700 deaths for freedom in the Sicilian channel

mar-rosso[passa alla versione in italiano] Seeing the massacre in the Sicilian Channel, we migrants, on the front lines of the daily struggle against the government of mobility and movement, declare that in the war of borders we side with the women and men who seek freedom. Whatever the reason: escaping war, dictatorial regimes, persecution or simply the desire to change life.

We fight every day to guarantee our rights against institutional racism, which seeks to silence us and make us no more than labor force to be silently exploited. Through assemblies, demonstrations and strikes we organize to demand freedom for all, against exploitation, precarity and racist laws like the Bossi-Fini legislation. We are here and here we fight. But we know that our condition comes from having crossed a border, a border that continues to follow us in the residency papers in our pockets and the daily racism we face. For this reason we struggle so that all the women and men who like us must move to conquer a future for themselves can do it without being blackmailed or forced to seek help from criminals to reach their objective.

Seeing the massacre in the Sicilian Channel we say clearly that the “organizations without principles” are many: human traffickers, The European Union, the Italian State, the governments that use migrants as an exchange commodity. European policies, which continue deny freedom to thousands of women and men, are the main reason it is today impossible to reach the Italian coast safely. Those who want to go on vacation can take a ferry, those who wish to find a better life must seek out human traffickers.

If the Mare Nostrum operation had for a time limited the number off deaths, the effects of its end and the beginning of patrolling operations of the Schengen area’s southern borders coordinated by Frontex are evident. Those who now express sadness on camera that speak of migrants as a European problem are the same that said that Triton would be a step forward: merchants of death and killers of freedom. If the rumors of a naval blockade of the Mediterranean were to be confirmed, the result would be that we migrants would end up as the expendable pawns of a game of cops and robbers, between the “forces of good” of the democratic EU and the “evil agent” human traffickers. Two different sides, but both without moral principles.

Faced with the political crimes committed by governments on both sides of the Mediterranean we demand the right to move across borders by any means, without dying.

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700 morti per la libertà nel Canale di Sicilia

mar-rosso[switch to English version] Di fronte alla strage nel canale di Sicilia noi migranti, in prima fila nella lotta quotidiana contro il governo della mobilità, dichiariamo che nella guerra dei confini siamo dalla parte degli uomini e delle donne che cercano la libertà. Qualunque sia il motivo: allontanarsi dalla distruzione di una guerra, sfuggire a regimi e persecuzioni o semplicemente la volontà di cambiare vita.

Insieme a tanti altri lottiamo ogni giorno per far valere i nostri diritti contro il razzismo istituzionale che ci vorrebbe zitti, braccia da sfruttare senza voce. Con le assemblee, i presidi, gli scioperi e le manifestazioni ci organizziamo per rivendicare la libertà di tutti di fronte allo sfruttamento, alla precarietà e alle leggi razziste come la Bossi-Fini. Siamo qua e lottiamo qua. Ma sappiamo che la nostra condizione deriva dall’aver attraversato un confine, che continua a inseguirci nel permesso di soggiorno che portiamo in tasca o nei documenti che non ci vogliono dare, nel razzismo che dobbiamo affrontare. Per questo lottiamo perché tutte le donne e gli uomini che, come noi, decidono di muoversi per conquistare il proprio futuro, possano farlo senza dover subire ricatti e senza dover ricorrere all’aiuto di criminali per raggiungere il loro obiettivo. Di fronte alla strage nel canale di Sicilia, diciamo chiaramente che le “organizzazioni senza scrupoli” di cui tanti parlano sono molte: i trafficanti, l’Unione Europea, lo Stato Italiano, i governi che usano i migranti come merce di scambio. È infatti soprattutto a causa delle politiche europee, che continuano a vietare la libertà a migliaia di uomini e donne, che è oggi impossibile raggiungere le cose italiane in sicurezza. Chi va in vacanza lo può fare con un traghetto, chi vuole raggiungere l’Europa perché vuole cercare una vita migliore deve chiedere aiuto a dei trafficanti.

