13 giugno manifestazione regionale dei/delle migranti a Bologna: contro il legame tra permesso di soggiorno e lavoro, per un permesso minimo di due anni, basta male pratiche di Questure e Prefetture! Il 3 giugno assemblea cittadina @XM24

pugno

A giugno i migranti tornano in piazza contro il razzismo istituzionale della legge Bossi-Fini, delle Questure e delle Prefetture. Lo faranno con richieste precise. Dopo l’appello per una giornata di mobilitazione dei migranti, lavoratori e precari sul tema della mobilità e della libertà di muoversi e di restare all’interno della campagna per un permesso di soggiorno minimo di due anni, e un percorso di assemblee nelle province di Bologna, Modena e Rimini, ieri si è svolta a Bologna una riunione del Coordinamento Migranti con delegazioni anche da Piacenza e Mantova. La riunione ha deciso di lanciare per sabato 13 giugno una manifestazione regionale dei/delle migranti con concentramento alle ore 14 in piazza dell’Unità e di convocare mercoledì 3 giugno una assemblea cittadina per discutere con tutti coloro che vogliono contribuire alla giornata di lotta.

La manifestazione, che ha come primo punto la rivendicazione di un permesso di soggiorno minimo di due anni senza condizioni, si concentrerà contro le male pratiche e l’interpretazione restrittiva imposta dalla discrezionalità amministrativa di questure e prefetture. In particolare:

  • Contro le lunghe file (talvolta anche i maltrattamenti) a cui siamo costretti in uffici pubblici spesso privi di sale d’attesa e bagni
  • Contro le male pratiche delle questure, che impiegano molto di più dei due mesi stabiliti dalla legge e consegnano così permessi quasi scaduti
  • Contro le loro scelte politiche di ritirare la carta di soggiorno (un documento che dovrebbe essere a tempo indeterminato) se manca il reddito, di bloccare il rinnovo del permesso se il padrone non ci paga i contributi o di dare permessi di attesa occupazione a chi di noi un lavoro ce l’ha, ma precario

Per superare l’arbitrarietà dei comportamenti delle diverse istituzioni cittadine, la manifestazione chiederà al presidente della Regione Emilia Romagna di farsi portavoce della rivendicazione di un permesso di soggiorno minimo di due anni, senza condizioni la convocazione di un tavolo regionale con i dirigenti di Questure, Prefetture e i funzionari degli Uffici Immigrazione, affinché in tutta la regione sia uniformata la gestione delle pratiche di rinnovo del permesso di soggiorno e in modo da evitare le male pratiche che rendono difficile la nostra permanenza.

Inoltre, il 13 giugno insieme a tanti/e rifugiati e richiedenti asilo faremo sentire la nostra voce contro gli accordi di Dublino e la discrezionalità delle commissioni territoriali, per la libertà di attraversare i confini senza morire, di muoversi e di restare e una gestione partecipata da parte dei migranti dei fondi destinati all’accoglienza. Vogliamo permessi di soggiorno validi per tutti/e: basta ricatti, basta profitti sulla nostra pelle!

Prime adesioni (in aggiornamento): ALMI – Associazione lavoratori marocchini in Italia, Associazione senegalese Cheikh Anta Diop (Bologna), Associazione Senegalese Rimini, Comunità pachistana Bologna, Coordinamento Migranti Vignola e Spilamberto, AFI – Associazione Fedde FULBE Italie (Modena e Reggio Emilia), Laboratorio On the Move.

Per discutere della giornata e delle questioni al centro della manifestazione invitiamo tutti e tutte a partecipare

MERCOLEDI’ 3 GIUGNO alle ore 19

presso XM24, via Fioravanti 24 a Bologna, alla

ASSEMBLEA CITTADINA (evento facebook) per lanciare la 

MANIFESTAZIONE REGIONALE DEI/DELLE MIGRANTI del 13 giugno con concentramento alle ore 14 piazza dell’Unità, Bologna (evento facebook)

Materiali:

#bastabossifini #bastasfruttamento #dueanniminimo

logo sciopero socialeInfo e contatti: coo.migra.bo@gmail.com – 327 578 2056

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Per un permesso di soggiorno europeo minimo di due anni e incondizionato! Appello per una giornata di mobilitazione dei migranti, lavoratori e precari sul tema della mobilità e della libertà di muoversi e di restare.

