Praticare il dissenso, solidarietà senza confini: impedire la riapertura del CIE di via Mattei

MayofSolidarityIl Ministero dell’Interno ha stanziato i finanziamenti per i lavori di riapertura del CIE di Via Mattei, il centro di detenzione per migranti che ha rappresentato una pagina nera nella storia di Bologna. Noi non siamo disponibili ad accettare la sua riapertura e riteniamo necessario opporre con forza il rifiuto di tutta la città a questa fabbrica di ingiustizia e sofferenza, che rinchiude e priva della libertà i migranti per il solo fatto di non avere o di aver perso il permesso di soggiorno. Per questo invitiamo tutte e tutti a costruire insieme una grande manifestazione per domenica 18 maggio.

Un rifiuto dimostrato in oltre quindici anni di lotte che, a Bologna come altrove, hanno espresso – dall’esterno e dall’interno di quelle gabbie – un’opposizione senza ambiguità all’aberrazione umana e giuridica rappresentata dai CIE. Battaglie che hanno denunciato come la detenzione amministrativa – prevista per la prima volta dalla legge Turco-Napolitano – sia funzionale ai dispositivi legislativi che mirano a sfruttare, ricattare, discriminare i migranti, come la legge Bossi-Fini. Grazie a questi percorsi di mobilitazione e al protagonismo dei migranti in lotta dentro e fuori i luoghi di lavoro si è consolidato un patrimonio di dissenso che ha indicato le responsabilità degli attori coinvolti, incluse le amministrazioni locali, oggi a favore della chiusura definitiva del CIE di via Mattei.

Ma non possiamo fermarci qui. Sappiamo che l’attuale chiusura del CIE è anche frutto di questo percorso di resistenza, tuttavia siamo consapevoli che la politica nazionale ed europea in materia di migrazione e asilo prosegue nella direzione del blocco selettivo della libertà di movimento e dei percorsi individuali. Da un lato, è rafforzata la militarizzazione dei confini «materiali» e dei sistemi di respingimento/deportazione (come mostra la missione militare mare nostrum), dall’altro sono moltiplicate le barriere «immateriali» alla circolazione e all’inclusione nello spazio europeo. Ne sono esempio non solo le procedure di rilascio e rinnovo dei permessi di soggiorno che subordinano il diritto di restare al reddito e al contratto di lavoro, ma anche i requisiti di accesso al welfare, agli ammortizzatori sociali, alla previdenza. In tempi di crisi è ancor più evidente la logica escludente volta a costruire sempre nuovi confini, «materiali» e «immateriali», per cui casa, salute, istruzione, reddito sono trasformati da diritti a «privilegi» quasi irraggiungibili per gran parte della popolazione, migrante e non.

È ormai sotto gli occhi di tutti che le politiche di governo delle migrazioni, di cui sono espressione sistemi di confinamento come i CIE (ma anche i cosiddetti centri di accoglienza per richiedenti asilo – CARA), sono il terreno su cui si ridisegnano lo statuto complessivo della cittadinanza e le gerarchie dello sfruttamento. Basta considerare uno dei capisaldi dell’Unione Europea: la libera circolazione. Non solo essa è vietata per migranti e rifugiati (vale per questi ultimi il regolamento di Dublino), ma anche chi – pur essendo cittadino europeo – non soddisfa requisiti di reddito e residenza deve rinunciare ai diritti previsti dai singoli Stati dell’Unione. Ecco allora che l’inaccettabile discriminazione tra cittadini comunitari e non si riproduce in forme di differenziazione e gerarchizzazione anche fra gli stessi comunitari, come mostrano le richieste dei primi ministri, inglese e tedesco, di introdurre quote di ingresso per gli europei, l’allontanamento dal Belgio di cittadini italiani, quello di cittadini romeni di minoranza rom da molti Stati membri, senza sottovalutare le conseguenze del recente referendum in Svizzera.

Le stesse forme di segregazione e  governo della mobilità delle persone vengono attuate anche fuori dai confini europei, a livello globale, andando a delineare nuove geografie della disuguaglianza lungo linee di classe, ‘razza’ e genere. Il governo del lavoro migrante su scala globale si gioca anche sulla costruzione di centri di detenzione nelle frontiere esterne dell’Europa, dall’Ucraina alla Libia, ottenuta in cambio di investimenti e vantaggi commerciali.

