SCP N°29 / luglio 2014: Contro la gestione politica dei permessi di soggiorno!!

2014-03-01 17.36.24E’ on-line e in distribuzione il numero 29, luglio 2014, di Senza Chiedere il Permesso, il giornale delle lotte dei migranti. In questo numero, le iniziative più importanti dei mesi scorsi e l’annuncio di nuove iniziative nella lotta contro la gestione politica dei permessi di soggiorno da parte di Questure e Prefetture.

Indice:

  • p. 1 e 2: Da Bologna a Modena: contro la gestione politica dei permessi di soggiorno. Un resoconto dell’incontro alla Prefettura di Bologna dopo il presidio di giugno, verso nuove iniziative.
  • p. 3: Primo Marzo, Bologna: più di 2.000 contro il ricatto del permesso di soggiorno.
  • p. 3: 18 Maggio, Bologna: Per chiudere tutti i centri di detenzione in Italia e in Europa.
  • p. 4: Basta con le male pratiche del Consolato Marocchino a Bologna! Comunicato dell’Almi dopo il presidio davanti al consolato marocchino.
  • p. 4: Insieme agli uomoni  le donne eritree che lottano per la libertà! Racconto delle iniziative del 4 e 5 luglio.

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SCP luglio 2014 sito

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Insieme agli uomini e alle donne eritree che lottano per la libertà!

Presidio eritreiAncora una volta questa mattina come Coordinamento Migranti e ∫connessioni precarie abbiamo sostenuto la lotta delle donne e degli uomini eritrei provenienti da tutta Europa per contestare il festival del regime dittatoriale. Dopo che ieri sera due migranti eritrei, ora ricoverati in ospedale, sono stati brutalmente aggrediti da una cricca di picchiatori del regime, la polizia di Bologna ha pensato bene di ‘dare protezione e garantire sicurezza’ ai presidianti impedendo loro di accendere il sound system e alzare la propria voce di protesta. La rabbia è cresciuta di fronte all’inaccettabile divieto ma gli uomini e le donne che lottano per la libertà sono riusciti a farsi sentire comunque, nonostante le provocazioni dei sostenitori del regime. Durante il presidio della mattina una macchina proveniente dal festival ha infatti raggiunto il presidio scattando delle foto ai presenti e investendo un ragazzo, anche lui ricoverato in ospedale, ma è stata ricacciata via con determinazione. Oltre trecento persone questa mattina hanno esposto i propri volti correndo il rischio della libertà che reclamano con forza, non solo per la giustizia e la libertà in Eritrea ma anche contro ogni limitazione della libertà di movimento e delle lotte in Europa. Il governo italiano, che siede al tavolo del regime riconoscendone la legittimità, è responsabile di questa censura non meno del comune di Bologna, che questa mattina ha pensato di mediare chiedendo che anche il sound del festival venisse spento, anziché sostenere le ragioni degli uomini e delle donne che lottano per la libertà.

Ora i manifestanti si dirigono in corteo verso Piazza Maggiore dove resteranno in presidio per fare sentire le loro ragioni a tutta la città. La vera sicurezza dei migranti che si oppongono al regime eritreo può nascere solo dalla loro libertà di parola e di lotta e dalla solidarietà concreta di quelli che sanno che ogni limitazione della libertà di movimento e del diritto di restare è una leva per l’oppressione e lo sfruttamento di tutti. Per questo invitiamo tutte e tutti a unirsi numerosi al presidio di questo pomeriggio in piazza Maggiore. La parola d’ordine è libertà!

Aggiornamenti in diretta su twitter:

@ConnessioniPrec

@Comibo

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Una migrazione di libertà e di coraggio: contro la dittatura eritrea!

