Non ci fermiamo: per un permesso minimo di due anni

A seguito della lettera pubblica indirizzata alla Questura di Modena e della grande assemblea di Spilamberto, sabato 21 febbraio una delegazione di migranti di Modena e provincia ha incontrato il Questore vicario (Todisco) e i dirigenti dell’Ufficio immigrazione della Questura di Modena.

Rispetto all’ultimo incontro avuto a fine dicembre, i dirigenti della Questura e dell’Ufficio immigrazione hanno affermato che i cambiamenti apportati nelle procedure adottate e un rinnovato impegno stanno consentendo un “rapido” rientro nei tempi di rinnovo stabiliti dalla legge (due mesi). Hanno, infatti, parlato di ritardi soltanto per il 3% dei rinnovi. Non ne siamo poi così certi, ma evidentemente il presidio di dicembre e la mobilitazione di inizio anno hanno messo una certa fretta nei dirigenti e nel personale dell’Ufficio Immigrazione!

Rimane però ancora sospesa la situazione per centinaia di famiglie che non riescono a rinnovare il permesso nei tempi previsti a causa dei lunghi tempi che altre istituzioni (come tribunali e consolati) impiegano – dice la Questura – per produrre la documentazione necessaria. Il Questore vicario si è in questo senso impegnato a segnalare al ministero la necessità che i permessi rinnovati partano almeno dalla data di stampa e non da quella in cui viene presentata la domanda alle poste. Inoltre, ha impegnato l’Ufficio immigrazione a sollecitare le amministrazioni delle istituzioni esterne coinvolte.

Tuttavia, il Questore vicario non si è sbilanciato su quei ritardi dovuti alla discrezionalità amministrativa dei suoi dirigenti che svolgono controlli e indagini su contratti di lavoro, CUD e – soprattutto – contributi INPS. Ha però garantito – e non poteva fare altrimenti, viste le sentenze del Tar Lombardia e del Consiglio di Stato – che la situazione contributiva INPS non è ostativa al rinnovo del permesso, ma ha continuato a parlare di controlli e indagini su situazioni dubbie o a campione. I migranti non si aspettano la “generosa” benevolenza dalla Questura: chiedono solo il permesso a cui hanno diritto. Non accettiamo perciò che ci si risponda – come è stato fatto anche questa volta – che questi controlli sono “per il bene dei migranti” che così possono lamentarsi con i datori di lavoro per il mancato versamento dei contributi. L’unico bene che i migranti vogliono è il permesso di soggiorno subito! Ribadiamo quindi che controlli e indagini non devono ritardare il rinnovo del permesso, devono dunque essere successivi al rilascio del permesso e devono riguardare i datori di lavoro, non i migranti: non è accettabile far ricadere sui lavoratori le inadempienze, irregolarità o truffe dei padroni!

Disponibilità sono emerse non solo per trattare singoli casi problematici che potrebbero emergere su questo terreno, ma anche in relazione allo sportello informativo, fisico e digitale. Ci è stato comunicato che è da poco aperto uno sportello il venerdì mattina (dalle 9 alle 11) al quale è possibile recarsi previo appuntamento da richiedere telefonicamente il lunedì. Non è molto, ma è un piccolo passo per evitare che i migranti siano costretti a pagare centinaia di euro ad avvocati e dieci euro ai patronati per avere informazioni sulle loro pratiche. Controlleremo che il servizio funzioni effettivamente. Il Questore vicario si è anche impegnato a verificare la possibilità di attivare un servizio digitale per prenotare la data del ritiro, oltre al sistema ora adottato – frutto di una convenzione con i comuni della provincia – per cui è necessario rivolgersi fisicamente ai comuni e ai patronati. Un po’ di “rottamazione” di pratiche burocratiche forse non guasterebbe per velocizzare i tempi di risposta dell’Ufficio stranieri.