Se l’operazione Mare Nostrum aveva per un po’ di tempo limitato le morti, gli effetti della sua fine e dell’avvio di operazioni di pattugliamento dei confini meridionali dello spazio Schengen coordinati da Frontex sono ora sotto gli occhi di tutti. Coloro che ora si commuovono in diretta, che parlano di emergenza migranti come problema europeo, sono gli stessi che dicevano che Triton sarebbe stata un passo in avanti: mercanti di morte e assassini della libertà. Se poi dovessero essere confermate le indiscrezioni che parlano di un blocco navale nel Mediterraneo, il risultato sarebbe che noi migranti finiremmo a fare le pedine sacrificabili di un gioco tra guardie e ladri, tra le “forze del bene” della democratica UE e gli “agenti del male” rappresentati dagli scafisti. Squadre diverse, ma entrambe appunto senza scrupoli.

Di fronte ai crimini politici di cui si macchiano i governi su tutte le sponde del Mediterraneo noi rivendichiamo il diritto di muoverci e attraversare i confini con qualsiasi mezzo senza morire.

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Atti di insubordinazione contro l’ordine confederale di fabbrica. Una posizione politica

Atti_2La fonderia Atti/Atla di Bentivoglio ha una lunga storia di sfruttamento, macchinari insicuri, licenziamenti ingiustificati. Noi siamo già stati davanti ai suoi cancelli nel 2004 per difendere un lavoratore che si era rifiutato di lavorare in condizioni pericolose per la sua salute. Ora la storia si ripete. Abdelkader, di ritorno da un infortunio sul lavoro, si è giustamente rifiutato di svolgere un compito non adatto alle sue condizioni di salute e per questo è stato licenziato. Due giorni di sciopero che ha bloccato le merci in entrata e uscita: atti di insubordinazione contro l’ordine confederale della fabbrica, padrone livido che sperimenta che cos’è la rabbia, camionette della polizia che osservano lo scontro di classe, divisioni evidenti e laceranti tra i lavoratori. Tutto questo è successo la scorsa settimana alla fonderia di Bentivoglio.

Gli atti di insubordinazione degli operai migranti hanno provocato una risposta scomposta che non è solo l’esempio della politica padronale di sfruttamento dei lavoratori, ma la messa a regime di una precarizzazione della vita di fabbrica in linea con la politica introdotta dal Jobs Act. Si tratta di distruggere definitivamente ogni possibilità di lotta, ogni potere contrattuale, soprattutto ora che il SiCobas ha rotto il fronte dell’immobilismo gestito dai sindacati confederali. La cassa integrazione, l’immobilità di livello, la discriminazione delle donne, le gerarchie interne ‒ per cui gli operai italiani o gli operai più docili non svolgono le stesse mansioni dei migranti o degli operai indisponibili ad abbassare la testa ‒ sono gli espedienti messi in atto per fare della fabbrica una «caserma», come dicono senza mezzi termini i lavoratori.

Quello che hanno fatto i lavoratori con il loro sciopero e il loro blocco delle merci non è perciò solo un atto di solidarietà e di coraggio, ma il rifiuto netto di una politica dell’obbedienza che passa dal padrone, ma anche dai sindacati confederali complici e dalle istituzioni. Interpellato per la trattativa, infatti, il sindaco ha detto di potere risolvere la questione in mattinata. E abbiamo visto come l’ha risolta, mandando due camionette della polizia già alle nove del mattino. Questa politica dell’obbedienza passa dallo sforzo di mettere sempre i lavoratori contro i lavoratori, gli italiani contro i migranti, anche i migranti contro i migranti: i responsabili contro gli irresponsabili. Uno sforzo che oggi trova terreno fertile a causa di anni di silenzi sindacali di fronte all’istituzionalizzazione delle gerarchie non solo tra migranti e italiani, ma tra gli stessi migranti, imposto dalla Bossi-Fini nei luoghi di lavoro.

AttiSi capisce quindi come mai, alla fine della seconda mattinata di sciopero, per scortare un camion che doveva consegnare merci finite un gruppo di lavoratori (per lo più dell’ufficio personale, impiegati, capiturno e capireparto, mulettisti e collaudatori), in gran parte italiani, è uscito dallo stabilimento con in testa i delegati CISL e CGIL, su richiesta del padrone che ha minacciato di spegnere i forni, di mettere tutti in cassa integrazione o in mobilità, a causa del blocco che stava rendendo impossibile mantenere i ritmi di produzione. Se nel 2004 la FIOM, pungolata dal Coordinamento Migranti, si è mossa a sostegno degli operai, anche sperando di conquistarsi qualche delegato in una fabbrica che era a maggioranza CISL, stavolta è restata immobile di fronte ai comportamenti padronali e si è allineata alla politica degli altri sindacati confederali. Verrebbe da chiedersi: con chi la faranno la coalizione sociale, se nel nome del lavoro si confondono gli interessi dei padroni con quelli operai, e nel nome della legalità si equiparano le lotte contro lo sfruttamento con le pratiche mafiose, come a Bologna hanno fatto Libera insieme ad Arci e CGIL? La faranno con chi vuole sempre e comunque difendere il lavoro, anche a costo di difendere la fabbrica?