EritreiKibrom lavora come facchino nella logistica in una città della Svizzera tedesca. Con altre centinaia di uomini e donne del Coordinamento Eritrea Democratica ha raggiunto Bologna questa mattina per partecipare alla contestazione del festival organizzato dal regime eritreo in una città che ha storicamente accolto chi scappava dalla dominazione etiopica, prima dell’indipendenza, e che oggi dà colpevolmente ospitalità alla manifestazione ufficiale del governo dittatoriale di Isaias Afewerki. Kibrom ha raggiunto l’Europa 6 anni fa, dopo avere attraversato il deserto ed essersi imbarcato con altri uomini e donne in fuga, come lui, dal lavoro coatto che la dittatura impone a tutti i ragazzini a partire dall’adolescenza: «mi hanno praticamente fatto schiavo, nessuna libertà, nessuna giustizia, nessun salario, per questo io come altri giovani ce ne siamo andati e ce ne andiamo in Europa». Il reclutamento obbligatorio nell’esercito è in realtà un modo per estorcere lavoro gratuito alle nuove generazioni, imponendo la disciplina di regime. Abrahm, 24 anni, ha lasciato l’Eritrea appena compiuti i 18 anni, dopo un anno nell’esercito. Ha avuto la ‘fortuna’ di trascorrere tre mesi in un carcere libico, scampando così al naufragio dello scafo su cui avrebbe dovuto imbarcarsi per raggiungere l’Italia. Ci spiega che in Eritrea puoi essere «reclutato» da un momento all’altro, ti fermano per strada, ti vengono a prendere a casa, ti portano via senza il tuo consenso e quello della tua famiglia: «i bambini – come quelli che oggi danzano nel festival – sono impiegati nelle attività propagandistiche. Chi ha le forze per lavorare viene messo a costruire strade e nei cantieri. Le donne sono messe al servizio dei burocrati come domestiche, esposte ai loro abusi sessuali». Come ci spiega Uitta, 19 anni, nata in Italia da una famiglia fuggita dal paese dopo l’instaurazione della dittatura, le nuove generazioni sono messe a tacere in questo modo, mentre il loro esodo attraverso il deserto e il Mediterraneo è tacitamente accettato dal regime «che così pensa di liberarsi dell’opposizione interna».

Ricca, in Europa dal 2004, cittadina francese, in esilio per 12 anni durante la guerra di indipendenza dopo aver scontato 10 mesi di galera, ha scelto nuovamente l’esilio nel 2004 rifiutando questa dittatura. Spiega che questo festival è una risposta alle manifestazioni di protesta che i dissidenti stanno organizzando in tutto il mondo: «il regime sta approfittando del semestre italiano di presidenza dell’Unione e dello storico rapporto con l’Italia coloniale per recuperare il consenso che sta perdendo. Le istituzioni di Bologna si sono scusate per avere ospitato questo festival, ma ora devono appoggiare chi sta sostenendo le proteste. L’Eritrea si è trasformata in Lampedusa, mentre quelli che rimangono sono ridotti in schiavitù, senza libertà di parola». Le istituzioni sembrano pensarla diversamente, persistendo in certi vizietti da passato coloniale, nonostante che di quel passato l’Italia continui a far serenamente finta di nulla: dopo oltre due ore di discorsi e slogan pronunciati in tutte le lingue da uomini e donne di almeno tre generazioni, provenienti da ogni parte d’Europa, i funzionari delle forze dell’ordine hanno comunicato che gli organizzatori del festival pretendevano che i microfoni degli oppositori venissero spenti per non disturbare il regolare corso delle celebrazioni. Un messaggio giustificato alla luce di inesistenti formalità amministrative e tutt’altro che neutrale, perché evidentemente compiacente nei confronti di un regime che pretende di mettere a tacere chi lo contrasta anche al di fuori dei suoi confini nazionali. Senza successo, in ogni caso, perché dopo la richiesta le voci dei manifestanti si sono levate ancora più alte. Organizzato per ricostruire la legittimità della dittatura, quello di Bologna è d’altra parte un festival blindato, se si considera il dispiegamento di poliziotti e carabinieri che lo presidiano dall’esterno, mentre il servizio d’ordine privato interno perquisisce chiunque entri.