Di fronte a politiche europee e nazionali che mirano a separare e diversificare, ci sentiamo sempre più uniti nelle nostre differenze e condizioni. Alla minaccia dell’egoismo e dell’indifferenza reagiremo il 18 maggio, all’interno della settimana di mobilitazione promossa tra gli altri dal coordinamento Europeo Blockupy, con solidarietà e determinazione, consapevoli che libertà e democrazia sono da reinventare e costruire attivamente dalla parte dei migranti, per il diritto a una vita degna per tutti/e, partendo dall’opposizione a tutti gli strumenti del razzismo istituzionale come i centri di detenzione e identificazione.

Lanciamo per questo un’assemblea cittadina giovedì 8 maggio alle 20.30 presso Làbas occupato, per costruire insieme una grande giornata di lotta nell’ambito della mobilitazione europea.

Adl Cobas, ALMI – Associazione lavoratori marocchini in Italia, Associazione senegalese Cheikh Anta Diop, Carovana Europea Bruxelles 2014, Cobas Bologna, Comunità pachistana Bologna, Coordinamento Migranti, Cs TPO, Hic Sunt Leones Football antirazzista, Làbas occupato, Laboratorio On the Move, Lavoratori e lavoratrici anarchici, Lavoro Insubordinato,
RID/CommuniaNetwork, ∫connessioni precarie, Scuola Kalima Tpo, SIM – scuola di italiano con migranti Xm24, Sportello medico-legale Xm24, Sportello legale Tpo, Unione sindacale italiana – Associazione internazionale dei lavoratori; Lavoratori e lavoratrici anarchici, Vag61…

#NoCieNoCara #BastaBossiFini #NoBorderRegime #StopDetention

Per adesioni: nocienocara@gmail.com

Evento Facebook: https://www.facebook.com/events/305128942972564/

Pubblicato in #bastabossifini, #noCIE, 2014, Bologna, Europa, Frontex, Manifestazioni

La nuova Europa dei confini e della mobilità: incontro a Lortica (BO) martedì 22 aprile

 MARTEDI’ 22 APRILE, ORE 18, Lortica, via Mascarella 26

1897853_444274715704799_7065788433509698981_nLa nuova europa dei confini e della mobilità: un’unione solo per scamorze e prosciutti?

∫connessioni precarie
Coordinamento migranti
Wolf Bukowski 

discutono con Silvia Guerra (in v.c.)

Il caso di Silvia Guerra, l’artista e cittadina italiana da tempo residente a Bruxelles espulsa perché considerata un peso per il welfare belga, ha portato alla luce come l’Europa stia ridefinendo la propria geografia politica interna ed esterna. Alla promessa della libera circolazione subentra una realtà in cui attraverso la gestione combinata di sistemi di welfare, politiche di austerity e accordi di Schengen anche i cittadini europei si trovano sottoposti al regime del «lavoratore ospite» come i migranti provenienti dal resto del mondo.

“Per ora l’immagine più precisa che ho della situazione è che mi sembra che un prosciutto o una scamorza in Europa circolino più facilmente che un essere umano. ”

Ma nelle pieghe di questa e di altre storie emerge anche la possibilità che la mobilità della forza-lavoro – quella scelta dai migranti, quella imposta dalla crisi, quella di «giovani» che non riescono a trovare un posto di lavoro e se lo trovano fuori dei confini del proprio paese rischiano di essere espulsi in base e con la giustificazione del reddito non sufficiente – inizi a diventare un problema per le logiche del capitale, non più solamente uno strumento nelle sue mani.