Dopo abbiamo assistito a un catalogo di idiozia e razzismo. Un delegato CISL ha gridato a un migrante che discuteva con i suoi compagni «parla italiano che non ti capisco». Inevitabilmente le paure della crisi hanno preso il sopravvento con urla del tipo: «tu scioperi, allora se perdo il lavoro domani mio figlio viene a mangiare a casa tua», oppure «se non vi piace qui, allora andate via». Altri con più calma e chiamandosi per nome hanno per fortuna ripreso discussioni evidentemente già iniziate in fonderia. Tutti hanno però sentito il delegato CISL urlare ai lavoratori in sciopero che non si possono chiedere «solo i diritti, che ci sono i doveri», come il dovere di lavorare che piace tanto ai padroni. Molti hanno visto quattro lavoratori italiani spingere a terra un migrante che si era messo davanti a un camion in uscita per bloccarlo. Alla fine il camion carico di merci è riuscito a passare scortato dalla paura e dall’obbedienza, da chi crede, facendo tesoro delle retoriche sindacali, che sia necessario «difendere il lavoro, prima che i lavoratori».

Tutto questo non è solo una fotografia del conflitto interno alla fabbrica, ma l’istantanea di una fabbrica 2.0 ai tempi del Jobs Act. L’Atti/Atla è un chiaro esempio di come le imprese possono avvantaggiarsi del Jobs Act, trasformando la cassa integrazione in profitto indiretto, garantendosi il lavoro just in time e usa e getta, e quindi usando gli sgravi fiscali a piacimento e gli operai come pedine. Assieme alle tutele possono sempre calare anche i salari.

Le divisioni che abbiamo visto a Bentivoglio sono il frutto della politica dell’obbedienza perseguita dal governo e dai sindacati di governo. Noi vogliamo però partire dagli atti di insubordinazione di chi, come i migranti, ha deciso di dire no, pur avendo molto da perdere, visto che al loro salario non è appesa solo la loro sussistenza e quella delle loro famiglie, ma anche il loro permesso di restare, il loro diritto al soggiorno nel posto in cui vivono ormai da anni. Questi migranti decidono di lottare come operai contro lo sfruttamento e i soprusi del padrone, non chiedono il permesso per rivendicare i loro diritti perché sanno che il padrone non conosce dovere e non si fanno illusioni. Sappiamo però che la politica dell’obbedienza è un problema di tutti, di chi lotta e di chi ha paura, dei precari e dei fantomatici garantiti, dei migranti e degli italiani. Ogni giorno nelle lotte contro la precarietà noi troviamo in piccolo lo scenario surreale a cui abbiamo assistito a Bentivoglio: la paura, il razzismo, la rassegnazione, la politica padronale, la connivenza sindacale.

La politica dell’obbedienza produce o inventa divisioni: il ricatto del salario, ma anche la diffusa convinzione che stare al gioco del ricatto è l’unica chance per salvare la pelle, per pagare le bollette a fine mese, per non finire nel labirinto della precarietà. La politica dell’obbedienza è un problema di tutti perché dice una verità scomoda con cui dobbiamo cominciare a fare i conti politicamente, e cioè che sempre più lavoratori non sanno come difendersi dall’attacco indiscriminato che subiscono, mentre alle imprese è dato sempre più margine di manovra. Contro la politica dell’obbedienza, contro la politicizzazione sindacale della crisi, misera e connivente coi padroni, è necessario produrre un discorso politico che sappia affrontare le divisioni subdole, affrontandole senza remore e senza ricorrere a miti senza realtà. Ci sono profonde divisioni in fabbrica e negli altri luoghi di lavoro. Da qui bisogna partire se si vuole smontare il castello di carta della rassegnazione, producendo organizzazione fuori e dentro le fabbriche e gli altri posti di lavoro a partire dalle differenze. L’unità politica delle lavoratrici e dei lavoratori non è, non può più essere, una questione di identità.