L’appoggio offerto dagli eritrei che all’interno del Parco nord «danzano sui corpi di Lampedusa», come si afferma nel volantino che ha indetto la protesta, è una delusione per chi, come Agostino, trent’anni fa ha combattuto nel fronte di liberazione del popolo eritreo ed è stato costretto a considerare il 24 maggio 1991, il giorno dell’indipendenza dall’Etiopia, a black day, un giorno nero, in cui una dittatura ha preso il posto di un’altra. Ma come ci spiega ancora Uitta si tratta di un appoggio obbligato, per la paura della repressione che gli eritrei portano con sé anche se hanno lasciato il paese e perché le ambasciate rifiutano di concedere il visto o rinnovare il passaporto agli oppositori.

La lotta degli eritrei a Bologna contro il festival della dittatura eritrea intreccia la lotta dei migranti che, in ogni parte d’Europa, lottano ogni giorno contro il regime dei confini. Elena ha 17 anni, è nata a Milano. Suo padre ha perso un braccio nella guerra di liberazione ed è fuggito dall’Eritrea dopo l’instaurazione della dittatura di Isaias Afewerki. Per lei «è inconcepibile che chi fugge da un regime e lotta per la propria libertà sia costretto a perderla di nuovo a Lampedusa o nel Sinai». Il regime di Dublino II, l’assenza di una legge in materia d’asilo che tuteli realmente i richiedenti e i rifugiati, il razzismo istituzionale in tutte le sue forme sono altrettanti mezzi per mettere a tacere le lotte di chi, attraversando i confini, afferma la propria libertà. Anche quando si rivolge contro le burocrazie degli Stati di origine, come è stato nel caso della contestazione organizzata dai lavoratori marocchini di fronte al consolato del Marocco a Bologna, anche quando denuncia la dittatura di un altro paese, ogni contestazione dei regimi di privazione e limitazione della libertà deve essere riconosciuta come un momento delle lotte della forza lavoro in Europa contro il suo sfruttamento e la sua precarietà. Per questo dopo aver sostenuto oggi il presidio al Parco nord, il Coordinamento migranti invita migranti e italiani a sostenere la lotta degli uomini e delle donne eritree partecipando al presidio che si terrà domani, sabato 5 luglio, in Piazza Maggiore a Bologna alle 17.

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I migranti incontrano Prefettura e Questura: resoconto dell’incontro

Senza soldi, ma per scelta politica pagano i/le migranti!

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Il presidio del 31 maggio scorso

Questo in una battuta è l’esito dell’incontro che giovedì 19 giugno il Coordinamento Migranti ha tenuto in Prefettura con i dirigenti dell’Ufficio Stranieri della Questura e della Prefettura di Bologna. Durante l’incontro sono state affrontate le numerose questioni pubblicamente poste con il presidio di sabato 31 maggio in Piazza Roosevelt, a Bologna. Che cosa fa la Questura con il tuo Permesso? Questa era la domanda principale, a questa abbiamo avuto risposte soltanto parziali, la maggior parte negative: la gestione politica delle pratiche di rinnovo del permesso di soggiorno non solo conferma, ma accentua il razzismo istituzionale della legge Bossi-Fini.

Questo è emerso immediatamente discutendo dell’Ufficio Immigrazione di via Bovi Campeggi. Il problema della mancanza di uno sportello informativo è stato evitato invitando a recarsi presso l’Ufficio Relazioni col Pubblico della Questura in Piazza Galileo, ufficio che non essendo competente non farà altro che telefonare in via Bovi Campeggi. Soprattutto, non è assolutamente accettabile che, di fronte a un ufficio pubblico privo di bagni e di una nursery per le donne con bimbi, la Questura si nasconda dietro a un generale problema economico: non solo non ci sono soldi per ristrutturare i bagni, ma non ci sarebbero neanche per le relative pulizie quotidiane. E aggiungono: chiunque può chiedere la chiave per andare nel bagno del personale. Ma ci chiediamo: che cosa succederebbe a qualsiasi altro locale pubblico se non avesse un bagno? Soprattutto: perché il taglio dei finanziamenti è scaricato sulle spalle di migranti costretti a ripetute file per procedure amministrative, spesso complicate dallo stesso Ufficio Immigrazione?