La crisi ha mutato profondamente il quadro politico e sociale. Mentre l’immigrazione entra nel dibattito pubblico come continua ‘emergenza’, solo a ridosso delle stragi che continuano a ripetersi nel Mediterraneo, una vera e propria guerra contro i migranti viene combattuta sui confini interni ed esterni dell’Europa e dell’Italia.

Senza titolo 2 Il regime di Dublino impedisce a migliaia di uomini e donne di muoversi liberamente una volta arrivati in Europa e il razzismo istituzionale pesa su ormai quasi cinque milioni di uomini e donne che in Italia vivono, lavorano o transitano dipendendo da un permesso di soggiorno. A causa del legame tra permesso di soggiorno, lavoro e reddito sono migliaia i mancati rinnovi dei permessi, i ricongiungimenti familiari negati, i rigetti per le regolarizzazioni tramite sanatoria. A tutto questo si deve aggiungere un aumento silenziosamente pianificato del potere discrezionale di questure e prefetture e un’intensificazione dello sfruttamento nei posti di lavoro. La gestione delle cosiddette migrazioni umanitarie – che vede insieme logica dell’emergenza, business dell’accoglienza e ingresso nel mercato del lavoro in condizioni di ricattabilità – si colloca all’interno di questo contesto, come i tempi infiniti di convalida delle richieste di asilo e le vicende legate a Mafia Capitale confermano ogni giorno.

Foto presidio modenaI partiti e i sindacati, il governo e il suo primo ministro, abituati a cinguettare su tutto, sembrano uniti nello sforzo di alzare un muro di silenzio sulla condizione dei migranti in un paese che è terra di arrivo e di transito dei percorsi migratori globali. Pensano che i migranti possano dimenticare la Bossi/Fini. Tuttavia, di fronte alle sfide poste dal governo della mobilità oggi pienamente dispiegato dentro e attraverso i confini dell’Europa, le lotte dei migranti di questi ultimi anni indicano a tutti la possibilità e la necessità di pensare nuovi processi di organizzazione che sappiano tenere insieme i temi della precarietà, dello sfruttamento, del razzismo e della libertà di movimento. Si tratta di fare un salto in avanti per connettere le tante esperienze e vertenze esistenti e allargarle all’insieme di figure che lottano dentro e contro la precarietà, traducendo il rifiuto del razzismo in una forza politica di connessione tra le diverse figure del lavoro. Si tratta di costruire le condizioni per una presa di parola comune di migranti e precari, donne e uomini, contro un regime di sfruttamento che si fonda su gerarchie definite da confini giuridici e salariali. Si tratta di superare la divisione tra migranti e rifugiati, una divisione funzionale per l’intero assetto del razzismo istituzionale, per affermare il diritto di attraversare un confine senza morire, di muoversi liberamente e di restare all’interno dello spazio europeo per chi arriva e per chi è già arrivato, a prescindere dal suo status.

La rivendicazione di un permesso di soggiorno minimo di due anni, valido a livello europeo e incondizionato rispetto al lavoro e al reddito, rappresenta una cornice comune per attaccare il principio costitutivo delle politiche migratorie italiane ed europee – il legame tra permesso di soggiorno e contratto di lavoro – la discrezionalità di prefetture, questure e commissioni territoriali e la distinzione tra migranti economici e richiedenti asilo.

Per queste ragioni chiamiamo una settimana di lotta e mobilitazione in più città che culmini nella giornata di sabato 13 giugno, in cui la rivendicazione di un permesso di soggiorno minimo di due anni, europeo e incondizionato, sarà avanzata a partire dalle seguenti richieste:

  • L’introduzione del principio silenzio/assenso per il rilascio e il rinnovo dei permessi di soggiorno dopo i tempi stabiliti per legge;
  • La rottura del legame tra soggiorno, lavoro e reddito nei processi di rinnovo e rilascio dei permessi di soggiorno;
  • L’annullamento dei regolamenti di Dublino che impongono di chiedere asilo nel primo paese di arrivo;
  • Una gestione partecipata da parte dei migranti dei fondi destinati all’accoglienza;
  • La chiusura di tutti i Centri di Identificazione ed Espulsione.