In questa situazione i proclami servono a poco. Gli atti di insubordinazione dei lavoratori migranti a Bentivoglio mostrano una verità scomoda, ma dalla quale dobbiamo necessariamente partire: il nostro maggiore problema siamo noi.

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Non ci fermiamo: assemblea dei migranti il 29 marzo. Per un permesso di soggiorno minimo di due anni! // volantini

ASSEMBLEA DEI/DELLE MIGRANTI

DOMENICA 29 MARZO ORE 15, SALA AVIS COMUNALE

Via Caduti sul Lavoro, 660 – Vignola (zona artigianale mappa)

Scarica e diffondi i volantini:

ITA: Volantino 29 marzo – Vignola

فينيولا2015 :ARABO

Foto presidio modenaDopo la mobilitazione di dicembre e gennaio, la Questura e i dirigenti dell’Ufficio immigrazione hanno risposto positivamente alle rivendicazioni dei migranti di Modena e provincia. Hanno avviato l’apertura di uno sportello pubblico, dove ricevere informazioni sul permesso di soggiorno senza dover andare da patronati, sindacati e avvocati. Si sono impegnati affinché il rinnovo del permesso avvenga entro i due mesi stabiliti per legge. Hanno assicurato che nessun rinnovo per lavoro subordinato sarà negato per mancanza di contributi INPS. Soprattutto, il Questore vicario – oltre a garantire la concessione di permessi di due anni per chi presenta un contratto a tempo indeterminato – ha impegnato l’Ufficio immigrazione affinché rilasci un permesso di un anno per chi presenta un contratto di lavoro a tempo determinato, anche di breve durata.

striker migranteQuest’ultimo punto costituisce un risultato importante per il movimento dei migranti, non solo a Modena e provincia, ma in tutto il paese. Rappresenta un primo passo per rivendicare – contro le politiche italiane ed europee sull’immigrazione – un permesso di soggiorno minimo di almeno due anni a prescindere dal lavoro e dal reddito. Per questo, la lotta dei migranti di Modena e provincia contro le male pratiche della Questura non si fermerà qui. Continueremo a vigilare affinché gli impegni presi siano effettivamente mantenuti e ci organizzeremo per lanciare un nuovo percorso di lotta per il permesso di soggiorno minimo.

Invitiamo tutte e tutti a partecipare!

 Per informazioni e contatti:

http://www.coordinamentomigranti.orgcoo.migra.bo@gmail.com – 3275782056

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Dallo Strike Meeting Atto II: per un permesso di soggiorno minimo di due anni

Pubblichiamo il report del workshop Lavoro migrante e sciopero del lavoro migrante, organizzato a Roma in occasione dell’incontro nazionale dello Strike Meeting, Atto II:

striker migrante Nonostante la crisi abbia reso sempre più feroce il ricatto del legame tra soggiorno e lavoro, imigranti sono stati protagonisti negli ultimi anni di alcune delle esperienze più rilevanti di sciopero, in particolare nei settori della logistica e del lavoro nelle campagne del sud-Italia. Esperienze che, tuttavia, hanno messo in evidenza difficoltà di attivare automaticamente processi di generalizzazione e composizione più ampia in grado di andare al di là delle specificità categoriali o territoriali. Da questo punto di vista la sfida che il processo dello strike meeting ha davanti è quella di accelerare nella costruzione di processi organizzativi in grado di aggredire le specificità della condizione migrante senza cadere nell’errore, frequente nelle esperienze precedenti del movimento antirazzista, di settorializzarla, considerandola cioè come una eccezione rispetto alla comune condizione di precarietà.

Il lavoro migrante è un pezzo centrale del mercato del lavoro e dell’intera produzione contemporanea. Come in passato ha anticipato i processi generali di precarizzazione, così oggi è centrale in tutti i principali laboratori di precarizzazione che abbiamo sotto gli occhi: a partire dalle quote di flussi di ingresso dedicate al lavoro migrante per l’Expo-2015, passando per i processi di misurazione del permesso a punti tarati sul paradigma dell’occupabilità e della formazione continua (che mostra affinità con dispositivi come quello della Garanzia Giovani), finendo al tema dell’accoglienza e del lavoro umanitario e alla precarizzazione e al business che vi sono collegati, che coinvolgono tanto i migranti stessi, quanto gli operatori e le operatrici impiegati in quello che è ormai cresciuto come un vero e proprio settore produttivo.