Questa evidente prova di razzismo istituzionale diventa ancora più grave di fronte alla discrezionalità amministrativa con cui la Questura gestisce le procedure di rinnovo. Da un lato, di fronte ai drammatici effetti della crisi economica sulla disoccupazione, i dirigenti presenti hanno assicurato che considereranno gli assegni familiari e di disoccupazione nel calcolo del reddito valido per il rinnovo, e che concederanno permessi per ricerca lavoro non più di 6 mesi, ma di 12, lasso di tempo effettivamente previsto dalla legge. Dall’altro, sono rimasti senza parole di fronte alla denuncia della prassi di rinnovare il permesso sulla base dei contributi effettivamente versati. Per la legge, infatti, busta paga, CUD ed estratto conto INPS sono documenti equivalenti: non esiste alcun articolo di legge, né alcuna circolare ministeriale che obbliga la Questura a legare il rinnovo ai contributi versati. Sappiamo che i datori di lavoro hanno la possibilità di versare i contributi in ritardo, sappiamo soprattutto che in tempo di crisi economica questa è la prima voce di spesa che tagliano per fare salvi i loro profitti sulla pelle dei lavoratori. Di fronte a questa situazione, la Questura non può in alcun modo far ricadere la responsabilità sul migrante: il permesso di soggiorno va rinnovato esclusivamente sulla base del CUD o delle buste paga come avveniva effettivamente prima dell’attuale crisi economica. Lo “strumento” – così come lo chiamano in Questura – di controllo diretto dei database INPS deve eventualmente essere impiegato successivamente al rinnovo del permesso e in caso di assenza di contributi va perseguito il datore di lavoro, non il lavoratore. Perché invece la Questura di Bologna non procede contro il datore di lavoro, ma blocca il permesso di soggiorno? Questa è la gestione assolutamente discrezionale e restrittiva delle pratiche di rinnovo. Questo denunciamo come razzismo istituzionale. Questo è il principale nodo politico contro il quale continueremo a lottare se nulla cambierà.

I dirigenti della Prefettura hanno annunciato nuovi servizi per l’Ufficio cittadinanza: oltre all’indirizzo e-mail recentemente attivato (cittadinanza.pref_bologna@interno.it), sta per essere avviato in collaborazione con il Cineca un servizio telematico che consentirà di fissare un appuntamento con l’Ufficio cittadinanza. Se questo dovrebbe contribuire a diminuire le file allo sportello, bisogna comunque denunciare che nessun miglioramento sarà realmente possibile senza un aumento del personale impiegato, aumento che sarebbe necessario anche a livello centrale poiché le pratiche inevase dal Ministero dell’Interno sono all’incirca 90 mila. Attualmente, sono solo tre le persone che a Bologna si occupano della cittadinanza, le stesse che hanno seguito la sanatoria del 2012.

Su questo punto specifico, sono stati forniti dati insoddisfacenti. A distanza di due anni, sono circa un terzo (poco più di un migliaio) le pratiche ancora sospese, ma quel che è peggiore è che si tratta di comunicazioni di diniego dovute nella maggior parte dei casi al mancato pagamento dei contributi (in questo caso, esplicitamente richiesto dalla legge): i migranti che riceveranno questa comunicazione avranno comunque la possibilità di dimostrare il contrario, integrando i documenti richiesti. Tuttavia, dopo due anni la situazione è la stessa che la sanatoria aveva annunciato: oltre al danno, anche la beffa. Dopo aver pagato ingenti somme per fare le pratiche e versare le prime rate di contributi richiesti, mentre una parte dei datori di lavoro coinvolti nella sanatoria è svanita nel nulla e lo Stato ha riempito le proprie casse, molti migranti si ritroveranno senza neanche un permesso per ricerca lavoro!