Primi firmatari:

Cross-Point (Brescia)

Coordinamento Migranti (Bologna)

Resistenze Meticce (Roma)

Rivoltiamo la precarietà (Bari)

Sportello diritti (Mantova)

Coordinamento Migranti Verona

Leggi l’appello sul blog dello Sciopero Sociale

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Sabato in piazza contro discriminazione razziale, per la libertà di muoversi e di restare

no-razzismoSabato 16 maggio rom e sinti da tutta Italia scenderanno in piazza a Bologna per denunciare la crescente ondata di razzismo che li ha presi come bersaglio e come capro espiatorio. E noi saremo in piazza con loro perché discriminazione razziale e xenofobia non sono solo italiane, ma costituiscono il lato oscuro delle politiche migratorie europee.

Come migranti conosciamo il razzismo in tutte le sue forme, dal razzismo istituzionale alla segregazione, dal ricatto del permesso di soggiorno al rischio di essere cittadini di serie B anche se in possesso della cittadinanza. Infatti, anche quando sono comunitari e dovrebbero quindi potersimuovere  liberamente e restare dove credono, li si può costringere a stare ai margini delle periferie in condizioni di precarietà assoluta, salvo poi dire che vivere così “è la loro cultura”.

Rom e sinti, italiani e non, e tutti i migranti che hanno attraversato e stanno attraversando i confini interni ed esterni dell’Europa non saranno il capro espiatorio della crisi economica. Sabato scendiamo in piazza contro ogni discriminazione e per rivendicare per tutti, indipendentemente dal colore della pelle e dalla cittadinanza, la libertà di muoversi e di restare dove si possono trovare condizioni di vita migliori.

Appuntamento alle ore 10 in via Gobetti

 

 

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Rimini: presidio dei/delle migranti contro le male pratiche della Questura il 20 giugno

BASTA CON IL RICATTO DEL PERMESSO DI SOGGIORNO

BASTA CON LE MALE PRATICHE DELLA QUESTURA DI RIMINI

Presidio dei e delle migranti davanti all’Ufficio Immigrazione

Sabato 20 giugno, ore 10 – Via Bonsi 38, Rimini

scarica il Volantino

questura-rimini-foto-altarimini-dal-basso La Questura e l’Ufficio Immigrazione stanno rovinando la vita dei migranti che lavorano a Rimini e in provincia:

  • I tempi di attesa per rinnovare un permesso di soggiorno superano di molti mesi i sessanta giorni stabiliti dalla legge. Così, spesso i permessi sono rilasciati quasi scaduti.
  • Molti permessi sono bloccati con la scusa che negli anni passati siamo stati ambulanti, anche se adesso abbiamo un lavoro dipendente e un reddito sufficiente.
  • In caso di problemi o documenti mancanti, l’Ufficio Immigrazione comunica subito il diniego del permesso, quando invece dovrebbe darci la possibilità di integrare la domanda di rinnovo.
  • Siamo costretti a lunghe file di attesa per avere informazioni in un edificio che è sprovvisto di bagni che ogni ufficio pubblico dovrebbe avere.
  • Infine: la durata dei permessi è inferiore a quella che dovrebbe essere, fino a un anno anche per contratti di breve durata, fino a due anni per i contratti a tempo indeterminato. Sono poi rilasciati permessi per ricerca occupazione anche con contratti di lavoro a termine. La loro durata è spesso di soli sei mesi quando la legge stabilisce fino a un anno, rinnovabile per un altro anno.

Tutto questo è quello che chiamiamo razzismo istituzionale. Contro tutto questo, l’Associazione senegalese ha deciso di scendere in piazza e invitare i migranti di tutte le comunità a partecipare al presidio di sabato 2o giugno, una settimana dopo la manifestazione regionale dei migranti, davanti all’Ufficio Immigrazione della Questura di Rimini.

 Associazione dei Senegalesi di Rimini, Coordinamento Migranti

Info e adesioni: coo.migra.bo@gmail.com 3275782056 abdoukhdir79@hotmail.it 3295621942

Adesioni:

Associazione degli Ivoriani di Rimini, Casa Madiba, Collettivo Studentesco Rumori Sinistri, Baye Fall, Grotta Rossa, Arci Rimini, Associazione Arcobaleno

 

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700 deaths for freedom in the Sicilian channel

mar-rosso[passa alla versione in italiano] Seeing the massacre in the Sicilian Channel, we migrants, on the front lines of the daily struggle against the government of mobility and movement, declare that in the war of borders we side with the women and men who seek freedom. Whatever the reason: escaping war, dictatorial regimes, persecution or simply the desire to change life.