Aspetti positivi sono infine emersi sulla questione della durata dei permessi di soggiorno. In primo luogo è stato riconosciuto l’errore nella consegna di permessi per attesa occupazione in presenza di un contratto di lavoro di breve durata. In secondo luogo, il Questore vicario – oltre a garantire la concessione di permessi di due anni per chi presenta un contratto a tempo indeterminato – ha impegnato l’Ufficio stranieri affinché rilasci un permesso di un anno per chi presenta un contratto di lavoro a tempo determinato, anche di breve durata, nella speranza che ciò ponga fine alle pratiche restrittive di questi ultimi anni. Per essere chiari abbiamo però ribadito che questo criterio deve essere applicato non soltanto quando il contratto di lavoro è in corso di validità nel momento in cui viene esaminata la pratica. Vogliamo anche che chi è attualmente in possesso di un permesso di attesa occupazione possa immediatamente convertirlo in un normale permesso di lavoro con una semplice richiesta alla Questura. Inoltre, alla luce di un mercato del lavoro sempre più povero e precario, il permesso di un anno va concesso anche a chi sta lavorando saltuariamente a chiamata, tramite agenzia interinale e con contratti rinnovati mensilmente che non consentono di raggiungere un adeguato livello di reddito.

Quest’ultimo punto costituisce un risultato importante per il movimento dei migranti, non solo a Modena e provincia, ma in tutto il paese e oltre. Rappresenta infatti un primo passo per rivendicare – contro le politiche italiane ed europee sull’immigrazione – un permesso di soggiorno minimo di almeno due anni a prescindere dal lavoro e dal reddito. Per questo, la lotta dei migranti di Modena e provincia contro le male pratiche della Questura non si fermerà qui. Continueremo a vigilare affinché gli impegni presi siano effettivamente mantenuti e in tempi rapidi. Proseguiremo quindi la mobilitazione con nuove assemblee per denunciare il razzismo istituzionale che si nasconde dietro ciò che non funziona nelle pratiche di rinnovo del permesso, non solo a Modena. Soprattutto, ci organizzeremo per lanciare un nuovo percorso di lotta per il permesso di soggiorno minimo. Questo sarà il vero salto in avanti contro lo sfruttamento non solo del lavoro migrante ma del lavoro di tutti, precari e operai. La definitiva precarizzazione e il crescente impoverimento del lavoro rende necessario lottare insieme, italiani e migranti, per un salario minimo e un permesso di soggiorno minimo!

Pubblicato in #bastabossifini, 2015, Comunicati, Permessi di soggiorno, precarietà, sciopero sociale

Assemblea dei/delle Migranti a Spilamberto (MO) domenica 15 febbraio ore 15

Assemblea dei/delle Migranti

Domenica 15 febbraio ore 15

 Presso Circolo Arci Polisportiva Spilambertese, via Gaetano Donizetti 1 Spilamberto (Modena)

Scarica il volantino in italiano: Assemblea Spilamberto

Scarica il volantino in arabo: إجتماع مودينا2015

Leggi la lettera pubblica dei migranti alla Questura di Modena

Presidio Modena 13.12.14In provincia di Modena, a Spilamberto, Vignola e in altri comuni, risiedono migliaia di migranti che lavorano tutti i giorni nelle piccole e medie imprese: metalmeccaniche, edilizie, del settore dei trasporti e nei servizi di pulizia e assistenza. Alcuni hanno contratti a tempo indeterminato, altri hanno contratti di breve durata, altri ancora sono soci di cooperative o vengono impiegati attraverso agenzie interinali. La crisi economica di questi ultimi anni ha peggiorato la vita di tutti, migranti e italiani. Per i migranti, però, le difficoltà di trovare un lavoro e avere un reddito sufficiente causano problemi sempre maggiori per rinnovare il permesso di soggiorno dal quale dipende la permanenza in Italia. In questa situazione, la Questura e l’Ufficio stranieri di Modena stanno gestendo in modo restrittivo le pratiche di rinnovo: spesso i permessi di soggiorno sono consegnati quasi scaduti dopo lunghi tempi di attesa; anche con un contratto di lavoro a tempo indeterminato sono rilasciati permessi di solo un anno anziché due; talvolta chi possiede un contratto di lavoro di breve durata riceve un permesso di attesa occupazione invece che un regolare permesso di soggiorno; infine molti permessi sono bloccati in Questura per il controllo dei contributi INPS, controlli che dovrebbero riguardare i datori di lavoro, non i migranti.