Per sviare ad altre questioni poste, la Questura si è trincerata dietro presunte problematiche tecniche e dietro la legge: è assurdo che la mail ufficiale per chiedere informazioni sul rinnovo rispedisca indietro le mail mandate dai server hotmail e gmail; è gravissimo non considerare che una ricca giurisprudenza sostiene che – nei casi di ricongiungimento familiare – se il richiedente ricongiungimento ha la carta di soggiorno o permesso CE allora anche il ricongiunto deve avere la carta, e non un semplice permesso per motivi familiari che potrebbe essere tolto nel caso in cui il richiedente non dimostri più un reddito sufficiente al mantenimento del ricongiunto.

Di fronte a queste risposte del tutto insufficienti, il Coordinamento Migranti continuerà il percorso di mobilitazioni con nuove assemblee a Bologna e in provincia. Molte sono le questioni ancora in sospeso, ma nell’attuale situazione di crisi economica il problema più urgente e grave è quello del controllo dei contributi per il rinnovo del permesso. Non staremo in silenzio di fronte a centinaia e centinaia di permessi fermati in Questura o addirittura negati perché i datori di lavoro non adempiono al versamento dei contributi. La Questura sa perfettamente che il controllo dei contributi per rinnovare il permesso è una sua scelta, esclusivamente politica. E contro questa scelta lotteremo ancora sapendo che questa lotta è parte della battaglia contro la Bossi-Fini, contro il ricatto del permesso di soggiorno legato al lavoro e al reddito.

Coordinamento Migranti

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Da tutta Europa i migranti a Bologna contro il festival del regime fascista eritreo

Volantino EritreaDal 4 al 7 luglio si svolgerà a Bologna un «festival» organizzato dal governo eritreo come strumento di propaganda e per ottenere un avvallo internazionale. Mobilitando migranti e rifugiati eritrei da tutte le parti d’Europa, il Coordinamento Eritrea Democratica sta organizzando l’opposizione a questo festival e a qualsiasi forma di appoggio istituzionale al governo eritreo, responsabile di detenzioni arbitrarie, servizio militare a tempo indeterminato, casi documentati di tortura e sistematica negazione della libertà di stampa, di opinione e di credo religioso.

Se il governo italiano, che da sempre rifiuta di fare i conti con il proprio passato colonialista, oggi non esita a sostenere questa inaccettabile «danza sui morti di Lampedusa», una città antifascista come Bologna non può accettare di ospitare la celebrazione di un governo fascista!

Per questo al fianco dei migranti e rifugiati eritrei che lottano per la loro libertà vi invitiamo a partecipare alla

MANIFESTAZIONE EUROPEA CONTRO IL FESTIVAL DEL GOVERNO ERITREO

5 LUGLIO 2014  ore 17:00 – BOLOGNA – Piazza Maggiore

Partecipa, scarica e diffondi il volantino della manifestazione, firma la petizione per impedire ogni appoggio istituzionale al governo eritreo! 

Vai all’evento Facebook

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Basta con le male pratiche del Consolato del Marocco a Bologna! // foto e comunicato

Questa mattina decine e decine di lavoratori e lavoratrici marocchine hanno protestato davanti al Consolato generale del Regno del Marocco a Bologna. Nonostante il giorno lavorativo e la pioggia battente, contro tutte le voci di quanti speravano di indebolire la partecipazione, hanno rotto il silenzio gridando BASTA alle male pratiche del Consolato. La richiesta infinita di documenti per il rilascio del passaporto, i lunghi ritardi e gli errori nella consegna delle patenti tradotte e di documenti che servono per risiedere regolarmente in Italia, le linee telefoniche non funzionati e i disagi di lunghe file all’interno di uffici che sono sprovvisti dei servizi necessari specie per le donne incinte e per chi è costretto a portare con sé figli e neonati, il rifiuto di dare assistenza a quanti sono stati colpiti dal terremoto ormai due anni fa o stanno subendo la crisi economica, tutto questo oggi è stato denunciato alla stampa presente al presidio. Il Consolato dovrebbe sapere che queste male pratiche rischiano di complicare ulteriormente il rilascio e il rinnovo del permesso di soggiorno e la richiesta della cittadinanza: queste male pratiche sono l’altra faccia del problema politico della Bossi-Fini e del legame tra permesso di soggiorno, lavoro e reddito che da anni ricatta tutti i migranti che vivono in questo paese. Invece di sostenere i lavoratori e le lavoratrici marocchine nel loro progetto di vita, il Consolato incoraggia le associazioni che lavorano per il cosiddetto rimpatrio volontario.