La sfida dell’organizzazione deve porsi all’altezza dei problemi e delle opportunità connessi ad una forza lavoro sempre più mobile fuori, attraverso e dentro i confini dell’Europa e del lavoro. Affinare l’esperimento dello sciopero sociale significa perciò fare i conti anche con questo pezzo di forza lavoro, da un lato sempre più isolato, dall’altro sempre più coinvolto nei processi di precarizzazione e di accumulazione generale. Per fare alcuni esempi: non è possibile pensare di organizzare lotte nel mondo degli operatori dell’accoglienza che non coinvolgano immediatamente le istanze degli stessi migranti; pensare il problema dello sciopero nell’era della precarietà senza fare i conti col fatto che sempre più frequentemente i centri di accoglienza dei migranti (umanitari) diventano vere e proprie riserve di forza lavoro just-in-time utile per far fronte alle necessità di qualche padrone o padroncino alle prese con uno sciopero; pensare ai “minori non accompagnati” o ad altre “categorie” di migranti senza considerare che questi diventano un attore centrale nell’organizzazione del lavoro di un settore importante quale quello dei mercati generali.

Se il discorso politico dello sciopero sociale deve continuamente aggiornarsi e rinnovarsi attraverso il costante contatto con le questioni poste dal lavoro migrante, quest’ultimo necessita a sua volta di un costante aggiornamento di discorso e di pratiche. Lo sfruttamento sul lavoro e il permesso di soggiorno sono alla base del doppio ricatto cui è sottoposto il lavoro migrante. Accanto a questo, ha preso forma in modo deciso un governo della mobilità su scala europea che, tra legislazioni nazionali, provvedimenti amministrativi continui, restrizioni nell’accesso al welfare e produzione di emergenze umanitarie, ha contribuito a frammentare e individualizzare ancor di più una condizione – quella dei migranti – che per altri versi è sempre più estesa e comune, rendendo così più agevole lo sfruttamento e più complicati i processi di lotta e di autorganizzazione.

La produzione di discorso politico sul lavoro migrante e sul governo della mobilità è una esigenza comune che è stata riconosciuta come centrale da tutti i partecipanti. Affianco a questa, è stata riconosciuta l’esigenza di un salto di qualità dell’intero processo dello sciopero sociale, tanto nelle forme di lotta quanto nello stesso immaginario, per coinvolgere questo pezzo centrale di società dentro la sfida dell’organizzazione e di estensione del contrasto allaprecarietà.

Come primo passo in questa direzione è stata individuata la campagna sul permesso minimo di soggiorno di due anni svincolato dal lavoro e dal reddito su scala europea. Con questo non pensiamo di ridurre la complessità del lavoro migrante al permesso di soggiorno, ma di esprimere una posizione netta e decisa rispetto a uno degli strumenti principali del governo della mobilità, per attaccare le differenze e le gerarchie che questo produce per dotarci di nuovi strumenti organizzativi.

Una campagna sul permesso minimo europeo di due anni apre alla possibilità di un maggiore coordinamento e coinvolgimento di esperienze territoriali e parziali di lotta dei migranti, sia rispetto a vertenze sul lavoro, sia per quanto riguarda le tante situazioni che vedono i movimenti dei migranti scontrarsi con il razzismo istituzionale e la discrezionalità amministrativa di Questure e Prefetture. In continuità con l’intero percorso dello sciopero sociale, non si tratta soltanto di produrre comunicazione tra le lotte esistenti, quelle dei migranti e non solo, ma di dotarsi degli strumenti attraverso i quali poter innescare nuovi interventi sulla questione migrante da parte dei protagonisti dello strike meeting e di un allargamento del discorso dello sciopero sociale ad altri soggetti non ancora coinvolti, connettendo il piano locale delle lotte con la dimensione europea.

Traddo da dal blog dello Sciopero Sociale

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Non ci fermiamo: per un permesso minimo di due anni

A seguito della lettera pubblica indirizzata alla Questura di Modena e della grande assemblea di Spilamberto, sabato 21 febbraio una delegazione di migranti di Modena e provincia ha incontrato il Questore vicario (Todisco) e i dirigenti dell’Ufficio immigrazione della Questura di Modena.