Questi e altri sono i problemi che dobbiamo affrontare e risolvere. Noi migranti non dobbiamo avere paura quando sentiamo parlare di Questura: è nostro diritto riunirci in assemblea e discutere insieme i problemi che abbiamo, è nostro diritto unire le nostre voci per chiedere che questi problemi siano risolti. Per questo, dobbiamo invitare amici, parenti e colleghi di lavoro (di Spilamberto, Vignola e gli altri comuni della provincia di Modena) a partecipare all’assemblea del Coordinamento Migranti che si terrà domenica 15 febbraio alle ore 15, presso il Circolo Arci Polisportiva Spilambertese, via Gaetano Donizetti a Spilamberto.

Per informazioni e contatti:

 www.coordinamentomigranti.org – coo.migra.bo@gmail.com – 3275782056

Pubblicato in #bastabossifini, 2015, Legislazione, Modena, Permessi di soggiorno, precarietà

Lettera pubblica dei migranti alla Questura di Modena

2014-12-13 10.35.16Pubblichiamo di seguito una lettera aperta indirizzata dai migranti alla Questura di Modena, dopo gli impegni presi il 13 dicembre nel corso del presidio organizzato dal Coordinamento Migranti. Per discutere della situazione, i migranti e le migranti organizzano una nuova assemblea a Spilamberto il 15 febbraio.

Male pratiche della Questura di Modena: 

nulla è cambiato, ma non aspetteremo in silenzio!

Lettera pubblica alla Questura di Modena.

L’attesa non ci piace. Non ci è mai piaciuta. Siamo uomini e donne migranti e, quando abbiamo deciso di muoverci, non abbiamo aspettato niente e nessuno per organizzarci e lottare per il futuro nostro e dei nostri figli. Noi sappiamo che ci sono cose difficili da realizzare e, quando aspettiamo, lo facciamo perché abbiamo chiaro il risultato che vogliamo ottenere. Forse questo la Questura di Modena non lo sa. Ma se crede di poterci accontentare con delle promesse vaghe, magari accompagnate da sorrisi amichevoli, si sbaglia di grosso.

Il 13 dicembre 2014 la Questura si è infatti impegnata pubblicamente con i migranti di Modena e provincia, riunitisi in presidio dal mattino, ad accogliere alcune nostre precise richieste. In quell’occasione abbiamo detto ai vertici dell’Ufficio stranieri che avremmo vigilato sulle loro promesse. Noi, che le promesse le rispettiamo, ci siamo incontrati nuovamente in assemblea a Modena il 25 gennaio 2015 e tutti siamo d’accordo su un fatto: da allora nulla è cambiato!

  • La Questura continua ancora a rilasciare permessi di soggiorno quasi scaduti
  • Rilascia anche permessi di attesa occupazione per chi ha contratti di breve durata quando avremmo invece diritto a un normale permesso di soggiorno per lavoro.
  • Non ci sono poi notizie dello sportello informativo, e così dobbiamo rivolgerci ad avvocati che si arricchiscono alle nostre spalle.
  • Siamo inoltre costretti ad andare da patronati e sindacati per richiedere l’appuntamento per ritirare il permesso di soggiorno.
  • La Questura continua infine a rilasciare permessi di un anno anche in presenza di un contratto a tempo indeterminato, anche se legge prevede un permesso di due anni.
  • Ancora più grave: nonostante le sentenze del TAR regionale della Lombardia, come avviene per altro a Bologna, anche a Modena la Questura vincola il permesso al controllo dei contributi INPS, facendo ricadere su di noi, migranti e lavoratori, le truffe di padroni e cooperative!