We fight every day to guarantee our rights against institutional racism, which seeks to silence us and make us no more than labor force to be silently exploited. Through assemblies, demonstrations and strikes we organize to demand freedom for all, against exploitation, precarity and racist laws like the Bossi-Fini legislation. We are here and here we fight. But we know that our condition comes from having crossed a border, a border that continues to follow us in the residency papers in our pockets and the daily racism we face. For this reason we struggle so that all the women and men who like us must move to conquer a future for themselves can do it without being blackmailed or forced to seek help from criminals to reach their objective.

Seeing the massacre in the Sicilian Channel we say clearly that the “organizations without principles” are many: human traffickers, The European Union, the Italian State, the governments that use migrants as an exchange commodity. European policies, which continue deny freedom to thousands of women and men, are the main reason it is today impossible to reach the Italian coast safely. Those who want to go on vacation can take a ferry, those who wish to find a better life must seek out human traffickers.

If the Mare Nostrum operation had for a time limited the number off deaths, the effects of its end and the beginning of patrolling operations of the Schengen area’s southern borders coordinated by Frontex are evident. Those who now express sadness on camera that speak of migrants as a European problem are the same that said that Triton would be a step forward: merchants of death and killers of freedom. If the rumors of a naval blockade of the Mediterranean were to be confirmed, the result would be that we migrants would end up as the expendable pawns of a game of cops and robbers, between the “forces of good” of the democratic EU and the “evil agent” human traffickers. Two different sides, but both without moral principles.

Faced with the political crimes committed by governments on both sides of the Mediterranean we demand the right to move across borders by any means, without dying.

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700 morti per la libertà nel Canale di Sicilia

mar-rosso[switch to English version] Di fronte alla strage nel canale di Sicilia noi migranti, in prima fila nella lotta quotidiana contro il governo della mobilità, dichiariamo che nella guerra dei confini siamo dalla parte degli uomini e delle donne che cercano la libertà. Qualunque sia il motivo: allontanarsi dalla distruzione di una guerra, sfuggire a regimi e persecuzioni o semplicemente la volontà di cambiare vita.

Insieme a tanti altri lottiamo ogni giorno per far valere i nostri diritti contro il razzismo istituzionale che ci vorrebbe zitti, braccia da sfruttare senza voce. Con le assemblee, i presidi, gli scioperi e le manifestazioni ci organizziamo per rivendicare la libertà di tutti di fronte allo sfruttamento, alla precarietà e alle leggi razziste come la Bossi-Fini. Siamo qua e lottiamo qua. Ma sappiamo che la nostra condizione deriva dall’aver attraversato un confine, che continua a inseguirci nel permesso di soggiorno che portiamo in tasca o nei documenti che non ci vogliono dare, nel razzismo che dobbiamo affrontare. Per questo lottiamo perché tutte le donne e gli uomini che, come noi, decidono di muoversi per conquistare il proprio futuro, possano farlo senza dover subire ricatti e senza dover ricorrere all’aiuto di criminali per raggiungere il loro obiettivo. Di fronte alla strage nel canale di Sicilia, diciamo chiaramente che le “organizzazioni senza scrupoli” di cui tanti parlano sono molte: i trafficanti, l’Unione Europea, lo Stato Italiano, i governi che usano i migranti come merce di scambio. È infatti soprattutto a causa delle politiche europee, che continuano a vietare la libertà a migliaia di uomini e donne, che è oggi impossibile raggiungere le cose italiane in sicurezza. Chi va in vacanza lo può fare con un traghetto, chi vuole raggiungere l’Europa perché vuole cercare una vita migliore deve chiedere aiuto a dei trafficanti.

Se l’operazione Mare Nostrum aveva per un po’ di tempo limitato le morti, gli effetti della sua fine e dell’avvio di operazioni di pattugliamento dei confini meridionali dello spazio Schengen coordinati da Frontex sono ora sotto gli occhi di tutti. Coloro che ora si commuovono in diretta, che parlano di emergenza migranti come problema europeo, sono gli stessi che dicevano che Triton sarebbe stata un passo in avanti: mercanti di morte e assassini della libertà. Se poi dovessero essere confermate le indiscrezioni che parlano di un blocco navale nel Mediterraneo, il risultato sarebbe che noi migranti finiremmo a fare le pedine sacrificabili di un gioco tra guardie e ladri, tra le “forze del bene” della democratica UE e gli “agenti del male” rappresentati dagli scafisti. Squadre diverse, ma entrambe appunto senza scrupoli.