Segui e diffondi l’evento facebook qui

Pubblicato in 2014, Europa, freedom of movement, migranti, migrants, no border, precarietà

Mahmodi Ali prigioniero della Bossi-Fini

Prigioniero BFFinalmente, oggi, sulla stampa nazionale è arrivata la notizia della segregazione di Mahmodi Ali sulla nave Fantastic che lo riportava in Italia. Il nome della nave è già un programma, ma ancora non spiega come sia possibile che un migrante tunisino di 35 anni sia obbligato da 5 giorni a viaggiare tra Palermo e Civitavecchia, in attesa che la stessa nave torni sabato 12 aprile a Tunisi. Mahmodi Ali ha vissuto e lavorato per 10 anni a Modena. Poi la legge Bossi-Fini e la crisi gli hanno fatto perdere il posto di lavoro e quindi il permesso di soggiorno, rendendolo clandestino. La sua vicenda attuale non è quindi una storia di ordinaria burocrazia. È una storia di ordinario sfruttamento e del conseguente rigetto della richiesta di rinnovo del permesso di soggiorno. A essere rigettato indietro non è però un documento, ma lui stesso, la sua vita spesa a Modena, i suoi contributi versati allo Stato italiano, la sua migrazione come scelta coraggiosa di cambiare la sua esistenza. Mahmodi Ali non è prigioniero di un errore e nemmeno il protagonista di un paradosso. Mahmodi Ali non è un film che diventa realtà. Mahmodi Ali viene trattato secondo le regole. Purtroppo le regole sono l’esercizio pratico del razzismo delle istituzioni italiane ed europee. La vicenda di Mahmodi Ali non è una storia allucinante, ma il frutto dell’allucinazione di chi vuole importare essere umani, per poi rigettarli quando non ne ha più bisogno. Liberare Mahmodi Ali dal labirinto in cui è stato rinchiuso, impone a tutti di smetterla con le buone intenzione e con lo sdegno a buon mercato. Liberare Mahmodi Ali significa riconoscere la rilevanza politica generale dello sfruttamento dei migranti. Liberare Mahmodi Ali impone di farla finita con la Bossi-Fini in Italia e in Europa.

Pubblicato in 2014, Comunicati, Europa, freedom of movement, Permessi di soggiorno

La sostanza della pena: osservazioni non umanitarie sulla cosiddetta abolizione del reato di clandestinità

Dopo tanti annunci, ecco che il reato di clandestinità è stato (finalmente) abolito. In realtà, il Parlamento ha dato mandato al governo di abolirlo. Si tratta apparentemente di una buona notizia per decine di migliaia di migranti, considerati dei criminali solo perché i documenti non sono in regola, a causa di leggi italiane ed Europee che rendono impossibile muoversi liberamente e mantenere stabilmente un permesso di soggiorno. Eppure, dietro la ‘buona’ notizia, come spesso accade quando si tratta di migranti, si nasconde una trappola politica: il reato, infatti, non è abolito, ma è di fatto “spostato” a dopo l’aver ricevuto un decreto di espulsione. La nuova legge prevede l’arresto per chi rientra in Italia dopo aver ricevuto un “provvedimento di espulsione”. La vera domanda è dunque: adesso che finalmente è stato abolito il reato, inizieranno a finire in carcere i migranti che lottano contro l’espulsione, cosa che prima raramente accadeva?

Grazie all’abolizione si libererà un po’ di lavoro per magistrati e tribunali. Ma cosa cambia davvero? Di fatto, chi entra in condizione d’irregolarità e non può richiedere l’asilo politico, riceverà prima o poi un decreto di espulsione. E se non adempie, o se “ritorna”, sarà passibile di arresto. E allora? Sappiamo che un provvedimento di espulsione non significa automaticamente l’allontanamento reale dal territorio, ma si tratta di un provvedimento la cui applicazione può variare a seconda dei casi. Sappiamo anche che chi migra per cambiare la propria vita non si fa dettare le regole da governi in cerca di legittimità. Spesso chi riceve un decreto di espulsione rimane sul territorio, dove magari vive da anni, ha pagato le tasse e i contributi e ha una famiglia e gli amici. L’abolizione del reato, ma il mantenimento dell’arresto per l’espulsione, significa dunque che saranno tanti i migranti denunciati (e questa volta a rischiare davvero l’arresto) per il solo motivo di non avere i documenti in regola, magari perché hanno perso il lavoro, o perché il loro datore di lavoro li ha truffati per anni senza pagare i contributi. L’espulsione fa semplicemente parte della legge Bossi-Fini, contro la quale i migranti si scontrano ogni giorno.