 Abbiamo aspettato, ma adesso chiediamo: quand’è che la Questura pensa di cambiare davvero atteggiamento? Che cosa pensa la Questura, che vogliamo essere tranquillizzati a parole? No! Noi vogliamo che siano risolti i problemi che ci rendono la vita inutilmente più difficile. Quando dalla discrezionalità di un ufficio dipende la vita di migliaia di persone, le scelte pesano come macigni. Noi chiamiamo queste cose razzismo istituzionale. La Questura può scegliere se usare questa discrezionalità per caricare di paura e di un peso insostenibile migliaia di famiglie che vivono in provincia di Modena, o se rispettare gli impegni presi e dare finalmente delle risposte concrete.

 È tempo di dire basta al razzismo istituzionale! È tempo che alla Questura di Modena le cose cambino! Non vogliamo più essere espulsi a causa della precarietà del lavoro e non accettiamo che i nostri già magri salari siano impoveriti dalle male pratiche della Questura. Non accettiamo, poi, che i migranti che vivono qui da 30 anni siano sotto la costante minaccia di diventare clandestini. Noi non abbiamo paura di chiedere quello che ci spetta e ci aspettiamo che la Questura convochi un incontro per spiegare le ragioni per cui gli impegni presi non sono stati rispettati e per trovare i modi più rapidi per mettere fine a uno stato di cose inaccettabile. Non si può teorizzare a parole l’integrazione e poi favorire pratiche amministrative che costruiscono segregazione e disagio. In attesa di una risposta non staremo con le mani in mano e ci incontreremo nuovamente il 15 febbraio a Spilamberto (Mo) per organizzare altre iniziative per far sì che le promesse della Questura non restino parole vuote.

coo.migra.bo@gmail.com -3275782056 – www.coordinamentomigranti.org

Pubblicato in #bastabossifini, 2015, migranti, migrants, Modena, Permessi di soggiorno, precarietà

25 gennaio cena di autofinanziamento @Vag61

SOSTIENI LE LOTTE DELLE E DEI MIGRANTI!

Cena di autofinanziamento del Coordinamento Migranti – 25 Gennaio Ore 20 @Vag61 – via Paolo Fabbri 110

Menù (vegano e non)

Varietà di antipasti con salumi ma anche senza

Polenta ricca al sugo di funghi (per chi vuole anche di salsiccia)

Vino rosso della casa (il primo quarto lo offriamo noi, ma il resto lo paghi tu)

Assaggi di dolcetti

Prezzo 8 €, ma per chi può anche di più

Sempre meglio prenotare: coo.migra.bo@gmail.com 327.57.82.056

Evento Facebook

Pubblicato in 2015, autofinanziamento, Bologna

Basta razzismo istituzionale, basta sfruttamento! // 25 gennaio assemblea dei/delle migranti a Modena

ASSEMBLEA DEI/DELLE MIGRANTI

Domenica 25 gennaio ore 15 – Libera Officina, via del tirassegno 7 (dietro la stazione ferroviaria) – Modena

Lo scorso 13 dicembre il Coordinamento Migranti ha manifestato di fronte alla Questura di Modena. Per noi migranti di Modena e provincia è una grande novità: per la prima volta abbiamo portato i nostri problemi e le nostre rivendicazioni direttamente ai dirigenti della Questura e dell’Ufficio stranieri, senza sindacati, patronati o avvocati. Durante il presidio una delegazione ha incontrato i dirigenti della Questura, che hanno assunto diversi impegni:

  • hanno detto di aver stabilito nuove procedure per ridurre i tempi di attesa: non vogliamo più ritirare permessi quasi scaduti!
  • hanno dichiarato che apriranno uno sportello informativo e saranno migliorati i servizi informatici: non vogliamo più pagare avvocati e patronati per avere informazioni sul rinnovo del permesso!
  • hanno anche affermato che non saranno più rilasciati permessi per attesa occupazione a chi presenta contratti di breve durata, bensì un normale permesso di soggiorno per lavoro: non vogliamo essere espulsi a causa della precarizzazione e dell’impoverimento del lavoro, la nostra è una lotta contro razzismo istituzionale e contro lo sfruttamento!