Rispetto all’ultimo incontro avuto a fine dicembre, i dirigenti della Questura e dell’Ufficio immigrazione hanno affermato che i cambiamenti apportati nelle procedure adottate e un rinnovato impegno stanno consentendo un “rapido” rientro nei tempi di rinnovo stabiliti dalla legge (due mesi). Hanno, infatti, parlato di ritardi soltanto per il 3% dei rinnovi. Non ne siamo poi così certi, ma evidentemente il presidio di dicembre e la mobilitazione di inizio anno hanno messo una certa fretta nei dirigenti e nel personale dell’Ufficio Immigrazione!

Rimane però ancora sospesa la situazione per centinaia di famiglie che non riescono a rinnovare il permesso nei tempi previsti a causa dei lunghi tempi che altre istituzioni (come tribunali e consolati) impiegano – dice la Questura – per produrre la documentazione necessaria. Il Questore vicario si è in questo senso impegnato a segnalare al ministero la necessità che i permessi rinnovati partano almeno dalla data di stampa e non da quella in cui viene presentata la domanda alle poste. Inoltre, ha impegnato l’Ufficio immigrazione a sollecitare le amministrazioni delle istituzioni esterne coinvolte.

Tuttavia, il Questore vicario non si è sbilanciato su quei ritardi dovuti alla discrezionalità amministrativa dei suoi dirigenti che svolgono controlli e indagini su contratti di lavoro, CUD e – soprattutto – contributi INPS. Ha però garantito – e non poteva fare altrimenti, viste le sentenze del Tar Lombardia e del Consiglio di Stato – che la situazione contributiva INPS non è ostativa al rinnovo del permesso, ma ha continuato a parlare di controlli e indagini su situazioni dubbie o a campione. I migranti non si aspettano la “generosa” benevolenza dalla Questura: chiedono solo il permesso a cui hanno diritto. Non accettiamo perciò che ci si risponda – come è stato fatto anche questa volta – che questi controlli sono “per il bene dei migranti” che così possono lamentarsi con i datori di lavoro per il mancato versamento dei contributi. L’unico bene che i migranti vogliono è il permesso di soggiorno subito! Ribadiamo quindi che controlli e indagini non devono ritardare il rinnovo del permesso, devono dunque essere successivi al rilascio del permesso e devono riguardare i datori di lavoro, non i migranti: non è accettabile far ricadere sui lavoratori le inadempienze, irregolarità o truffe dei padroni!

Disponibilità sono emerse non solo per trattare singoli casi problematici che potrebbero emergere su questo terreno, ma anche in relazione allo sportello informativo, fisico e digitale. Ci è stato comunicato che è da poco aperto uno sportello il venerdì mattina (dalle 9 alle 11) al quale è possibile recarsi previo appuntamento da richiedere telefonicamente il lunedì. Non è molto, ma è un piccolo passo per evitare che i migranti siano costretti a pagare centinaia di euro ad avvocati e dieci euro ai patronati per avere informazioni sulle loro pratiche. Controlleremo che il servizio funzioni effettivamente. Il Questore vicario si è anche impegnato a verificare la possibilità di attivare un servizio digitale per prenotare la data del ritiro, oltre al sistema ora adottato – frutto di una convenzione con i comuni della provincia – per cui è necessario rivolgersi fisicamente ai comuni e ai patronati. Un po’ di “rottamazione” di pratiche burocratiche forse non guasterebbe per velocizzare i tempi di risposta dell’Ufficio stranieri.

Aspetti positivi sono infine emersi sulla questione della durata dei permessi di soggiorno. In primo luogo è stato riconosciuto l’errore nella consegna di permessi per attesa occupazione in presenza di un contratto di lavoro di breve durata. In secondo luogo, il Questore vicario – oltre a garantire la concessione di permessi di due anni per chi presenta un contratto a tempo indeterminato – ha impegnato l’Ufficio stranieri affinché rilasci un permesso di un anno per chi presenta un contratto di lavoro a tempo determinato, anche di breve durata, nella speranza che ciò ponga fine alle pratiche restrittive di questi ultimi anni. Per essere chiari abbiamo però ribadito che questo criterio deve essere applicato non soltanto quando il contratto di lavoro è in corso di validità nel momento in cui viene esaminata la pratica. Vogliamo anche che chi è attualmente in possesso di un permesso di attesa occupazione possa immediatamente convertirlo in un normale permesso di lavoro con una semplice richiesta alla Questura. Inoltre, alla luce di un mercato del lavoro sempre più povero e precario, il permesso di un anno va concesso anche a chi sta lavorando saltuariamente a chiamata, tramite agenzia interinale e con contratti rinnovati mensilmente che non consentono di raggiungere un adeguato livello di reddito.