Migranti in piazza contro la legge Bossi-Fini il 23 marzo scorso a Bologna

Migranti in piazza contro la legge Bossi-Fini a Bologna

È allora necessario chiarire ancora una volta che le leggi sull’immigrazione, sul piano materiale, non regolano gli “ingressi” sul territorio nazionale ed Europeo, ma regolano lo status giuridico e la condizione sociale di uomini e donne che vivono qui, ma provengono da altri paesi. Le leggi sull’immigrazione producono effetti reali, catastrofi politiche e sfruttamento, si basano però sulle finzioni: basti pensare alla logica dei flussi, secondo la quale ogni anno si deve stabilire di quanti ingressi regolari c’è bisogno. Tutti sanno che, in assenza di altri modi per ottenere i documenti, in gran parte si tratta di una sanatoria mascherata, e che i decreti flussi (e le stesse sanatorie) servono soprattutto ai datori di lavoro per non rischiare. A cosa serve allora l’abolizione del reato di clandestinità? Serve soprattutto a risolvere un grosso problema per i tribunali e le forze di polizia italiane, costrette dopo la sua introduzione a non poterlo applicare, ma a dover gestire migliaia di denunce e procedimenti che ne intasano gli uffici. Come ha ben spiegato l’umanitarianissima presidente della Camera Boldrini, se “si volta pagina” è soprattutto per questo.

C’è di più. Il reato di clandestinità è stato introdotto con il cosiddetto pacchetto sicurezza. Cancellarlo, dunque, lascia assolutamente intatta la legge Bossi-Fini e il suo fondamento: il legame tra il permesso di soggiorno e il contratto di lavoro. Rimangono anche i CIE e rimangono le espulsioni, la cui forza viene anzi rafforzata: fatto salvo l’elemento umanitario, infatti, abolire il reato di clandestinità in questo modo aiuta a separare i migranti buoni da quelli cattivi. Quelli ‘buoni’ lavorano e quando glielo si dice se ne vanno in silenzio, oppure arrivano con i barconi scappando dalle guerre, sono indifesi e sarebbe meglio non denunciarli. Quelli ‘cattivi’, invece, decidono dove cercare di migliorare la loro vita e pretendono di continuare a farlo anche contro una legge fatta apposta per sfruttarli, magari alzano la voce, manifestano e scioperano: quelli vanno espulsi e, se ci riprovano, vanno arrestati. La Bossi-Fini esce politicamente rafforzata dalla cancellazione del reato e si capisce bene che chi oggi festeggia o lo fa in malafede, difendendo l’apartheid democratico, oppure non ha capito come funziona la cosiddetta regolazione dell’immigrazione.

Il PD di governo, anziché rincorrere le bandiere leghiste, dovrebbe piuttosto pensare alle sue, come l’esistenza dei CIE (i CPT introdotti dalla Turco Napolitano) e la logica dei flussi. A scanso di equivoci: nemmeno chi ha votato contro l’abolizione del reato lo ha fatto perché è dalla parte dei migranti, ma solo per aggiungere anche le sue stelle nel firmamento del razzismo. Sono tutti d’accordo, infatti, sul modello d’integrazione da perseguire, che ha dei risvolti penosi anche nella sbandierata soluzione “svuota carceri” di far scontare ai migranti la pena nel paese d’origine. Un recente accordo con il Marocco prevede infatti il trasferimento dei detenuti marocchini dalle carceri italiane a quelle del Marocco, in nome del “reintegro” in quella che viene definita la società di “appartenzenza” di questi migranti. Si decide dunque per legge a quale società devono appartenere uomini e donne che, al contrario, mostrano con il loro movimento di voler scegliere liberamente il loro futuro.

Noi siamo ben contenti se si abolisce il reato di clandestinità, del resto già fortemente depotenziato da diversi provvedimenti di tribunali italiani ed Europei. Abbiamo però imparato a conoscere come funzionano il razzismo istituzionale, le gerarchie e lo sfruttamento che produce, e a non fidarci di chi continua a proporre miglioramenti di facciata per mantenere la sostanza del legame tra permesso di soggiorno e rapporto di lavoro. Per questo non fermeremo la nostra lotta.

Pubblicato in #bastabossifini, 2014, Bologna, Comunicati, Europa, freedom of movement, Legislazione, migranti, migrants, Permessi di soggiorno

Accordo d’integrazione? I più e i meno di un ‘reato’ di soggiorno per punti!