Non tutti i problemi sollevati nell’incontro sono stati risolti. Non accettiamo che siano rilasciati permessi della durata di un anno anche con un lavoro a tempo indeterminato e che il rilascio del permesso sia vincolato al controllo dei contributi INPS. Qualsiasi verifica e controllo devono semmai essere successive al rilascio del permesso e devono riguardare i datori di lavoro: non è accettabile far ricadere sui lavoratori le inadempienze, irregolarità o truffe dei padroni!

Per tutti questi motivi, per verificare gli impegni presi dalla Questura, per continuare la mobilitazione contro razzismo istituzionale e sfruttamento, invitiamo tutte e tutti i migranti di Modena a provincia alla Assemblea dei/delle migranti che si terrà domenica 25 gennaio alle ore 15 presso Libera Officina, via del tirassegno 7 (dietro la stazione ferroviaria) – Modena.

Pubblicato in #bastabossifini, 2015, Assemblee, Modena, Permessi di soggiorno, precarietà

Death and Freedom

[Italian version]

On 24 April 2013 a building collapsed in Savar, near Dhaka, in Bangladesh: 1,129 dead. They were workers, women and men. It was the worst disaster that had ever occurred in a textile factory. The factory supplied very famous brands: Auchan, Bonmarché, Mango, El Corte Ingles, WalMart and many others.

On 3 October 2013, almost three hundred migrants died when a boat sank off Lampedusa. The ship, which like many others started off from Libya, was packed with men and women from different African countries who for various reasons had chosen to migrate and build a better life.

Sunday, December 1, 2013, seven Chinese workers died in Prato, Tuscany. They lived, like many other chinese workers, in the same buildings where they worked, working with sub-sub contracts from 12 to 14 hours a day, paid by the piece by a fast fashion company.

In 2014 in Qatar a Nepalese worker died on average once every two days, on construction sites where the infrastructure for the 2022 World Cup is being built. The estimate overall is even higher, taking into consideration migrant workers from Bangladesh, Sri Lanka and India.

What do all these deaths have to do with 12 people killed in Paris at the headquarters of Charlie Hebdo? Very much. It is through the eyes of all those who move throughout this world, of all those who criticize with their own movement the present state of things, which we feel is necessary to condemn the massacre in Paris.

We see ourselves as part of a transnational movement, and do not differentiate between dead here or elsewhere. The movements of migrants are not free, but constantly seek freedom nonetheless. How heavily does the  fanaticism of those who want to make religion a form of compulsory identity weigh on the movements of migrants? Very much. Twelve dead in Paris weigh heavily on the movements of migrants, because they exact a price on their freedom to move to and stay in places where they would like to settle down. There is a dismal trend these days to differentiate among the dead. Instead the dead of Paris will eventually added up to all the other deaths that dot the migratory routes of this planet.

In the every day attacks of governments on the freedom of migrants, religion is becoming more and more a self-defense mechanism that provides an identity and even an acknowledgment of worth. But those who make religion a sole and absolute identity are not opposed the governing and control of migration. Those who make religion a weapon and a constant blackmail are opposed to the freedom of migrants to change not only the country they live in but also to change themselves.