Quest’ultimo punto costituisce un risultato importante per il movimento dei migranti, non solo a Modena e provincia, ma in tutto il paese e oltre. Rappresenta infatti un primo passo per rivendicare – contro le politiche italiane ed europee sull’immigrazione – un permesso di soggiorno minimo di almeno due anni a prescindere dal lavoro e dal reddito. Per questo, la lotta dei migranti di Modena e provincia contro le male pratiche della Questura non si fermerà qui. Continueremo a vigilare affinché gli impegni presi siano effettivamente mantenuti e in tempi rapidi. Proseguiremo quindi la mobilitazione con nuove assemblee per denunciare il razzismo istituzionale che si nasconde dietro ciò che non funziona nelle pratiche di rinnovo del permesso, non solo a Modena. Soprattutto, ci organizzeremo per lanciare un nuovo percorso di lotta per il permesso di soggiorno minimo. Questo sarà il vero salto in avanti contro lo sfruttamento non solo del lavoro migrante ma del lavoro di tutti, precari e operai. La definitiva precarizzazione e il crescente impoverimento del lavoro rende necessario lottare insieme, italiani e migranti, per un salario minimo e un permesso di soggiorno minimo!

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Assemblea dei/delle Migranti a Spilamberto (MO) domenica 15 febbraio ore 15

Assemblea dei/delle Migranti

Domenica 15 febbraio ore 15

 Presso Circolo Arci Polisportiva Spilambertese, via Gaetano Donizetti 1 Spilamberto (Modena)

Scarica il volantino in italiano: Assemblea Spilamberto

Scarica il volantino in arabo: إجتماع مودينا2015

Leggi la lettera pubblica dei migranti alla Questura di Modena

Presidio Modena 13.12.14In provincia di Modena, a Spilamberto, Vignola e in altri comuni, risiedono migliaia di migranti che lavorano tutti i giorni nelle piccole e medie imprese: metalmeccaniche, edilizie, del settore dei trasporti e nei servizi di pulizia e assistenza. Alcuni hanno contratti a tempo indeterminato, altri hanno contratti di breve durata, altri ancora sono soci di cooperative o vengono impiegati attraverso agenzie interinali. La crisi economica di questi ultimi anni ha peggiorato la vita di tutti, migranti e italiani. Per i migranti, però, le difficoltà di trovare un lavoro e avere un reddito sufficiente causano problemi sempre maggiori per rinnovare il permesso di soggiorno dal quale dipende la permanenza in Italia. In questa situazione, la Questura e l’Ufficio stranieri di Modena stanno gestendo in modo restrittivo le pratiche di rinnovo: spesso i permessi di soggiorno sono consegnati quasi scaduti dopo lunghi tempi di attesa; anche con un contratto di lavoro a tempo indeterminato sono rilasciati permessi di solo un anno anziché due; talvolta chi possiede un contratto di lavoro di breve durata riceve un permesso di attesa occupazione invece che un regolare permesso di soggiorno; infine molti permessi sono bloccati in Questura per il controllo dei contributi INPS, controlli che dovrebbero riguardare i datori di lavoro, non i migranti.

Questi e altri sono i problemi che dobbiamo affrontare e risolvere. Noi migranti non dobbiamo avere paura quando sentiamo parlare di Questura: è nostro diritto riunirci in assemblea e discutere insieme i problemi che abbiamo, è nostro diritto unire le nostre voci per chiedere che questi problemi siano risolti. Per questo, dobbiamo invitare amici, parenti e colleghi di lavoro (di Spilamberto, Vignola e gli altri comuni della provincia di Modena) a partecipare all’assemblea del Coordinamento Migranti che si terrà domenica 15 febbraio alle ore 15, presso il Circolo Arci Polisportiva Spilambertese, via Gaetano Donizetti a Spilamberto.

Per informazioni e contatti:

 www.coordinamentomigranti.org – coo.migra.bo@gmail.com – 3275782056

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