Qualche giorno fa, insieme alla Scuola di Italiano con Migranti XM24 e allo Sportello Legale XM24 abbiamo mostrato come l’accordo di integrazione e il relativo permesso a punti costituiscono il futuro orizzonte del razzismo istituzionale volto a definire le nuove gerarchie dello sfruttamento del lavoro migrante. Lo abbiamo chiamato il nuovo ‘reato’ di soggiorno per punti, perché i/le migranti nel nome di certi ‘valori’ sono sottoposti a un vero e proprio girone a premi. Avere i documenti in regola dipenderà da dei più e dei meno, stravaganti quanto pericolosi. La revoca del permesso, infatti, è immediata nel caso di punteggio pari a 0 dopo due anni dalla stipula del contratto. Alla fine del gioco quello che è chiaro è che il paradiso descritto dalla Carta dei Valori non è altro che l’inferno delle nuove gerarchie del razzismo istituzionale, non solo tra migranti e italiani, ma tra gli stessi migranti.

Oggi completiamo la denuncia pubblicando i più e i meno di questa nuova forma del razzismo istituzionale: di seguito troverete infatti le tabelle dei crediti riconoscibili (un più in pagella) e quella dei crediti decurtabili (un meno in pagella). Per visualizzare i file in pdf, cliccare sul più o sul meno.

piùmeno

Pubblicato in #bastabossifini, 2014, Permessi di soggiorno, SIM

Reato di soggiorno per punti

pallottoliereCon una circolare dello scorso febbraio il Ministero dell’Interno ha illustrato alle Prefetture il regolamento sull’accordo di integrazione, rendendo così esecutive le procedure di verifica del cosiddetto “permesso di soggiorno a punti” entrato in vigore nel marzo del 2012 con il decreto dell’allora ministro Maroni. Si tratta di una verifica che riguarda al momento soltanto circa 26 mila migranti (tra questi poco più di 2 mila nella provincia di Bologna). Eppure, l’accordo di integrazione e il relativo permesso a punti costituiscono il futuro orizzonte del razzismo istituzionale volto a definire le nuove gerarchie dello sfruttamento del lavoro migrante.

Ad eccezione di quanti hanno il permesso di soggiorno per asilo e per motivi umanitari, oppure di quanti hanno esercitato il diritto al ricongiungimento familiare o hanno ottenuto un permesso di soggiorno CE di lungo periodo o la carta di soggiorno, tutti i migranti entrati in Italia dopo il 10 marzo 2012 (data del decreto Maroni) sono obbligati a sottoscrivere un accordo di integrazione, firmando una Carta dei Valori e impegnandosi così a raggiungere (partendo da 16 punti) un minimo di 30 punti per non perdere il permesso di soggiorno e non essere espulsi. Dopo due anni dalla firma, lo Sportello Unico dell’Immigrazione è, infatti, chiamato a verificare il rispetto dell’accordo calcolando i punti conquistati e quelli persi. Che cosa stabilisce la Carta dei Valori? E soprattutto come si conquistano o si perdono punti?

La “Carta dei Valori, della Cittadinanza e dell’Integrazione” descrive l’Italia come una comunità di persone e di valori: una sorta di paradiso in terra! Tra i molti valori che rendono gioiosa la vita in paradiso, ci sono: libertà, giustizia, uguaglianza, solidarietà, dignità, la parità tra uomo e donna, i diritti umani e persino quelli sociali, come se il welfare non fosse ormai un miraggio per tutti, precari, operai e migranti. In effetti, quando entrano per la prima volta in questo paese, i migranti forse non sanno che esistono i centri di identificazione ed espulsione (CIE) dove si può essere rinchiusi per mesi senza aver commesso alcun reato, ma soltanto per aver perso il diritto a restare. Non sanno che per rinnovare il permesso dovranno dimostrare continuamente di avere un contratto di lavoro, di avere un reddito sufficiente, una casa con una certa metratura e di aver versato i contributi. Non sanno neanche di dover pagare centinaia di euro a ogni rinnovo per ogni membro della loro famiglia e di dover aspettare mesi (anche se la legge stabilisce un tempo massimo di sessanta giorni) per avere in mano un foglio di carta che talvolta è persino consegnato in scadenza. Non sanno inoltre che non potranno riscattare i contributi versati in anni di lavoro, nel caso perdessero il permesso o decidessero di tornare nel loro paese (a meno di accordi bilaterali stipulati dal governo italiano, ancora però con pochi paesi). Non sanno che dovranno aspettare più di dieci anni per avere la cittadinanza, semmai riusciranno a ottenerla. Non sanno che i loro figli nati e cresciuti qui non sono cittadini, ma dovranno sottostare come loro al ricatto del permesso di soggiorno una volta compiuti 18 anni e terminati gli studi. Non sanno neanche che può succedere che i loro figli siano respinti dalle scuole, si dice per “mancanza di posti”, nonostante il diritto alla scuola dell’obbligo sia stabilito dalla Costituzione. La Carta dichiara inoltre la parità di genere, ma le migranti che entrano per ricongiungimento familiare non sanno che per lo Stato italiano “esistono” soltanto nel permesso di soggiorno del marito. Però la poligamia è vietata. Non sapendo tutto questo, senza dubbio, i migranti aderiranno più che volentieri ai valori di una Carta che li vuole integrare in un paese che affonda le sue radici nella “tradizione ebraico-cristiana”, ma che comunque garantisce la libertà religiosa.

