italiana: i tempi previsti per poter richiedere la cittadinanza italiana per naturalizzazione sono ridotti alla metà, essendo necessari 5 anni di permanenza in Italia anziché 10.
  • Protezione sussidiaria: tale tipo di protezione viene rilasciata dalla Commissione Territoriale competente, qualora il soggetto non dimostri di aver subito una persecuzione personale ai sensi dell’art. 1 della Convenzione di Ginevra del 1951, ma tuttavia dimostri il rischio di subire un danno grave se tornasse nel suo paese di origine. Il relativo permesso di soggiorno avente durata di 5 anni, viene rilasciato dalla Questura e può essere rinnovato previa verifica del perseverare delle cause che ne hanno consentito il rilascio. Il permesso da diritto a chi ne è titolare di:
    – Svolgere attività lavorativa sia autonoma che subordinata.
    – Accedere al pubblico impiego.
    – Accedere al servizio sanitario nazionale.
    – Accedere alle prestazioni assistenziali dell’Inps.
    – Accesso allo studio.
    – Titolo di viaggio: la questura dovrebbe rilasciare un titolo di viaggio valido solo se il titolare di protezione sussidiaria ha valide ragioni che non gli consentono di richiedere il passaporto all’autorità diplomatica del paese di origine. A volte non è sempre così e dipende da quale questura: in caso di abusi o segnalazioni cercate sempre di far riferimento alle associazioni che tutelano i diritti dei rifugiati.
    – Ricongiungimento familiare: anche in questo caso il titolare di protezione sussidiaria può richiedere l’ingresso in Italia dei propri familiari senza dover dimostrare i requisiti di alloggio e di reddito richiesti per i titolari di altri tipi di permesso di soggiorno.
    – È possibile convertire il permesso di soggiorno per protezione sussidiaria in permesso di soggiorno per motivi di lavoro, rinunciando così allo status di protezione sussidiaria.
  • Permesso di soggiorno umanitario: viene rilasciato quando non sussistono i requisiti per l’asilo politico né tantomeno quelli per la protezione sussidiaria. Si ha diritto a tale permesso quando sussistono seri motivi, in particolare di carattere umanitario o risultanti da obblighi costituzionali dello Stato italiano. Il permesso è rilasciato dalla Questura su richiesta della Commissione territoriale che ha provveduto ad esaminare la situazione del richiedente, oppure su richiesta del cittadino straniero. La durata è variabile anche se la prassi vuole che venga concesso per un massimo di due anni rinnovabili e da diritto a:
    – Accesso allo studio.
    – Accedere al servizio sanitario nazionale.
    – Svolgere attività lavorativa sia autonoma che subordinata.
    – Conversione in permesso di soggiorno per motivi di lavoro.
    – Ricongiungimento familiare: non consentito.
    – Titolo di viaggio: non rilasciato.

Fonte: http://www.lenius.it/asilo-politico-protezione-sussidiaria-umanitaria-quali-le-differenze/

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