Per tutti questi motivi oggi abbiamo protestato: se la situazione non cambierà continueremo a farlo nei prossimi mesi, a Bologna e davanti agli altri consolati in Italia, se necessario arriveremo a protestare davanti al Palazzo del Re in Marocco.

ALMI – Associazione Lavoratori Marocchini in Italia

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Basta alle male pratiche del consolato del Marocco! / Presidio dei lavoratori e lavoratrici marocchini lunedì 16 giugno

E’ ora di dire basta!

Presidio dei lavoratori e delle lavoratrici marocchine

davanti al Consolato del Marocco a Bologna

lunedì 16 giugno, ore 11

via del carrozzaio 3, Bologna

consmarL’ALMI (Associazione Lavoratori Marocchini in Italia) ha tenuto una riunione aperta domenica 01/06/2014 al Centro Interculturale Zonarelli, per discutere le male pratiche del Consolato del Regno del Marocco a Bologna, a cui i cittadini e le cittadine marocchine devono rivolgersi per ottenere i documenti che servono per rimanere in Italia regolarmente. I partecipanti alla riunione e i membri dell’associazione presenti hanno democraticamente deciso di denunciare pubblicamente il Consolato di Bologna perchè:

  • si rifiuta di rilasciare i passaporti a chi vive e lavora regolarmente in Italia con la motivazione di non avere il certificato di residenza;
  • nega la possibilità di accedere al programma del Ministero dell’Immigrazione per il rimpatrio delle salme;
  • complica le procedure per la traduzione della patente, con un tempo d’attesa per il rilascio che arriva fino a 4 mesi senza che venga rilasciata alcuna ricevuta;
  • obbliga coloro che hanno i figli registrati al Consolato di Roma ad andare a Roma per richiedere il certificato di nascita;
  • chiude gli uffici durante le feste religiose e nazionali marocchine e italiane,
  • si rifiuta di assistere le vittime del terremoto che ha colpito l’Emilia Romagna due anni fa con la motivazione che non rientra nell’ambito delle sue competenze;
  • non concede alcuna assistenza sociale alle famiglie che hanno subito la crisi, alle vedove e ai minori abbandonati;
  • incoraggia le associazioni che lavorano per il cosiddetto “rimpatrio volontario” e non favorisce quelle che invece difendono i diritti dei cittadini e delle cittadine marocchine.

Inoltre, il Consolato è sprovvisto di uno sportello informativo per il pubblico, le linee telefoniche sono sempre occupate e chi si rivolge ai suoi uffici è spesso costretto a rimanere in fila per l’intera giornata, senza alcun riguardo per chi ha con sé figli, senza adeguati servizi igienici (è presente un solo bagno senza chiave), senza una stanza per poter cambiare e allattare i neonati. Il Consolato non dispone infine di un luogo per la preghiera. In questa drammatica situazione emergono discutibili pratiche amministrative. Non accettiamo che il Consolato finanzi progetti e associazioni inesistenti, denunciamo gli abusi e gli insulti quotidiani che siamo costretti a subire, rifiutiamo l’uso delle telecamere per controllare utenti e impiegati, e non vogliamo la chiusura dell’ingresso principale che porta al primo e al secondo piano dove sono lo sportello sociale, la segreteria, l’Ufficio del Console, l’archivio e l’ufficio del Vice Console. Per tutti questi motivi chiediamo a tutti i lavoratori e le lavoratrici marocchine, e a tutte le associazioni di migranti e italiani di partecipare al presidio.

ALMI – Associazione Lavoratori Marocchini in Italia; Adesioni: Associazione senegalese Cheikh Anta Diop, Comunità pakistana Bologna, Coordinamento Migranti, SIM – Scuola d’italiano con migranti XM24.

Per info e adesioni: almi.associazione@gmail.com, coo.migra.bo@gmail.com

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