Dopo aver sottoscritto la Carta e stipulato l’accordo di integrazione, i migranti entrano in paradiso direttamente nel girone dei giochi a premi. Ecco alcuni esempi. Dopo due anni, chi dimostrerà di conoscere bene la lingua italiana – avendo conseguito titoli scolastici oppure semplicemente pagando un corso in una scuola d’italiano – conquisterà dai 10 ai 30 punti a seconda del livello di conoscenza. Chi avrà frequentato istituti tecnici o corsi universitari, oppure chi insegnerà nelle università, otterrà fino a un massimo di 50 punti. Diversamente, chi avrà conseguito semplicemente un diploma di istruzione secondaria o avrà aggiornato le proprie competenze con corsi di formazione professionale conquisterà soltanto un misero premio di 4 o 5 punti. Infine, sono previsti 6 punti per chi avrà un regolare contratto di affitto o di acquisto di una casa, e 4 punti per chi sceglierà un medico di base. Sanzioni penali e pecuniarie per reati e illeciti amministrativi e tributari di vario tipo comportano invece la perdita di un minimo di 2 punti fino a un massimo di 25.

A questo punto le regole del gioco a premi dovrebbero essere chiare. Dopo due anni, chi avrà raggiunto 30 punti sarà “libero” di vivere in paradiso pur dovendo sottostare al ricatto del permesso di soggiorno legato al lavoro. Chi invece non avrà raggiunto 30 punti retrocede in purgatorio, rimane cioè sotto “giudizio” e avrà tempo ancora un anno per redimersi. Alla scadenza dell’anno, se i termini dell’accordo di integrazione non saranno rispettati, il suo permesso di soggiorno sarà revocato e si ritroverà in mano il foglio di via: sarà espulso. La revoca del permesso è immediata nel caso di punteggio pari a 0 dopo due anni dalla stipula del contratto. Alla fine del gioco quello che è chiaro è che il paradiso descritto dalla Carta dei Valori non è altro che l’inferno delle nuove gerarchie del razzismo istituzionale, non solo tra migranti e italiani, ma tra gli stessi migranti.