Di fronte ai crimini politici di cui si macchiano i governi su tutte le sponde del Mediterraneo noi rivendichiamo il diritto di muoverci e attraversare i confini con qualsiasi mezzo senza morire.

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Atti di insubordinazione contro l’ordine confederale di fabbrica. Una posizione politica

Atti_2La fonderia Atti/Atla di Bentivoglio ha una lunga storia di sfruttamento, macchinari insicuri, licenziamenti ingiustificati. Noi siamo già stati davanti ai suoi cancelli nel 2004 per difendere un lavoratore che si era rifiutato di lavorare in condizioni pericolose per la sua salute. Ora la storia si ripete. Abdelkader, di ritorno da un infortunio sul lavoro, si è giustamente rifiutato di svolgere un compito non adatto alle sue condizioni di salute e per questo è stato licenziato. Due giorni di sciopero che ha bloccato le merci in entrata e uscita: atti di insubordinazione contro l’ordine confederale della fabbrica, padrone livido che sperimenta che cos’è la rabbia, camionette della polizia che osservano lo scontro di classe, divisioni evidenti e laceranti tra i lavoratori. Tutto questo è successo la scorsa settimana alla fonderia di Bentivoglio.

Gli atti di insubordinazione degli operai migranti hanno provocato una risposta scomposta che non è solo l’esempio della politica padronale di sfruttamento dei lavoratori, ma la messa a regime di una precarizzazione della vita di fabbrica in linea con la politica introdotta dal Jobs Act. Si tratta di distruggere definitivamente ogni possibilità di lotta, ogni potere contrattuale, soprattutto ora che il SiCobas ha rotto il fronte dell’immobilismo gestito dai sindacati confederali. La cassa integrazione, l’immobilità di livello, la discriminazione delle donne, le gerarchie interne ‒ per cui gli operai italiani o gli operai più docili non svolgono le stesse mansioni dei migranti o degli operai indisponibili ad abbassare la testa ‒ sono gli espedienti messi in atto per fare della fabbrica una «caserma», come dicono senza mezzi termini i lavoratori.

Quello che hanno fatto i lavoratori con il loro sciopero e il loro blocco delle merci non è perciò solo un atto di solidarietà e di coraggio, ma il rifiuto netto di una politica dell’obbedienza che passa dal padrone, ma anche dai sindacati confederali complici e dalle istituzioni. Interpellato per la trattativa, infatti, il sindaco ha detto di potere risolvere la questione in mattinata. E abbiamo visto come l’ha risolta, mandando due camionette della polizia già alle nove del mattino. Questa politica dell’obbedienza passa dallo sforzo di mettere sempre i lavoratori contro i lavoratori, gli italiani contro i migranti, anche i migranti contro i migranti: i responsabili contro gli irresponsabili. Uno sforzo che oggi trova terreno fertile a causa di anni di silenzi sindacali di fronte all’istituzionalizzazione delle gerarchie non solo tra migranti e italiani, ma tra gli stessi migranti, imposto dalla Bossi-Fini nei luoghi di lavoro.

AttiSi capisce quindi come mai, alla fine della seconda mattinata di sciopero, per scortare un camion che doveva consegnare merci finite un gruppo di lavoratori (per lo più dell’ufficio personale, impiegati, capiturno e capireparto, mulettisti e collaudatori), in gran parte italiani, è uscito dallo stabilimento con in testa i delegati CISL e CGIL, su richiesta del padrone che ha minacciato di spegnere i forni, di mettere tutti in cassa integrazione o in mobilità, a causa del blocco che stava rendendo impossibile mantenere i ritmi di produzione. Se nel 2004 la FIOM, pungolata dal Coordinamento Migranti, si è mossa a sostegno degli operai, anche sperando di conquistarsi qualche delegato in una fabbrica che era a maggioranza CISL, stavolta è restata immobile di fronte ai comportamenti padronali e si è allineata alla politica degli altri sindacati confederali. Verrebbe da chiedersi: con chi la faranno la coalizione sociale, se nel nome del lavoro si confondono gli interessi dei padroni con quelli operai, e nel nome della legalità si equiparano le lotte contro lo sfruttamento con le pratiche mafiose, come a Bologna hanno fatto Libera insieme ad Arci e CGIL? La faranno con chi vuole sempre e comunque difendere il lavoro, anche a costo di difendere la fabbrica?