We must choose the perspective from which to look at things. Our perspective is not the opposite to that of Salvini, Fallaci, Ferrara, Zemmour. As annoying and dangerous as these positions are, to lower oneself to their level, to accept the ground that they impose, to discuss how much West there should or should not be, means reducing the matter to a «Western» debate  between a tolerant and intolerant position. Freedom is not a matter of mere tolerance. Our perspective is not that that seeks to measure how much West there was in the satire of Charlie Hebdo, how politically incorrect it was, wether and how much it was disrespectful of the established identity of the religions of others. Freedom is not an a priori selection of allowed topics. Imperialism is not an omnipotent god that creates all things. ISIS and Al Qaeda are not simply the perverse and poisonous effect of Western policy, which today returns violently, and in almost deserved manner. We do not think that everything is West, because from the point of view of migrants this division between the West and the rest of the world is not so clear-cut. We prefer to face the violence of ISIS and Al Qaeda head on, recognizing that even in places of oppression, movements and institutions of oppression are born, knowing that only the movements of the oppressed can break the symmetries of the oppressors. Being stubbornly on the side of the oppressed, we are interested in what they suffer every day. What interests us are the new ways the oppressed find every day to escape regimes of oppression.

We struggle every day to assert our freedom and we are against those who act to take away our freedom and that of others. The revolutions in Tunisia and Egypt, to demand for the freedom to live of the people of Gaza, the courage of the women and men of Rojava – who while resisting the advance of ISIS are struggling to change a society of oppression and exploitation – have been and are for us  freedom movements that add to the struggles of migrants in Europe and elsewhere. For us to say no to war means saying no to «border democracy», exploitation imposed by force of arms and by immigration laws, but also to say no to any power that uses or invokes holy war to establish itself. So today we are against those who peddle death as freedom. This is why for us the massacre of Paris is not just an attack on freedom of expression, but the sign of oppression and restriction of freedom for millions of living that move around and across the borders of the world. It announces a dictatorship on women’s bodies, a new tyranny that we do not want to know. To those who think they will find freedom in the afterlife by enlisting in gangs of powerful assassins, that do business with anyone and then seek to impose their rule by force, killing by design, we say that their freedom is not our freedom . You can not paint a black door red.

Pubblicato in 2015

La morte e la libertà

La morte e la libertà[English version] Il 24 aprile del 2013 è crollato un edificio nella zona di Savar, vicino a Dacca, in Bangladesh: 1.129 morti. Erano operai e operaie. È stata la più grave strage mai avvenuta in una fabbrica tessile. Questa fabbrica rifornisce marchi molto famosi: Auchan, Bonmarché, Mango, El Corte Inglés, WalMart e tanti altri.

Il 3 ottobre del 2013, quasi trecento migranti sono morti nell’affondamento di un barcone al largo di Lampedusa. La nave, partita come tante altre dalla Libia, era stipata di uomini e donne provenienti da diversi paesi africani che, per diverse ragioni, avevano scelto di muoversi e costruirsi una vita migliore.

Domenica 1 dicembre 2013, sette operai cinesi sono morti a Prato. Vivevano, come altri, negli stessi capannoni in cui lavoravano in sub-sub appalto dalle 12 alle 14 ore al giorno, pagati a cottimo per qualche ditta del pronto moda.

Nel 2014 in Quatar è morto in media un lavoratore nepalese ogni due giorni, nei cantieri dove si edificano le infrastrutture per i mondiali di calcio del 2022, ma la stima sarebbe ancora più grave se si contassero anche i lavoratori migranti provenienti da Bangladesh, Sri Lanka e India.

Cosa c’entrano tutti quei morti con le 12 persone uccise a Parigi nella sede di Charlie Hebdo? Secondo noi c’entrano molto, perché è attraverso gli occhi di tutti coloro che si muovono attraverso il mondo, di tutti coloro che criticano con i piedi lo stato presente delle cose, che ci sembra necessario giudicare il massacro di Parigi.

Ci riconosciamo in un movimento reale e transnazionale e non facciamo differenze se i morti avvengono qui o altrove. I movimenti dei migranti e delle migranti non sono liberi, ma cercano costantemente la libertà. Quanto pesa sui movimenti dei migranti il fanatismo di chi vuole fare della religione una forma di identità coatta? Moltissimo. I dodici morti di Parigi pesano e peseranno moltissimo sui movimenti dei migranti, perché sono un’ipoteca sulla loro libertà di muoversi e di restare nei luoghi dove vorrebbero stabilirsi. C’è in questi giorni una lugubre tendenza a differenziare i morti. Invece i morti di Parigi finiranno per sommarsi a tutte le altre morti che costellano i percorsi migratori.