Quando è entrata in vigore ormai più di dieci anni fa, la legge Bossi-Fini ha introdotto in modo più stringente di quanto non fosse in passato il legame tra permesso di soggiorno e contratto di lavoro: il permesso di soggiorno è così diventato un vero e proprio ricatto che, in particolare in seguito alla crisi economica, ha costretto i migranti ad accettare qualsiasi lavoro, senza qualifiche e sicurezze, con salari sempre più bassi e tempi di lavoro sempre più intensi. In questo modo, mettendo in competizione tra loro migranti, operai e precari italiani, il ricatto del permesso di soggiorno non ha soltanto impoverito il lavoro migrante, ma ha indebolito tutto il lavoro. Oggi, quando i migranti – in particolare nel settore della logistica – hanno nuovamente dimostrato che è possibile rompere il ricatto del permesso lottando insieme per conquistare salario e abolire la legge Bossi-Fini, l’accordo di integrazione e il “permesso  di soggiorno a punti” intendono rafforzare quel ricatto stabilendo nuove e profonde gerarchie. Anche se per il momento coinvolgono poche decine di migliaia di migranti, in prospettiva queste nuove norme avranno un preciso risvolto politico: posizionare i migranti dentro specifiche gerarchie che corrispondono alla loro istruzione, alle loro competenze professionali, al loro comportamento sociale. Se la legge Bossi-Fini ha reso i migranti tutti uguali come forza lavoro usa e getta funzionale alle esigenze dei padroni, l’accordo di integrazione e il permesso a punti vorrebbero stabilire quali migranti possono conquistare il diritto di restare e in quale posizione nel mercato del lavoro, a seconda della loro capacità di adeguarsi alle esigenze delle imprese e alle regole della società. Per certi versi, queste norme hanno anticipato e ora funzionano in modo complementare alle recenti riforme del lavoro (ultimo in ordine di tempo il decreto del ministro del lavoro “cooperativo”) che hanno ulteriormente individualizzato e precarizzato il lavoro, scaricando completamente sul lavoratore la responsabilità di conquistare un’occupazione dando buona prova di sé nella formazione, nel lavoro e nel mercato. Di nuovo, allora, la sfida politica che i migranti lanciano a tutti – movimenti, associazioni, sindacati – è quella di riconoscere e sostenere le rivendicazioni del lavoro migrante contro i centri di detenzione, il ricatto del permesso e la precarizzazione di tutto il lavoro: migranti, precari e operai italiani devono lottare insieme per rompere le gerarchie dello sfruttamento.

Coordinamento Migranti – Scuola di Italiano con Migranti XM24 – Sportello Legale XM24

Pubblicato in Uncategorized

Il merito della lotta contro i CIE

20140301_170024Secondo il Prefetto di Bologna, riporta la stampa, i CIE sono strutture utili, a patto che dentro ci finisca solo “chi lo merita”. Non stupisce che il Prefetto parli delle vite dei migranti in termini tecnici, volutamente asettici. In questo modo pensa di imporre il CIE nonostante la volontà contraria della città, chiaramente ribadita anche dal sindaco Merola. Di fronte all’utilità tecnica, tutto il resto è ridotto a inutile polemica politica. Invocando il merito, si può facilmente tacere del fatto che molti migranti finiscono dentro i CIE anche per colpa della discrezionalità amministrativa di Prefettura e Questura, che per anni hanno chiesto ai migranti documenti in più prima di rinnovare un permesso o rilasciare una carta di soggiorno.

D’altra parte, i CIE in questi anni hanno avuto davvero la loro utilità. Nei CIE sono stati privati della loro libertà migliaia di migranti. I CIE hanno degradato fisicamente migliaia di uomini e donne, e lanciato il messaggio pubblico che i migranti vanno bene solo finché si spaccano la schiena in silenzio, altrimenti vanno trattati da criminali. I CIE sono serviti a impedire una vera messa in discussione della legge Bossi-Fini.

Per le migliaia di migranti scesi nelle strade di Bologna sabato scorso, e per chi ha manifestato con loro, i CIE sono per questo una questione politica.  Gli uomini e le donne che il primo marzo scorso (come il 23 marzo del 2013) hanno affermato che è possibile alzare la testa in massa contro lo sfruttamento e la clandestinità politica, si sono schierati chiamente contro l’esistenza dei CIE, contro la riapertura di quello di Bologna e per la chiusura di quelli ancora funzionanti. La lotta contro i CIE è la lotta contro la legge Bossi-Fini e contro i padroni, delle cooperative e non solo, che ne traggono vantaggio sfruttando il lavoro migrante. La lotta contro i CIE non è una lotta contro quattro mura cinte da filo spinato, di cui chiedersi l’utilità o meno, ma una lotta politica contro le divisioni e le gerarchie imposte dal razzismo istituzionale nei posti di lavoro, nelle scuole, nella sanità e in tutta la società.

Con questa lotta, chi pensa di poter ridurre la libertà dei migranti a una questione tecnica o di convenienza, dovrà continuare a fare i conti. Una chiusura tecnica, per ristrutturazione, può diventare un’opportunità politica.

Coordinamento Migranti

Pubblicato in #bastabossifini, #noCIE, 1 marzo 2014, 2014, Comunicati