Dopo abbiamo assistito a un catalogo di idiozia e razzismo. Un delegato CISL ha gridato a un migrante che discuteva con i suoi compagni «parla italiano che non ti capisco». Inevitabilmente le paure della crisi hanno preso il sopravvento con urla del tipo: «tu scioperi, allora se perdo il lavoro domani mio figlio viene a mangiare a casa tua», oppure «se non vi piace qui, allora andate via». Altri con più calma e chiamandosi per nome hanno per fortuna ripreso discussioni evidentemente già iniziate in fonderia. Tutti hanno però sentito il delegato CISL urlare ai lavoratori in sciopero che non si possono chiedere «solo i diritti, che ci sono i doveri», come il dovere di lavorare che piace tanto ai padroni. Molti hanno visto quattro lavoratori italiani spingere a terra un migrante che si era messo davanti a un camion in uscita per bloccarlo. Alla fine il camion carico di merci è riuscito a passare scortato dalla paura e dall’obbedienza, da chi crede, facendo tesoro delle retoriche sindacali, che sia necessario «difendere il lavoro, prima che i lavoratori».

Tutto questo non è solo una fotografia del conflitto interno alla fabbrica, ma l’istantanea di una fabbrica 2.0 ai tempi del Jobs Act. L’Atti/Atla è un chiaro esempio di come le imprese possono avvantaggiarsi del Jobs Act, trasformando la cassa integrazione in profitto indiretto, garantendosi il lavoro just in time e usa e getta, e quindi usando gli sgravi fiscali a piacimento e gli operai come pedine. Assieme alle tutele possono sempre calare anche i salari.

Le divisioni che abbiamo visto a Bentivoglio sono il frutto della politica dell’obbedienza perseguita dal governo e dai sindacati di governo. Noi vogliamo però partire dagli atti di insubordinazione di chi, come i migranti, ha deciso di dire no, pur avendo molto da perdere, visto che al loro salario non è appesa solo la loro sussistenza e quella delle loro famiglie, ma anche il loro permesso di restare, il loro diritto al soggiorno nel posto in cui vivono ormai da anni. Questi migranti decidono di lottare come operai contro lo sfruttamento e i soprusi del padrone, non chiedono il permesso per rivendicare i loro diritti perché sanno che il padrone non conosce dovere e non si fanno illusioni. Sappiamo però che la politica dell’obbedienza è un problema di tutti, di chi lotta e di chi ha paura, dei precari e dei fantomatici garantiti, dei migranti e degli italiani. Ogni giorno nelle lotte contro la precarietà noi troviamo in piccolo lo scenario surreale a cui abbiamo assistito a Bentivoglio: la paura, il razzismo, la rassegnazione, la politica padronale, la connivenza sindacale.

La politica dell’obbedienza produce o inventa divisioni: il ricatto del salario, ma anche la diffusa convinzione che stare al gioco del ricatto è l’unica chance per salvare la pelle, per pagare le bollette a fine mese, per non finire nel labirinto della precarietà. La politica dell’obbedienza è un problema di tutti perché dice una verità scomoda con cui dobbiamo cominciare a fare i conti politicamente, e cioè che sempre più lavoratori non sanno come difendersi dall’attacco indiscriminato che subiscono, mentre alle imprese è dato sempre più margine di manovra. Contro la politica dell’obbedienza, contro la politicizzazione sindacale della crisi, misera e connivente coi padroni, è necessario produrre un discorso politico che sappia affrontare le divisioni subdole, affrontandole senza remore e senza ricorrere a miti senza realtà. Ci sono profonde divisioni in fabbrica e negli altri luoghi di lavoro. Da qui bisogna partire se si vuole smontare il castello di carta della rassegnazione, producendo organizzazione fuori e dentro le fabbriche e gli altri posti di lavoro a partire dalle differenze. L’unità politica delle lavoratrici e dei lavoratori non è, non può più essere, una questione di identità.

In questa situazione i proclami servono a poco. Gli atti di insubordinazione dei lavoratori migranti a Bentivoglio mostrano una verità scomoda, ma dalla quale dobbiamo necessariamente partire: il nostro maggiore problema siamo noi.

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