Nell’attacco quotidiano che i governi delle migrazioni portano alla libertà dei migranti e delle migranti, la religione sta diventando sempre di più un meccanismo di autodifesa che garantisce un’identità e persino un riconoscimento. Chi però fa della religione un’identità assoluta ed esclusiva non si oppone al governo delle migrazioni. Chi fa della religione un’arma e un costante ricatto si oppone in primo luogo alla libertà dei migranti e delle migranti di cambiare non solo paese, ma anche di cambiare se stessi.

È bene scegliere la prospettiva da cui guardare le cose. La nostra prospettiva non è quella opposta ai Salvini, alle Fallaci, ai Ferrara, agli Zemmour. Per quanto fastidiose e pericolose siano queste posizioni, scendere sul terreno che loro impongono, discutere di quanto Occidente deve esserci o non esserci, significa ridurre la questione a un dibattito «occidentale» tra tolleranti e intolleranti. La libertà non è una questione di mera tolleranza. La nostra prospettiva non è quella di chi sta lì a misurare quanto Occidente ci fosse nella satira di Charlie Hebdo, quanto fosse politicamente scorretta, quanto irrispettosa fosse delle identità consolidate dalla religione altrui. La libertà non è una selezione preventiva degli argomenti consentiti. La nostra prospettiva non è quella di chi fa dell’imperialismo un dio onnipotente che genera tutte le cose. Noi non pensiamo che l’ISIS e Al Quaeda siano semplicemente l’effetto perverso e avvelenato della politica occidentale, che si manifesta con una violenza di ritorno cieca e indifferente, ma quasi meritata. Noi non pensiamo che tutto sia Occidente, anche perché dal punto di vista dei migranti questa divisione tra l’Occidente e il resto del mondo non è poi così netta. Noi preferiamo guardare in faccia la violenza dell’ISIS e di Al Quaeda, riconoscendo che anche nei luoghi dell’oppressione nascono movimenti e istituzioni di oppressione, sapendo che solo i movimenti degli oppressi possono rompere le simmetrie degli oppressori. Essendo ostinatamente dalla parte degli oppressi, ci interessa quello che subiscono tutti i giorni. E ci interessa come ogni giorno si sottraggono al regime delle oppressioni.

Noi lottiamo ogni giorno per affermare la nostra libertà e siamo contro chi agisce per togliere la libertà ad altri. Le rivoluzioni in Tunisia e in Egitto, la rivendicazione della libertà di vivere dei cittadini di Gaza, il coraggio delle donne e degli uomini della Rojava – che mentre si oppongono all’avanzata dell’ISIS lottano per cambiare una società fatta di oppressione e sfruttamento – sono state e sono per noi movimenti di libertà che si sommano alle lotte dei migranti in Europa e altrove. Per noi dire no alla guerra significa dire no alla democrazia dei confini, allo sfruttamento imposto con le armi e con le leggi sulle immigrazioni, ma anche a ogni potere che usa la guerra santa per affermarsi. Per questo oggi siamo contro chi spaccia la morte per libertà. Per questo per noi il massacro di Parigi non è semplicemente un attentato alla libertà di espressione, ma il segno di un’oppressione e di una limitazione della libertà per milioni di vivi che si muovono nel mondo. È l’annuncio di una dittatura sul corpo delle donne, di una nuova tirannia che non vogliamo conoscere. A chi pensa di trovare la libertà nell’aldilà arruolandosi con bande di assassini potenti, che fanno affari con chiunque e poi pretendono di imporre con la forza il loro dominio, uccidendo per un disegno, noi diciamo che la sua libertà non è la nostra libertà. Non si può dipingere di rosso una porta nera.

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